Da largo Giuseppe Mazzini, sede della Rinascente di Monza nonché inizio della zona dello shopping cittadino, fino alla pista ciclabile Villoresi passa poco, troppo poco. Sono necessari solamente 17 minuti per percorrere senza eccessiva fretta il tragitto. Se la camminata, invece, è dettata da altre esigenze, magari dalla crisi d’astinenza, il tempo di percorrenza può scendere anche a 12 minuti. Nella distanza tra questi due punti si celano tutte le contraddizioni di una città-vetrina come Monza.

Il volto più bello di Monza

Non troppo distante delle insegne colorate delle multinazionali della moda e del cibo, anche il piccolo capoluogo di provincia lombardo scopre di avere un proprio “boschetto di Rogoredo”. All’ombra dell’ormai ex sito tessile Fossati Lamperti del quartiere San Rocco, si sviluppa un percorso di perdizione e di emarginazione sociale che prosegue in crescendo fino a raggiungere il suo picco presso la pista ciclabile Villoresi, angolo via Ghillini. Transitando per questi pochi metri si ha l’impressione di essere stati catapultati sul set di una scena di Trainspotting, misurando così, in prima persona, la disperazione e la miseria che l’eroina lascia dietro di sé.

Collocato a pochi chilometri dal centro della città – tanto da poter sentire nitidamente il rumore del passaggio dei treni – il percorso ciclistico costeggia il fiume Lambro, all’altezza di via Ghillini. Qui si alza una muraglia di erbacce incolte alta metri e metri che rende impossibile ai passanti vedere cosa accade a pochi passi di distanza. Dietro il muro d’erba svettano un filare di alberi di fiume che, grazie alla loro folta chioma a cascata, creano un effetto separé dove i consumatori di eroina e di altre sostanze possono tranquillamente appartarsi in una dimensione estranea alla società. Già dalla stessa pista si possono notare sentieri battuti dal continuo via-vai di queste persone che lasciano il percorso e proseguono dirette verso l’oblio.

La pista ciclabile del canale Villoresi (Monza)

Seguendo le stradine e arrivando alla base delle chiome, ci si imbatte in un cimitero di siringhe, di carta stagnola bruciata, di lacci emostatici di fortuna: lembi di lenzuola, pezzi di indumenti, perfino reggiseni. E ancora contenitori di metadone, rimanenze di lattine tagliate, utilizzate probabilmente per scaldare e inalare cocaina o la stessa eroina. Ovunque immondizia di ogni tipo. C’è persino un letto improvvisato formato da una rete di ferro, simile a quelle utilizzate nei cantieri, e da alcuni teloni impiegati come materasso. In pochi sanno cosa succede esattamente in questo posto quando cala il sole e il buio conduce all’abbandono. La pista muta radicalmente il proprio volto: da luogo di transito e di attività sportiva, essa diventa un contenitore di disperazione ed marginalità sociale.

Mario (nome di fantasia) conosce bene il posto, ma ultimamente l’ha frequentato solo occasionalmente.

Fino a tre, quattro anni fa – ci racconta – era un luogo tranquillo, la gente andava a fare delle passeggiate sull’ansa del Lambro. Anche io le facevo. Entravo dal vicolo San Lorenzo, nella zona delle cinque curve, come viene denominata qui a Monza, e arrivavo fino a via Ghillini. Ci sono sempre state siringhe e fazzoletti sporchi di sangue, ma erano nascosti, lontani dall’occhio di un pubblico estraneo al mondo della droga. Negli ultimi anni, invece, c’è stata una crescita esponenziale. In poco tempo oltre alle siringhe si sono moltiplicati i residui di carta stagnola bruciata e di lattine tagliate per fumare l’eroina.

Mario ci spiega che

All’interno di questo piccolo boschetto si può trovare di tutto: oltre a siringhe, lacci emostatici e altro materiale prettamente usato per la fruizione di sostanze stupefacenti si possono scorgere veri e propri bivacchi, zone adibite a piccoli fuochi per scaldarsi del freddo, strutture di plastica improvvisate per ripararsi dalla pioggia o per sdraiarsi mentre l’effetto dell’eroina si diffonde per il corpo.

Mario non è più un ragazzino, nei suoi occhi si può leggere l’esperienza di una persona che ha visto tante situazioni spiacevoli, che conosce profondamente la durezza della vita. Sembra uscito da un romanzo degli anni ’70: una figura pasoliniana, riservata, ma che non ha paura di confessare.

Per circa un anno ho avuto un legame con l’eroina. Non l’ho mai iniettata in corpo, la fumavo. L’effetto, però, era ugualmente devastante.

