di Gianluca Giansanti

Giovedì 21 luglio 2016, ore 8:00, Roma: un raggio di sole dilacera i poveri resti della bruma mattutina mentre il convulso ed imperituro brulicare metropolitano ha ripreso il suo diuturno movimento. Il termometro tocca già i 28°. La lunga lingua d’asfalto rovente del Grande Raccordo Anulare, tragicomico compagno di vita del lavoratore romano, è presa d’assalto da un esercito in armature metalliche e resine sintetiche. È traffico, moderna livella sociale: ai poveri lavoratori non resta che l’utile distrattivo radiofonico. Ad allietare ed alleggerire il pesante fardello mattutino non poteva che essere l’immancabile comparsata della terza carica dello Stato: Laura Boldrini. L’eminentissima Presidente della Camera dei Deputati interviene con un breve e conciso proclama (di 56 minuti) su un’emittente radiofonica di portata nazionale per rilanciare con rinnovata vigoria la sua persistente e perdurante lotta per i diritti civili con la solita imparzialità che tanto contraddistingue il suo modus operandi. La questione che tanto sta a cuore alla moderna suffragetta non riguarda le esangui finanze delle famiglie italiane bensì una campagna di cardinale importanza sociale e morale con tanto di “hashtag”: #èoradichiederescusa.

La Presidente della Camera, in apertura d’intervento, mette subito in chiaro la questione con i radio-ascoltatori: tale campagna è volta all’esclusiva sensibilizzazione degli “uomini che non sanno relazionarsi in modo sereno e paritario […] e hanno un serio problema a vivere”. I toni funerei e contriti recidono nell’ascoltatore le ultime speranze d’arrivare indenne sul posto di lavoro. L’ovvietà delle affermazioni è disarmante: dalle immancabili e giuste raccomandazioni sul dover denunciare gli uomini violenti  (ci mancherebbe altro!) all’auto-commemorazione per aver istituito a Montecitorio la celeberrima “Sala delle Donne”, sino ad arrivare ai consigli sulle favole sessiste, sull’educazione sentimentale e di genere e sulla corretta declinazione della lingua italiana. Molti ascoltatori, quelli deboli di stomaco, cambiano canale dopo tre minuti, mentre solo i più forti e curiosi riescono ad arrivare sino all’ultimo dei cinquantasei minuti d’intervento. I pochi fortunati ascoltano la brillante Cura Boldrini all’incancrenito maschilismo della società in cui viviamo (come se porre una “a” alla fine di ogni sostantivo possa dare alle donne il rispetto che meritano per natura) e passano attraverso quello che è un vero e proprio bollettino di guerra nel quale le donne rischiano la vita ogni secondo a causa di violenze psicologiche ed epiteti sessuali ed in cui come unico dato (in 56 minuti d’intervento!!) viene addotto il fatto di “avere dei dati”. La formula della trasmissione prevede un lungo ed ininterrotto monologo senza possibilità di controbattere o replicare; eppure a tale discorso si sarebbero potute opporre due obiezioni sulla validità del concetto “femminicidio” sventolato costantemente dal 2013 ad oggi: un’obiezione articolata a livello semantico ed una a livello statistico.

Livello semantico

Il termine femminicidio sovente lascia interdetti: è una bruttura di questo decennio. Nella lingua italiana le parole terminanti col suffisso –cidio sono moltissime e vanno usate con parsimonia e moderazione: omicidio, eccidio, uxoricidio, infanticidio, genocidio, matricidio, parricidio; insomma chi più ne ha più ne metta. Cosa significano questi sostantivi? Prendiamo ad esempio il più comune ossia il termine “omicidio”: ovviamente siamo in campo latino, homicidium, termine composito che indica chi uccide una o più persone. Il fatto che tale termine contenga il prefisso homo- non deve trarre in inganno poichè i nostri antichi padri davano a tale sostantivo un significato non di genere bensì universalistico: “essere umano”, indipendentemente dal genere, dall’orientamento sessuale o dal rapporto fisico intercorrente tra l’uccisore e l’ucciso. Quindi da dove nasce il bisogno del neologismo in questione? La Presidente della Camera ha identificato il femminicidio come un crimine “contro le donne in quanto donne” e “commesso da chi è in relazione sentimentale con la vittima”. Partendo dal presupposto che tale descrizione implicitamente assume la sistematicità di tali crimini bisogna ricordare l’esistenza di un termine desueto e poco utilizzato: uxoricidio. Bisogna convenire però che il termine femminicidio è sicuramente più duro, forte, giornalisticamente ben spendibile, strumento perfetto ed affilato per carpire l’attenzione dell’uditore ed infondere senso di sdegno e timore.

Livello statistico

Qui bisogna obbligatoriamente avvalersi di dati fattivi e concreti, ad esempio un rapporto dell’ONU  facilmente reperibile in rete. Come si può evincere l’Italia risulta essere uno dei paesi in assoluto più sicuri per il sesso femminile (superata solo dal Giappone) con 0.5 donne uccise ogni 100.000. Ovviamente questo non significa che i delitti riguardanti le donne come vittime non siano statisticamente rilevanti ma che vi è una concreta e tangibile assenza di pericolo oggettivo per le donne sul suolo nazionale. I dati presentati dall’Istat, ovviamente, certificano che la violenza sulle donne avviene maggiormente intra moenia, all’interno del nucleo famigliare. Ora però è il caso di seguire un altro ragionamento, che in parte si ricollega allo già citato sensazionalismo giornalistico. Uno studio dell’Università di Siena riguardante la violenza commessa da- si badi bene- Donne su Uomini ha enfatizzato che su un campione di 1058 intervistati (ovviamente tutti uomini) il 58.1% di questi abbia dichiarato di essere stato picchiato, morso o schiaffeggiato da donne; il 23.4% si è visto rivolgere contro dalla propria donna armi da fuoco o da taglio, il 60.5% sia stato strattonato graffiato o tirato per i capelli; mentre quasi il 10% dichiara di aver subito tentativi di avvelenamento, soffocamento o ustioni. Oltre a ciò il 75.4% dichiara di essere costantemente oggetto di denigrazione verbale e fisica, il 36.4% dichiara di aver subito stalking e pedinamenti. Ancora: secondo tale ricerca il 48.7% degli intervistati dichiara di aver subito violenza sessuale da parte di una donna. Insomma paragonando i dati Istat sulla violenza Uomo-Donna a quella Donna-Uomo è emersa una equipollenza totale sia per quanto riguarda i campioni presi in esame sia per quanto concerne le percentuali. A porre la parola fine ai tanti e lodevoli sforzi profusi dal nostro Presidente della Camera si potrebbe citare testualmente parte della conclusione della ricerca:

“Con tutti i limiti quali-quantitativi evidenziati in precedenza, si rileva tuttavia come l’analisi dei dati raccolti smentisca la tesi della violenza unidirezionale U>D e le sovrastrutture culturali che ne derivano. La teoria secondo la quale la violenza U>D sia la sola forma diffusa e quindi l’unica meritevole di contromisure istituzionali e di tutela per le vittime si è rivelata inattuale e non corrispondente alla realtà dei fatti. Dall’indagine emerge come anche un soggetto di genere femminile sia in grado di mettere in atto una gamma estesa di violenze fisiche, sessuali e psicologiche; quindi come anche un soggetto di genere maschile possa esserne vittima”