Che il fumo danneggi gravemente la salute di te e di chi ti sta intorno è ormai slogan arcinoto, così come diffusissimi sono dati di ordine medico, commerciale e statistico inerenti all’argomento “fumo”. Obliterata la sua natura di piacere/vizio, esso si presta non solo alle intransigenti, polemiche, spietate opinioni dei salutisti. Smembrato in sottoproblemi, sottoargomenti, sottodiscussioni, sembra fornire estrema soddisfazione anche agli amanti dell’attualità fine a sé stessa, quella delle last news più che quella dell’informazione. Dietro i nomi di “analisi”, “critica costruttiva”, “ragionamento” si cela una mostruosa tendenza alla problematizzazione che tende progressivamente a staccarsi dall’uomo e dalle sue ragioni, da quelle osservazioni di carattere antropologico che muovono da evidenze, dalla realtà delle cose, invece di prescinderle. Mentre tutto è buono come argomento di talk show o come spunto per filosofeggiare, ciò che è più vero non è nient’altro che ciò che è più manifesto -e che tuttavia sfugge allo sguardo dei più.

Tra i tanti sistemi sponsorizzati per la dissuefazione dal fumo si trova l’ e-cig, meglio nota come sigaretta elettronica. Lasciando da parte stime, valutazioni e statistiche, ciò che a tutti è possibile osservare è che sia notevole non solo la dilagante catena di rivenditori ma anche la vastità del pubblico di consumatori del nuovo strumento. Passato forse  più di un anno da quando la moda, da poco esplosa, ringalluzziva i suoi avventori, si è passati ad una fase stanca, esasperata ed esagerata di promozione, diffusione ed utilizzo di tale prodotto, sintomo evidente che i tempi sono pronti per maturare qualcosa di ulteriore. A passaggio non ancora avvenuto, in questa fase di mezzo non ancora esaurita, è impossibile non considerare coloro che armeggiano con l’attrezzo in questione (soggetti imbelli,  ex pionieri di una novità inflazionata) con la stessa tristezza di fondo con cui si guarda ad un fallimento inaspettato o ad un fallito inconsapevole. Sembra infatti di assistere ad uno scenario antropologico in cui l’uomo, coerente con gli input ricevuti dal mercato, mette in atto una sorta di rifiuto del proprio “lato oscuro”, abbandonandosi ad una esasperata e modernista tendenza alla “trasparenza”. Non che si voglia elogiare in sé per sé qualche forma di dipendenza o di viziosità, anzi. Si vuole soltanto evidenziare una sorta di latente (ma non troppo) oscurantismo nei confronti della propria fallibilità.

Nell’ordine naturale delle cose, il piacere genera la sua degenerazione ovvero il vizio, desiderio compulsivo di qualcosa che è divenuto fisiologicamente irrinunciabile. Una volta insorto, quest’ultimo non può che sussistere, se assecondato, o, in caso contrario, morire se estirpato. Al contrario, nell’ordine artificiale delle cose, non ci si accontenta di scegliere tra queste due possibilità. Si pretende anzi di non scegliere, di emancipare il vizio dalla propria natura, di “purificarlo”, di renderlo un ibrido somigliante al piacere. Ecco allora come la sigaretta elettronica, perfetto esempio di feticcio creato dalla modernità, si fa portatrice del miraggio di una trasparenza in virtù della quale si può essere dipendenti da qualcosa senza per questo considerarsi viziosi. Al paradosso del “buon vizio”, figlio di un perbenismo salutistico e morale, corrisponde dunque la morte del “vizietto”, del piacere illecito bonariamente concesso. Nel tentativo di eliminare quest’ultimo, stigmatizzandolo senza pietà, l’individuo inizia a perdere ogni capacità di indulgenza verso sé stesso, a concepire come ostile ed incomprensibile la propria natura.

Nel tentativo di farsi “uomo perfetto” l’individuo si è dunque ridotto ad automa, imperfettibile come sempre, privo di naturalezza più che mai. Desiderio di fumo o caffeina? Via la combustione e la vecchia moka. C’è la sigaretta elettronica (agile, pratica, ergonomica, colorata) alla caffeina, un concentrato di gusto e purezza. Che importa se in pochi minuti si esaurisce tutto in un rito che non ha tradizione e che non dà soddisfazione, se il cammino della perfettibilità implica l’assoluzione morale ma produce impulsi isterici. Vietato desiderare, soddisfare, assolvere, pentirsi. Chi ha più il tempo di desiderare, se ormai tutto è a strettissima ed immediata disposizione? Se esaurisco il piacere del caffè o della sigaretta in una dose chimica di sostanze assumibili ad orario, in solitaria, come fossero pasticche per la pressione? Se la fine di una “cattiva” dipendenza, è sancita paradossalmente dall’inizio di una “buona” dipendenza?

“Mi pareva di aver sciolto il problema angoscioso. Non si era né buoni né cattivi come non si era tante altre cose ancora. La bontà era la luce che a sprazzi e ad istanti illuminava l’oscuro animo umano. Occorreva la fiaccola bruciante per dare la luce (nell’animo mio c’era stata e prima o poi sarebbe sicuramente anche ritornata) e l’essere pensante a quella luce poteva scegliere la direzione per moversi poi nell’oscurità. Si poteva perciò manifestarsi buoni, tanto buoni, sempre buoni, e questo era l’importante. Quando la luce sarebbe ritornata non avrebbe sorpreso e non avrebbe abbacinato. Ci avrei soffiato su per spegnerla prima, visto ch’io non ne avevo bisogno. Perché avrei saputo conservare il proposito, cioè la direzione”.
Italo Svevo, La coscienza di Zeno