L’avvento di quelle galassie internettiane chiamate social network, tra le tante cose, ha radicalmente mutato i  concetti di fotografia e di bellezza. Le fotografie fino a pochi anni  fa erano uno mezzo di conservazione  della realtà: qualcosa di simile a un sottovuoto del vissuto. Dal dagherrotipo in poi  abbiamo costruito dei ponti di memoria tra passato e presente organizzando il divenire all’interno di voluminosi album di famiglia.
Per circa un secolo fotografare è stato uno sforzo di Sisifo contro lo scorrere del tempo, nella convinzione romantica che forse qualcosa si possa salvare.
Oggi la fotografia ha perso questo ruolo o almeno lo ha declassato a funzione secondaria. Essa mantiene il suo carattere inalienabile di collegamento, ma le sponde che congiunge sono incomparabilmente diverse: non più un passato e un presente ma due presenti, quello virtuale e quello reale.
Il punto di svolta sta nel fatto che  le foto che facciamo servono nell’immediato su Facebook o su Instagram,  perciò non devono evocare come siamo stati, ma rappresentare quello che noi vogliamo essere adesso.  Questo mutamento genera delle conseguenze, specie nel contenuto emotivo che sprigionano le immagini. Prestando attenzione si nota che nelle fotografie caricate su Facebook raramente si ritrova la dolcezza dell’evocazione, del tutto o quasi, sostituita dalla determinazione, che è il carattere preminente dell’essere-adesso.
La prossimità temporale tra artefice della foto e destinatario, genera un’ansia di rappresentarsi che è la cifra delle società virtuali e la principale causa della trasformazione delle immagini.

Ci siamo mai chiesti perché in molti pubblichino su Facebook delle proprie foto da bambini? Una delle possibili risposte è “per abbattere l’ansia di rappresentarsi”. Il fatto che quel bambino sia così lontano nel tempo e quindi non sia la nostra immagine speculare, ce lo rende abbastanza estraneo per consentirgli anche qualche imperfezione.
I social network sono o aspirano ad essere delle società-specchio di quelle reali, ma sono degli specchi particolari. Chi sta dall’altra parte del vetro, la cosiddetta realtà, tenta in tutti i modi di modificare lo specchio a suo piacimento e in effetti lo specchio digitale entro alcuni limiti offre questa possibilità. Gesualdo Bufalino, interpretando con magica ironia una percezione condivisa, ha scritto: “Sarò forse presuntuoso ma il mio specchio mi calunnia”. Al contrario gli specchi virtuali sono lusinghieri fino alla simulazione colmando quel diaframma tra la presunzione e la nostra immagine. Sono degli specchi manipolabili e da qui proviene tutto il loro fascino.

Uno dei temi inevitabilmente connessi ai social, come a tutte le società, è quello del profilo che è l’equivalente post moderno dell’identità. Nelle società reali quello che noi siamo, almeno ad una prima approssimazione, è il frutto di contesti, situazioni, accumuli di emozioni che spesso sfociano in modo immediato e spontaneo. Su internet non è così. Su Facebook, ad esempio, possiamo studiare a tavolino, davanti alla tastiera, come essere. Anche quando non c’è questo “calcolo” c’è comunque una maggiore ponderazione,  perché pubblicare, scrivere commenti, condividere foto, richiede un tempo tecnico di riflessione che fa sì che ogni esternazione sia maggiormente sorvegliata. Non meno importante poi è la possibilità di cancellare  qualcosa che abbiamo condiviso nel passato. Questa facoltà aumenta di molto il  potere che la zona razionale ha sulla più ampia identità.
Per tutte queste ragioni le società online ci offrono qualcosa di più simile a quello che noi vorremo essere rispetto a quello che noi siamo. Sta in questo scarto tutta la loro seduzione. Su queste galassie ognuno può ritrovare la  versione aggiustata di se stesso e ciò è lampante quando vi riscopriamo conoscenti irriconoscibili. A chi non è capitato?
Le fotografie sono la cartina tornasole di questo fenomeno. Nella stragrande maggioranza delle mattine, quando usciamo di casa, siamo assonnati,  pieni di occhiaie, brutti come mai avremmo sospettato di essere; eppure Facebook non ospita nessuna corrispondenza di questa quotidianità; su Facebook c’è sempre il sole,  nessuno si alza mai con qualche difetto, il mattino ha sempre l’oro in bocca e l’estetista non dimentica mai gli appuntamenti. Si scelgono sempre le migliori foto e se ne  fanno a dozzine finché non ne esca una compatibile con la nostra presunzione. La maggior parte degli utenti punta tutto sulla “fotogenia statistica”, quella per cui dopo tanti tentativi anche un viso disarmonico può scoprirsi sopportabile sotto un’angolazione generosa.

Ecco un altro punto nodale: l’angolazione. Sui social siamo noi a scegliere l’angolazione, siamo sempre noi a manipolare il punto di vista da cui farci guardare. Quindi non solo decidiamo con singolare acribia come essere ma imponiamo agli altri anche come sembrare, assunto che la differenza tra essere e sembrare risieda proprio nel punto di vista di chi guarda.
L’autoscatto (o selfie) è esattamente la consacrazione di questa nuova ideologia e corrisponde allo strapotere di rappresentarci dall’angolazione che vogliamo. Il selfie è l’essenza delle società specchio. Chi si fa un selfie è con la faccia nella realtà mentre con la mano è già nel virtuale a decidere come gli altri lo devono vedere. §Questo potere di scegliere l’angolazione cambia profondamente il precedente concetto di bellezza.
Sui social tutto suggerisce che la bellezza sia un fatto probabilistico che si conquista a forza di tentativi. Abbozzando una prima risposta potremmo dire che è bello chi ha maggiori probabilità di trovare l’angolazione giusta e che l’angolazione giusta è essa stessa la bellezza. In definitiva ai bruttini e alle bruttine di tutto il mondo che vogliono specchiarsi su Facebook per sentirsi più belli, il social network, anzi il social mirror, offre la possibilità di annegarvi dentro, come Narciso.