Ogni tanto, ancora oggi, quando vive periodi particolarmente duri Mario si rifugia di nuovo nel mondo della droga, cercando un illusorio momento di pace. Questa motivazione lo ha spinto ad avvicinarsi alle dinamiche del parco della ciclabile Villoresi.


“La sera la zona del vicolo San Lorenzo è decisamente la peggiore”. E ce la descrive:

Quel luogo è il punto di ritrovo per tutti gli eroinomani di Monza: ci sono i “veterani”, che usano le siringhe, e i ragazzini, che bruciano e inalano la sostanza con la carta stagnola. Alcuni sono talmente persi che non notano nulla, neanche un nuovo arrivato, altri – in particolar modo i più giovani – hanno dei sobbalzi emotivi ogni volta che entra qualche viso non conosciuto.

Mario descrive nei minimi dettagli le dinamiche interne del luogo, tanto da raccontare anche il cambiamento che è avvenuto nel corso degli anni: da luogo prettamente di consumo degli stupefacenti a terra di spaccio, e anche di consumo.

Se si vuole raggiungere il luogo in cui la droga si vende, è necessario addentrarsi tra gli alberi e le erbacce del parchetto antistante la pista ciclabile:

È facile capire dove si posizionano gli spacciatori, basta seguire i sentieri tracciati dal diffuso andirivieni. Ci sono delle zone adibite allo spaccio e altre al consumo. Spesso gli spacciatori si posizionano ridosso della strada, dove è più facile e più veloce vendere a chi arriva in macchina e non si ferma a consumare nel boschetto. Tutto questo avviene in maniera abbastanza palese, sotto gli occhi di chiunque transita per quel luogo. Basta guardare la quantità di siringhe per terra. Ogni tanto, quando si cammina nel boschetto, si ha l’impressione di schiacciare e rompere qualche ramoscello, in realtà la maggior parte delle volte sono aghi di siringhe usati e abbandonati. Probabilmente questo è il luogo più frequentato per gli eroinomani nella zona di Monza.

Il boschetto della ciclabile Villoresi, per la propria collocazione logistica, è un punto strategicamente fondamentale per il business della droga: di giorno è nascosto dagli alberi, la notte è immerso nel buio. La strada che lo costeggia è una pista ciclabile, dunque con un traffico decisamente basso. Allo stesso tempo, però, è attaccato al centro, estremamente vicino alla stazione, perciò di facile raggiungibilità. Secondo Mario l’essenza stessa di questo parco nel cuore del comune lombardo è quella di

nascondere dall’immaginario comune il dramma della droga. Come se si volesse circostanziare a un solo quartiere tutto il dramma dell’eroina, come se Monza fosse estranea a tale problema.

La facile reperibilità delle sostanze e il prezzo basso – circa 20 euro per due punti di eroina e dosi da 20 o 40 euro per la cocaina – rendono questa piazza appetibile per il mercato non solo di Monza, ma di tutta la Brianza.

La pista ciclabile Villoresi appare come dimenticata, degradata, vittima della cecità istituzionale che continua a perseverare nelle politiche divisive dei siti urbani, trasformando i centri in vetrine e lasciando le zone limitrofe all’abbandono. Le confessioni di Mario si chiudono con una riflessione sui giovani, e sulla tristezza che prova nel vedere tanti ragazzi superare la barriera:

Io sono stato fortunato, sono riuscito a risolvere il mio legame con l’eroina da solo, senza dover ricorrere a nessun aiuto esterno, ma non tutti ci riescono. Ho avuto un lutto in famiglia per motivi legati alla droga, è stato straziante. Il problema è che molti ragazzi non sanno a cosa vanno incontro, pensano che sia un gioco, credono che non abbia conseguenze. Vedere tanti giovani appoggiati ai tronchi degli alberi a inalare eroina mi ha toccato profondamente.

E’ un dato tristemente noto quello della nuova impennata di consumo di eroina tra le masse, in particolar modo tra i più giovani. Spiega il dottor Giovanni Galimberti, responsabile del servizio dipendenza ASS-T (Azienda Socio Sanitaria Territoriale) Monza come “dopo anni in cui l’eroina era demodé, poco ricercata, poco usata, c’è stato effettivamente un ritorno. Soprattutto tra i consumatori giovani. Questo è il dato più preoccupante”. Un indicatore di tale allarmante tendenza è il report 2019 redatto dall’Osservatorio Europeo delle Droghe e delle Tossicodipendenza, secondo il quale tra i consumatori che sono entrati in trattamento specialistico per la prima volta nel 2017, e hanno segnalato l’eroina come droga primaria, il 25% ha indicato la via parenterale come modalità principale di assunzione, a fronte del 43% del 2006.

