di Roberto De Albentiis

Un tempo, per zittire l’interlocutore, bastava dargli del “fascista”: tale magica parolina, a prescindere dalla reale o meno fede politica dell’interlocutore, riusciva a zittirlo, a farlo sentire umiliato, a raccogliere contro di lui i consensi del contro-interlocutore antifascista; tale simpatica pratica, oltre ad insterilire il dibattito, nel corso degli anni aveva anche portato al ferimento e persino alla morte di numerose persone (“Uccidere un fascista non è reato”, “Hazet 36, fascista dove sei”, “Fischia ancora il vento”…). Ma gli oscuri anni ’70-’80 sono passati, il rosso non va più di moda, e, in tempi di società liquida e post-moderna, esso è stato sostituito dal multicolore e più rassicurante arcobaleno; la sostanza però non è cambiata: basta anche stavolta discostarsi, anche di poco, dall’ortodossia ufficiale, e i nuovi censori del politicamente corretto ricorreranno alla coppia di parole magica (“apertura mentale”) da inserire a piacimento in una qualsiasi frase.
Il problema è: cos’è l’apertura mentale, come la si dimostra? Perché “apertura mentale” è tutto e niente, come tutto e niente è diventata, ad esempio, la parola “diritto” (oggi si ha “diritto” a tutto, e molto probabilmente “diritto” è diventato sinonimo di “capriccio”). Criticare le politiche migratorie è segno di “scarsa apertura mentale”; non essere d’accordo con le nozze gay o con l’utero in affitto è segno di “totale chiusura mentale”; essere critici delle politiche dell’Unione Europea è essere “populisti” (ci sta sempre bene); all’opposto, essere a favore delle nozze gay e contro le “discriminazioni” (quali che siano, e tanto anche questa parola vuol dire ormai tutto e niente) è diventato segno di massima “apertura mentale”, e quindi, dell’essere OK nella nuova società.

Proviamo, invece, ad elogiare la “chiusura mentale”; operazione difficile, stante il continuo bombardamento mediatico cui siamo sottoposti, ma ci si proverà ugualmente.
Essere contro la svirilizzazione dell’uomo (visto ormai come unico responsabile di tutte le sofferenze e i problemi femminili) è essere “per le discriminazioni” e “sessisti” e, quindi, “chiusi mentalmente”; ribattiamo: se opporsi alle idiozie, senza senso, femministe è essere “chiusi di mente”, questo è un vanto!
Essere critici della malagestione delle politiche migratorie (e il grande numero di notizie relativa a crimini compiuti da “profughi” scappati dai centri di identificazione parrebbe avvalorare tali critiche) è essere “razzisti” e, quindi, “chiusi di mente”; ribadiamo: se pretendere sicurezza, se criticare l’ignorare i problemi, sempre più crescenti, dei nostri concittadini è essere “chiusi di mente”, questo è un vanto!
Essere sarcastici o critici nei confronti del Gay Pride, criticare la svalutazione del matrimonio o, peggio, la mercificazione della donna e del bambino causate dalle adozioni gay e dall’utero in affitto, è essere “omofobi”, e, quindi, “chiusi di mente”; ribattiamo: se difendere la maternità e l’infanzia (e, anche, il semplice decoro e buongusto) è essere “chiusi di mente”, questo è un vanto!
Essere sarcastici o critici nei confronti delle ultime mode vegan-animaliste o pseudo-religiose new age è essere “irrispettosi” (poi si può chiaramente insultare il credo della maggioranza degli italiani, questo è essere invece “aperti di mente” e “tolleranti”) e, quindi, “chiusi di mente”; ribadiamo: se esercitare il proprio diritto alla libertà d’espressione è essere “chiusi di mente”, questo è un vanto!
Difendere le proprie radici culturali e religiose (questo, oggi, un vero atto rivoluzionario) è essere sommamente “chiusi di mente”ribadiamo nuovamente: se credere in qualcosa che ha fatto la nostra storia, sia personale che comunitaria, è essere “chiusi di mente”, questo è un vanto!

Essere “chiusi di mente” è, in realtà, avere una storia ed esserne eredi, è stare con i piedi stabilmente piantati per terra (e le varie teorie queer e gender hanno minor dignità e rigore scientifico delle teorie astronomiche di Aristotele), è non gettare il cervello all’ammasso nel tritacarne progressista, è esercitare il proprio senso critico.
C’è molta più intelligenza in un contadino o in un meccanico che non sono andati oltre la scuola dell’obbligo che non in un qualsiasi pseudo-intelettuale semicolto che pretende di avere il monopolio del sapere e della creanza, spesso solo perché “legge” (i giornali giusti, ovviamente, cartacei – “Repubblica”, “Corriere della Sera” – e online – “HuffPost” su tutti – ) e ha “viaggiato” (aka, ha fatto un Erasmus o è stato una settimana in un posto alla moda); il contadino e il meccanico, magari, non conoscono il Premio Strega, ma, quantomeno, non vanno dietro a chimere modaiole (e come diceva Chesterton, chi sposa la moda è destinato a rimanere vedovo), e soprattutto rimangono con i piedi ben piantati a terra. Se qualcuno dirà “Sei di mente chiusa/Hai una chiusura mentale incredibile”, ci si rallegri di ciò: vuol dire che, molto probabilmente, si è rimasti critici e pensanti, si è rimasti, in pratica, vivi, e, forse, anche se non sarà oggi evidente, si avrà ragione da vendere.

L’”aperto mentalmente”, di solito, frequenta solo i propri simili (“colti”, “raffinati” e “superiori”), e tende a discriminare ed escludere chi non la pensa come lui (alla faccia, poi, dell’antirazzismo di facciata); il miglior modo per combattere l’idiozia dilagante (ovvero, l’”apertura mentale”) è irriderla, prenderla schiettamente e sanamente per i fondelli, e, soprattutto, essere sé stessi e avere le proprie idee, non essere ciò che vogliono i grandi media e le prestigiose accademie, o pensare come vogliono loro.
E a chi, ancora, vi obietterà di avere la mente “chiusa”, voi rispondere che troppa “apertura mentale”, però, fa volare via il cervello.