Ragionare su come oggi venga percepita la sconfitta,  mette sin da subito nell’imbarazzo di non poter utilizzare termini come impegno, fatica, soddisfazione, consapevolezza. Contemporaneamente risulta difficile, a livello percettivo, una distinzione su scale d’importanza tra grande e piccolo fallimento –entrambi degni, per isteria collettiva, di uno stesso grado di disperazione. Con la crescita delle proprie risorse, l’incentivo al progresso, lo sviluppo tecnologico,  è come se l’uomo sentisse di aver in parte trasceso i propri legami con l’umanità mentre la perfezione sempre maggiore dei risultati raggiunti lo ha reso disavvezzo alla propria fallibilità. Si è molto più abituati oggi all’idea di successo e di vittoria, il cui volto è pubblicizzato, latente, dietro la campagna di reclutamento della modernità: la promessa dell’istantaneità, del tutto e subito, del futuro, del progresso, della massima funzionalità, vanno infatti di pari passo con una dilagante insofferenza verso tutto ciò che è lento, tradizionale, potenzialmente fallimentare. Le leve della modernità sono cresciute come esseri rampanti aventi a disposizione infiniti mezzi per potenziare le proprie capacità e le armi elettroniche di cui sono in possesso, hanno abituato a tenere sottocontrollo le proprie relazioni –sociali e lavorative- in tempo reale, così come a gestirle. L’utilizzo quasi compulsivo di tali strumenti, ha portato ad una sorta di inconscia traslazione macchina-uomo secondo la quale le potenzialità dello strumento sono state sommate alle potenzialità dell’individuo: ‘ciò che l’uomo può fare con’ è divenuto ‘ciò che l’uomo è in grado di fare’. Facendo affidamento su risorse esterne invece che proprie si rivela rischioso quando si devono varcare soglie oltre le quali tali risorse non sono utilizzabili ed è proprio lì che l’uomo spogliato di esse come delle sue illusioni, si trova di fronte alla propria natura fallibile, divenuta oggi la sua disperazione.

L’uomo non sa di conseguenza distinguere cosa è degno di essere compianto: se un tempo la consapevolezza della propria umanità unita all’esperienza, permetteva di elevare, gradualmente, la propria soglia di sopportazione insegnando a tollerare il tollerabile e a sopportare con dignità, oggi tutto è danno, miseria e fonte di afflizione. Più che un susseguirsi di esperienze giornaliere, la vita sembra essersi ridotta ad un quotidiano susseguirsi di battaglie campali. Nella battaglia-vita, il combattente moderno gode di una forza e di una risolutezza che sono solo apparenti: egli è in realtà tremendamente fallibile ed insicuro, a causa del suo essersi disabituato all’eventualità della sconfitta. D’altra parte, egli non solo non la accetta , ma qualora vi incorra la supera con difficoltà, ormai incapace di scorgere la carica pedagogica che essa contiene.

Inoltre, l’educazione familiare che in questo senso dovrebbe insistere, mostra di subire una modernizzazione che la rende incapace di trasmettere la necessità di subordinarsi ad una autorità, in primis quella dei genitori, poi quelle extra familiari  scolastiche, religiose, politiche. La modernità che porta l’uomo a voler misurare le proprie esperienze coi metri dell’immediatezza, portandolo così ad un perenne in adeguamento tra la vita umana e la sua fallibilità e gli standard delle macchine con cui vive, ha condotto ad una arroganza di pensiero dilagante che porta all’indisponenza nei confronti di chi impartisce norme. Alla luce di questo, forse non sono tanto lontani e privi di collegamento il fatto che oggi  si dotino non solo adolescenti ma bambini di smartphone per giocare e il fatto che il genitore sia sempre più incline a difendere la condotta del figlio di fronte ad un professore di scuola che ne denuncia mancanze in educazione o profitto. Nel contesto dell’educazione genitore-figlio, si ritrovano quegli elementi accennati in precedenza: tecnologizzazione (che è una latente diseducazione alla sconfitta) e incapacità di superare quest’ultima e di accettarla derivante dalla mancanza di autocritica.