Il significato che si cela dietro questa statistica, secondo il dottor Galimberti, deve essere ricercato nel modo di concepire e sperimentare gli stupefacenti delle nuove generazioni.

Nel mondo delle sostanze c’è stato l’ingresso di tantissime realtà nuove, ma c’è anche una differente modalità d’uso delle sostanze “storiche”. Per esempio tra i più giovani, finché dura, l’eroina viene scaldata e fumata. Quindi fin quando riescono i ragazzi non se la iniettano. L’eroina è una sostanza con una fortissima capacità d’aggancio sull’utilizzatore: in un lasso di tempo abbastanza breve raggiunge quella che viene definita “capacità di tolleranza”, per cui ti prende tanto, ti prende subito e devi incrementarne l’uso. È chiaro – specifica – che l’eroina fumata viene assorbita dal corpo in una quantità minore rispetto a quella iniettata. L’effetto, però, è altrettanto pericoloso. E’ una questione meramente farmacologica.

Sempre secondo l’Osservatorio europeo, l’Italia si colloca al quarto posto nella classifica continentale per numero di persone ad “alto rischio” per motivi legati agli oppioidi. Il dato acquisisce ancor più valore se ad esso si incrociano le statistiche sull’utilizzo delle cosiddette “droghe fredde” (sostanze che hanno come focus quello dell’estraneazione del mondo) nei Paesi in cui la recessione economica è maggiormente evidente. La realtà di Monza non è esente da tale problema: in base alle statistiche fornite dal ASS-T il numero di pazienti eroinomani under 24 in cura nei centri specializzati è passato dal 10% del 2014 al 19% del 2017. Sebbene “parliamo di decine di unità – sostiene il dottor Galimberti – e non di centinaia, tale numero è un segnale che va considerato negli anni. Noi abbiamo passato un lungo periodo, fino al 2008-2009, in cui i nuovi utenti under 24 eroinomani erano un caso praticamente eccezionale. Non è più così”.

Se l’utilizzo delle sostanze stupefacenti è in oggettivo incremento, in particolar modo quello dell’eroina, resta ancora parzialmente oscuro il motivo della nuova crescita. Le ragioni di tale fenomeno, secondo l’esperto, vanno ricercate in due fattori principali: in primo luogo

ci sono state delle politiche tra gli spacciatori che, da un lato, hanno cercato di ripulire l’idea della sostanza in questione con un utilizzo apparentemente più innocuo, creando un nuovo inganno. Hanno reso l’eroina più accettabile, meno sporca, meno degradata, più sicura per quanto riguarda le malattie. Tutto un insieme di falsità che però tra i ragazzi in giovane età possono prendere pericolosamente piede. Il fatto stesso che l’eroina possa non essere iniettata è anch’esso una delle strategie utilizzate dagli spacciatori e dai grossi cartelli per rendere nuovamente accettabile e appetibile questa droga.

In secondo luogo, il responsabile del servizio dipendenza ASS-T di Monza pone l’attenzione sulla situazione sociale, e la diffusa depressione economica, come catalizzatrice del consumo tra i giovanissimi:

Come in tutte le fasi storiche e sociali, anche quelle delle sostanze, dopo un periodo lungo in cui la società si è aperta a un immaginario di crescita, di futuro, di possibilità, si sta passando in una periodo in cui il futuro appare più depressivo, e questo richiama sostanze come l’eroina, che sono sostanze fredde, che ti estraniano dal mondo, che non ti fanno pensare, che ti tranquillizzano. Al contrario, una sostanza calda come la cocaina ti proietta, in maniera alterata, nel mondo. Sono due sostanze che esprimono anche due filosofie diverse del modo di affrontare il mondo.

L’eroina sta dunque silentemente tornando nella vita comune della popolazione, e lo fa colpendo principalmente gli adolescenti. La gnugna, come viene comunemente soprannominata, sta vivendo un nuovo incremento proprio durante una fase storica in cui la disillusione rispetto futuro tocca picchi mai visti, dove la percentuale dei NEET – il 25,7% nel 2018 – raggiunge dati da capogiro, dove la stessa possibilità di creare una propria famiglia sembra essere messa in discussione. Il boschetto della ciclabile Villoresi a Monza, il bosco di Rogoredo a Milano o le piazze di Tor Bella Monaca e Scampia a Roma e Napoli, non sono altro che uno spioncino sul fallimento del sistema in cui viviamo. Il ritorno e la diffusione dell’eroina tra i giovani non devono essere concepiti come circoscritti a pochi ambienti, bensì, al contrario, come un aspetto del tracollo dell’intera società dei consumi, divisiva ed escludente.