di Emanuele Mastrangelo

Nel dibattito che si è proficuamente intrecciato con l’ottimo Antonio Martino cominciano a emergere – com’era logico aspettarsi – le convergenze piuttosto che le divergenze. È largamente condivisibile l’analisi che il Nostro compie circa la situazione attuale dell’Italia: nazione snaturata, guidata da una oligarchia asservita a lobby e poteri antinazionali e determinata in maniera più o meno consapevole a svendere i diritti del popolo ai propri referenti extracostituzionali. Dimentica però Martino di considerare il fatto che uno degli elementi che ha condotto alla situazione attuale è stato proprio l’abolizione del servizio di leva, che ha tolto uno dei cordoni ombelicali dell’individuo alla collettività e che bon gré ma gré era uno dei pochi, residui centri di resistenza di un patriottismo considerato – Italia unico caso al mondo – come un disvalore da stigmatizzare, vilipendere e ridicolizzare. E non è un caso se oggi – tolte le grottesche parodie alimentate dal calcio – le uniche manifestazioni di patriottismo genuino e trascinante perfino per gli ignavi vengono tenute solo laddove vi siano raduni di ex militari, primo fra tutti quello degli Alpini. D’altro canto non senza argomenti penetranti Martino sostiene che in uno Stato che tale più non è, dotarsi di un ennesimo strumento di pedagogia nazionale rischia di ritorcersi contro le migliori intenzioni che animano tale ritorno al passato: è vero che “al momento attuale la Patria si serve resistendo a chi la governa, non giurando innanzi a loro”. Resta allora il dilemma di dove cominciare a ricostruire questa Patria che ci è stata scippata da una banda di traditori senza pudore.

Il problema dunque si sposta dalla necessità per un generico Stato nazionale di un servizio militare obbligatorio (cosa su cui c’è convergenza di idee) all’opportunità di dotare questa Italia, in questo momento e con questo regime al potere di uno strumento che gli consenta di gestire tre-quattrocentomila giovani ogni anno. Chi è scettico sostiene che si fornirebbe solo all’oppressione un’ulteriore arma, o, nella migliore delle ipotesi, si sprecherebbe solo il denaro pubblico. Chi invece vede con favore questa ipotesi suggerisce invece che comunque il servizio militare obbligatorio potrebbe costituire il germe per la ricostruzione di – inizialmente piccoli, poi sempre più massicci – gruppi di giovani animati da sentimenti patriottici, solidarietà e virtù civiche.
Insomma, qui siamo un po’ come in un consulto fra medici: che il paziente sia grave (molto grave) è sotto gli occhi di tutti. Che una certa terapia possa giovargli, è anche questo pacifico. Il problema è solo capire se questa terapia possa iniziare subito malgrado eventuali effetti collaterali, oppure se non è il caso di procedere con altre strade propedeutiche a una sua somministrazione successiva.

Volendo in conclusione sostenere la tesi secondo la quale gli effetti collaterali della terapia “ritorno alla leva obbligatoria” sarebbero senz’altro trascurabili rispetto ai benefici che se ne otterrebbero se la si applicasse il prima possibile. Non si può infine non citare un argomento: tutti i principali sponsor della distruzione della nazione italiana sono nemici giurati della leva, delle istituzioni militari e delle tradizioni che si tramandano nelle caserme. Se l’Italia imbrocca la giusta posologia per questa medicina non è escluso che possa essere il primo, importante, passo in direzione di quella terapia vermifuga di cui il nostro paese ha disperato bisogno prima che venga definitivamente divorato vivo dai suoi parassiti.