Nel nostro primo anno di vita possiamo interpretare suoni e lingue diverse anche senza conoscere una parola. Questo momento viene chiamato “apertura celestiale” ed è quel periodo in cui ognuno di noi ha più connessioni col mondo di quante ne avrà mai da adulto. Quando questa magia finisce tutti i nostri pensieri viaggiano su binari prestabiliti, per sempre. Ma le nuove tecnologie ci aiutano a superare questo limite.
Pensateci, già oggi ci esprimiamo, comunichiamo e impariamo in modi che mai avremmo immaginato. E chissà cosa potremmo fare domani.Qualunque sia il nostro presente, il futuro ci sorprenderà”.

Fabio Fazio, autorità indiscussa all’interno del panorama televisivo (televisivo, appunto), presta voce corpo e popolarità al nuovo (e oggettivamente ben fatto) spot della Tim, la quale affronta il futuro di Telecom investendo anzitutto in un restyling generale di rinnovamento olistico che riparte dal logo passando per un nuovo posizionamento e addirittura un nuovo quartier generale. Di qui la scelta di realizzare nuovi spot con protagonisti niente di meno che l’inventore di Internet Tim Berners-LeePif e il citato Fazio. Proprio Mr Rai3, però, è stato messo al centro di diverse polemiche in quanto, in Italia, ai giornalisti (e Fazio è un pubblicista) non è permesso “prestare il nome, la voce, l’immagine per iniziative pubblicitarie incompatibili con la tutela dell’autonomia professionale”, stando a quanto recita la Carta dei Doveri del Giornalista, che precisa: “Il giornalista non assume incarichi e responsabilità in contrasto con l’esercizio autonomo della professione”. Sarebbero consentite, invece, ma solo a titolo gratuito, apparizioni finalizzate a iniziative pubblicitarie volte a fini umanitari, sociali, culturali, artistici o comunque estranee a logiche di palese altra finalità.

Stando a quanto comunica l’Ordine dei Giornalisti della Liguria, cui Fazio è iscritto dal ’93, il presentatore da record avrebbe chiesto già ai tempi della registrazione del suddetto spot commerciale di essere cancellato dall’elenco dei giornalisti pubblicisti qualora la pubblicità fosse stata vissuta come una violazione del codice deontologico pertinente. In attesa di capire cosa deciderà il Consiglio di Disciplina, l’unico organo competente a decidere in materia, viene spontaneo chiedersi se tanta polemica nasca da una sincera sensazione di inadeguatezza ideologica relativa al giornalista in sé che presta se stesso alla volgare pubblicità commerciale, condannata a priori, o se invece non disturbi l’idea che relativamente a questa il soggetto giornalista abbia molto probabilmente ricevuto una lauta ricompensa.

Senza voler giustificare, condannare o assolvere qualcuno (tantomeno la pubblicità in sé), viene solo spontaneo chiedersi: dov’era lo stesso meraviglioso sbigottimento quando il duo Lerner-Feltri prestò la sua ironia allo spot Bistefani? E dove aveva gli occhi quando il Re Mike Bongiorno, anche lui pubblicista, fra un “allegria” e l’altro, mandando la pubblicità, appariva nella stessa, occupando l’intero palinsesto? E, ancora, dove erano le polemiche di oggi quando lo stesso Fazio divenne testimonial per aziende come Dash e Lottomatica? Perché se l’appello è rivolto al codice etico che richiama all’inadeguatezza della professione giornalistica prestata a mere logiche di marketing, allora varrebbe la pena che l’opinione pubblica iniziasse a indignarsi sempre, in maniera trasversale, e non solo quando il percepito politico-ideologico dell’imputato di turno fa più o meno simpatia. D’altronde, oltre al già citato caso del compianto Mike, non si ricorda polemica alcuna intorno alla giornalista pubblicista Antonella Clerici che all’Ordine ha esplicitamente preferito i cachet della Pubblicità…