La rivoluzione collettiva è un tema che attraversa la storia dell’uomo, da Platone a Marx e oltre. Il progetto politico rivoluzionario mira a un cambio di paradigma totale, alla rimessa in discussione di tutte le relazioni fra gli uomini. Talvolta questa idea si configura come una speranza millenaristica dai tratti fumosi e magnifici, altre volte prende le sembianze di un piano scientifico in cui tutto è regolato, ma la sostanza rimane sempre la stessa: un cambiamento globale ci vuole e si può attuare. Molto è stato scritto contro queste teorie e soprattutto in funzione conservatrice del presente. Spesso vengono bollate come utopie a cui oggi non si crede più perché sono tutte fallite. Quasi nessuno si chiede se l’ideologia del presente abbia mantenuto le sue promesse, dato che viene tacitamente accettata come unica possibilità contro alle fallimentari teorie rivoluzionarie. Nel quotidiano si può osservare come ogni progetto politico si proponga come innovatore, ad ogni elezione che stravolga la rotta di governo di un Paese si vive una speranza collettiva, purtroppo disattesa nella stragrande maggioranza dei casi. Questo fa nascere la bassa retorica antipolitica che è dilagante nei nostri giorni, ma che ha fondamento se si considera l’eccessivo idealismo con cui si guarda alla sfera pubblica. I migliori programmi possono infiammare i cuori, ma dovranno scontrarsi con le difficoltà, con gli uomini che cercheranno di portarli avanti, e, quasi sempre, finiranno per perdere quell’aura dorata che li ammantava quando erano solo teoria. Mai un progetto politico ha fatto nascere la società perfetta, probabilmente non lo farà neanche in futuro. Se a livello pubblico la battaglia deve (va sottolineato questo imperativo) essere costante ma avrà sempre risultati parziali, cosa si può dire riguardo al singolo?

La ricchezza di teorie che riguardano la salvezza o rivoluzione dell’individuo e altrettanto, se non più, grande: buddismo, cristianesimo, mistica di ogni genere e molte altre. Ciascuna scuola si distingue dalle altre per storia, pratiche, dottrine, influenze e molto altro, generando il panorama plurale di punti di vista a cui siamo abituati. Di questo dedalo di teorie vale la pena considerare un tratto che ne accomuna molte e che ricorre in varie forme: la presenza. Questo concetto si può ritrovare negli scritti di Seneca, nei testi zen, nei discorsi del Buddha, nei manuali di psicologia, praticamente ovunque, e indica una cosa semplicissima: fare attenzione. La pura e semplice consapevolezza dei propri sentimenti più profondi e la loro comprensione è qualcosa di distante dalla pratica quotidiana. Leggendo queste righe con attenzione ci si può accorgere della fondamentale inconsapevolezza e assoluta incoscienza di ogni gesto. Il cercare di essere consapevoli ci fa affondare con i piedi nel presente, abbandonando i miti del passato e i sogni inutili per il futuro. Quanta sofferenza si può evitare semplicemente facendo attenzione alle maschere che indossiamo e agli istinti che ci vivono? Queste sono le domande su cui l’Occidente si è concentrato parlando di presenza. Nella tradizione zen e buddista la presenza è il primo passo verso il satori, l’illuminazione. Quale che sia la finalità, l’essere presenti è il passo fondamentale verso il rivoluzionare la propria vita e mantiene ciò che promette in tempo breve. La rivoluzione individuale è l’esito della rivoluzione in Marx: l’uomo non era comunista per sovrastruttura, semplicemente era genuinamente disinteressato del mondo capitalistico e delle merci. Si può invece affermare che la rivoluzione individuale preceda quella sociale e ne costituisca un presupposto.