Si è parlato molto in questi giorni della questione della legge elettorale, a seguito dell’approvazione della legge nuova elettorale italiana, l’Italicum. Ma al di là del caso italiano, che ci limiteremo semplicemente qui ad accennare, la domanda è: esiste un sistema elettorale perfetto? Esiste cioè un sistema elettorale preferibile a tutti gli altri? Spesso si dice che il sistema elettorale perfetto non esista, che ogni sistema di votazione riguardante il metodo democratico possieda delle imperfezioni; che la coperta, in questo ambito, sia sempre troppo corta da un lato o dall’altro. La riflessione che vorremo qui intraprendere riguarda il tentativo di trovare, se non la formula elettorale perfetta, quella che maggiormente è conforme al metodo democratico ed ai principi della democrazia rappresentativa, intesa come forma di governo in cui il popolo elegge i propri rappresentati affinché essi governino e facciano le leggi secondo i bisogni della collettività tutta. Perché anche e sopratutto a causa degli errori che si verificano nella scelta del sistema elettorale, diverse democrazie europee sono degenerate ora in partitocrazie, ora in oclocrazie, svilendo così il significato e la ragion d’essere della stessa politica quanto dell’esercizio democratico.

Si potrebbe a questo proposito prendere in considerazione l’Inghilterra ed il sistema elettorale inglese. Perché proprio l’Inghilterra? Innanzitutto perché, al di là della nomenclatura ufficiale, essa può essere definita una monarchia costituzionale/parlamentare già dalla fine del secolo XVII, quando Carlo II Stuart cedette alle richieste del Parlamento inglese che, dopo aver giustiziato il “rivoluzionario” Re Giorgio, in rotta di collisione con la tradizione monarchico-parlamentare del Paese, chiedeva il ripristino dell’antico rapporto di collaborazione e di rispetto da sempre vigente tra il Re ed il Parlamento. A seguito di quella prima rivoluzione, una rivoluzione conservatrice, nacquero i primi due grandi partiti inglesi, antenati dei moderni partiti liberali e conservatori: i Whigs e i Tories. Partiti responsabili che, a seguito della prima rivoluzione inglese, sono già nel 1670 detentori di una maturità politica ed un senso di responsabilità che li avrebbe contraddistinti fino ai giorni nostri. Madre del parlamentarismo, e tutore dell’equilibrio fra poteri, l’Inghilterra possiede oggi il sistema elettorale che più di tutti regola e disciplina il gioco democratico e nello stesso tempo nutre di essenzialità ed efficienza la democrazia, preservandola da personalismi, giochi di potere e sistemi di alleanze precarie. Vediamo perchè.

In Inghilterra vige il così detto Majority System, un sistema maggioritario che, oltre a limitare la rappresentanza delle minoranze politiche, e dunque a snellire l’attività del potere legislativo e di quello esecutivo, usufruisce del sistema uninominale, basato sulla divisione del territorio in tanti collegi elettorali quanti sono i parlamentari concorrenti ai seggi camerali. Il candidato che ottiene la maggioranza relativa nel collegio uninominale conquista il seggio. Chi vince prende tutto. Qual è il grande vantaggio di questo sistema elettorale? Innanzi tutto il fatto che esso ha come esito la formazione di una maggioranza solida ed omogenea, spesso non veritiera espressione della volontà popolare (ed in questo risiede il limite), che usufruisce di un’ampia libertà di manovra e di azione, della possibilità cioè di attuare il proprio programma politico senza ostruenti opposizioni che rallenterebbero l’iter legislativo e l’attività di governo. Il sistema dei collegi uninominali è un dettaglio significativo per quel che riguarda la qualità della classe politica; per conquistare il seggio, infatti, il partito è costretto a presentare al collegio un candidato in grado di prendere la maggioranza relativa, e dunque nella maggior parte dei casi si è costretti ad alzare il livello morale e politico del candidato. Candidato che, a sua volta, sarà costretto ad entrare in contatto con gli abitanti della circoscrizione territoriale per “guadagnarsi” sul campo il consenso politico. La partecipazione del popolo sovrano è dunque centrale. Sia perché esso ha la possibilità di conoscere il candidato al quale consegnerà il seggio sia perché, alla fine del mandato, la maggioranza di governo viene per così dire sottoposta al giudizio del popolo che, tornando alle urne, deciderà se affidare nuovamente il governo a quella determinata maggioranza, responsabile nel bene e nel male dei provvedimenti presi, oppure concentrare il voto sulla forza forza politica precedentemente schierata all’opposizione. Questa alternanza di governo, in cui è chiara al popolo la responsabilità o meno di eventuali fallimenti o successi politici, è l’essenza del metodo democratico, l’abbinamento perfetto dei due principali ingredienti di una democrazia rappresentativa sana: popolo che sceglie e, alla fine, giudica, e rappresentanti che governano senza intoppi, avendo dal popolo ricevuto l’incarico di rappresentarlo.