Se ci fosse una porta aperta negli anni ’50 per un viaggio di sola andata, chi scrive la varcherebbe senza pensarci due volte. E la farebbe varcare all’umanità intera – a costo di passare per despota. Perché se è vero che il progresso è pur sempre auspicabile, a questo progresso è preferibile una zappa, uno pezzo di terra e un trattore.
Evviva il culto del lavoro! Quello del contadino dalle mani incallite che parte alle cinque del mattino e rientra alle sei di sera, quello che porta a casa i pomodori appena raccolti, la frutta fresca di stagione cresciuta a chili di concime animale! Qui ci si dà da fare, si suda e si cresce: si diventa uomini e donne responsabili, con la testa sulle spalle. Non c’è spazio per i protobischeri e i cialtroni, per chi oggi ha descritto e continua a descrivere questa felice contea come un mondo di ignoranza, di superstizione e credulità. Ebbene, se l’ignoranza è stata sostituita dai sofismi, se il razionalismo tecnico-scientifico ha preso il posto della superstizione e se la laica religione del consumo ha più diritto di esistere della semplice e credulona religiosità, allora viva l’ignoranza! Questa burbera, sana ignoranza; che poi è tutta umana semplicità, ripudio dei sofismi, timore di Dio, senso del dovere e rispetto dell’altro in quanto Lavoratore, in quanto Uomo.
Tanto basta per essere considerati medievalisti? Sì, forse lo siamo pure. Anzi, dateci pure queste etichette, considerateci appestati, pazzi e retrivi! «Noi ci sentiamo profondamente lontani, nemici anzi della cosiddetta “cultura moderna”, così povera di contenuto, così scintillante di false ricchezze tutte esteriori, sia che essa si pavoneggi nelle prolusioni Universitarie o che, filantropica, scenda nelle Università popolari a spezzare agli umili il pane della scienza moderna. Ci muove a pietà questa povera coltura moderna». È il 1914 e – neanche a farlo apposta – cento anni dopo non ci resta che prendere e mangiare delle parole di Agostino Gemelli. E che coraggio aveva nel criticare la cultura a lui contemporanea! Avrebbe dovuto vedere la nostra! Quella del Mc Donald’s o del Burger King col panino di gomma e il pollo all’ormone, quella delle discussioni accademiche che dicono tutto per non dire niente, quello della superiorità culturale tutta borghese che si chiude nei salotti radical-chic parlando di filantropia e amore collettivo e riduce tutto ad una eziologia da strapazzo, ammorbata di cieco sentimentalismo, il quale ha come unico risultato quello di rendere più cieco persino un non-vedente. Perché #lovewins, anzi, #lovewinsforeveroverlimit, e #refugeeswelcome. Siamo ancora col Gemelli quando dice che «Noi abbiamo paura di questa coltura moderna, non perché essa alza le sue armi contro la nostra Fede [e chi scrive non abbraccia questa o altra fede], ma perché strozza le anime uccidendo la spontaneità del pensiero. Ancora. Noi ci sentiamo infinitamente superiori a quelli che proclamano la grandezza della coltura moderna. Questa è infeconda ed incapace di creare un solo pensiero ed al posto del pensiero ha eretto a divinità la erudizione del vocabolario e della enciclopedia».

Provocazione? In gran parte. Qui non si tratta di ritornare al passato, ma di far proprio lo spirito del mondo di ieri, i suoi valori, quelli che, utilizzando un lessico pasoliniano, sono i modelli culturali reali. Modelli rinnegati in nome di quelli imposti dal centralismo del consumo, che, prima di culminare la sua parabola qui, in questo ferro vecchio d’Europa, ha già avuto modo di inseminare il suolo americano. Nel ’73 Pasolini, in un articolo apparso sul Corriere definiva il cattolicesimo, unico fenomeno in grado di omologare gli italiani, concorrente «di quel nuovo fenomeno culturale “omologatore” che è l’edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo potere già da qualche anno ha cominciato a liquidarlo». Iattura. Il tempo è compiuto e del cattolicesimo non è rimasto che un laicissimo edonismo di massa. Ma forse la storia andava per conto suo, ed era inutile opporvisi. Perché la civiltà cambiava, o quanto meno nell’aria si respirava tale sentimento. Viva il consumo, abbasso la realtà, la genuinità, la semplicità ripudiata persino da chi nelle sue fasce era stato avvolto. Ed è sempre Pasolini che nello stesso articolo – come un fiume in piena – vomita il suo disprezzo per questo modello culturale. Dove i sottoproletari che hanno sottoscritto il loro atto di ricusa nei confronti del proprio modello culturale? «[…] Erano fieri del proprio modello popolare di analfabeti in possesso però del mistero della realtà. Guardavano con un certo disprezzo spavaldo i “figli di papà”, piccoli borghesi, da cui si dissociavano, anche quando erano costretti a servirli. Adesso, al contrario, essi cominciano a vergognarsi della propria ignoranza: hanno abiurato dal proprio modello culturale (i giovanissimi non lo ricordano neanche più, l’hanno completamente perduto), e il nuovo modello che cercano di imitare non precede l’analfabetismo e la rozzezza. […] Naturalmente, da quando hanno cominciato a vergognarsi della loro ignoranza, hanno cominciato anche a disprezzare la cultura (caratteristica piccolo-borghese), che essi hanno sùbito per mimesi». E via così, Pasolini descrive, al contrario, il processo di sottoproletarizzazione della cultura borghese, una cultura madida di tecnologismo che ingessa lo sviluppo delle qualità intellettuali e morali.

Cos’è allora questo ripudio della vita semplice e genuina, e soprattutto cos’è ancora questo incenso rivolto al feticcio del progresso? E si badi bene: non il progresso in sé, bensì il progresso in quanto ideologia. Il progresso lo accetteremmo pure, se non fosse idolatrato, elevato all’altare delle massime aspirazioni dell’uomo. Se volessimo restare fedeli all’analisi pasoliniana, dovremmo a tal proposito tenere a mente la distinzione tra sviluppo e progresso. Ma i tempi sono cambiati: lo sviluppo pare esserci – o esserci stato. E il progresso? Non è tanto più un’aspirazione ideale da raggiungere, è una meta finale obbligatoria, da ottenere con tutto l’uso delle risorse spendibili. Il progressismo è la nuova ideologia, quella che si ostina a ripetere che al di fuori di questo mondo non esistono altre aspirazioni possibili, al di fuori di questa Europa c’è il nulla, al di fuori dell’Università c’è l’ignoranza, al di fuori di questo esclusivo circuito non c’è altro. C’è solo umana, perfida, bigotta ignoranza. E contro questo progresso noi preferiamo restare nell’ignoranza, quella sana, quella che ci fa restare con gli occhi vigili, con la testa tra le mani:

– Lei è ignorante?
– Sì!
– Bravo, viva l’ignoranza! Tutti così dovrebbero essere. E se ha dei figliuoli, non li mandi a scuola, per carità! Li faccia sguazzare nell’ignoranza!

Ne uccide più la scuola che la spada.