Nella mia libreria Dylan Dog occupa a ragione il suo ampio spazio, accanto ai volumi dei Meridiani Mondadori e agli altri testi sui quali mi sono formato. Non lo dico per fare il postmoderno a tutti i costi. È che davvero non ci vedo niente di male nella vicinanza tra Balzac, Zola, Carver, Houellebecq e la creatura partorita trent’anni fa dalla genialità malata di Tiziano Sclavi. Per me, sono tutti classici su cui ho costruito me stesso. Non rinnego Dylan Dog. Ho smesso di seguirlo da almeno dieci anni, quando la produzione è scaduta in una serialità triste e priva oramai di quella fresca spinta creativa che aveva in principio. Lo dico con rammarico perché, sulle storie dell’investigatore di Craven Road, la mia fantasia è sbocciata come un fiore che si nutre solo di veleno e la mia adolescenza ha trovato conforto della sua miseria. Dylan Dog è stato il mio compagno di inferno, l’orrore delle sue storie il terrore della mia giovinezza.

Quando qualcuno mi mise in mano uno di quegli albi per la prima volta, ero poco più che un ragazzetto. Ricordo ancora la sensazione della carta affilata che scorre tagliente tra le mani come il coltello di un assassino, così come è ancora vivido il ricordo della smania di capire dove andasse a finire la storia. C’erano i disegni, quelle chine minute e finissime, che trasmettevano una sensazione raggelante e cupa. Una sensazione strana alla fine della lettura, come se ci fosse qualcosa di scritto oltre le righe, al di là delle immagini di zombi e vampiri: un messaggio criptico e oscuro di sgomento metafisico, un terrore del mondo e della vita. Qualcosa che di lì a pochissimo avrei ritrovato nei racconti dello scrittore di Providence, direi il predecessore di Sclavi, il sommo maestro del terrore, H.P. Lovecraft. Entrambi schivi e chiusi in se stessi, schiavi delle loro ossessioni, incapaci di stare al mondo, di scendere a patti con la possibilità di un’esistenza almeno a tratti normale. Immaginateli incapaci di uscire da casa, allo stesso tempo prigionieri e fantasmi della loro stessa dimora. Ogni ombra che vedono cagiona in loro un sussulto freddo, il sonno scende per essere spezzato dal terrore di un incubo. Il creatore di Dylan Dog non poteva che essere una mente sconvolta, incuneata nel dolore senza conoscere possibilità di redenzione. Un genio sa che la sofferenza è un destino e una missione da assumere su di sé. È proprio questo che infatti troviamo nell’indagatore dell’incubo. Dylan Dog sembra portare su di sé il senso di una colpa inespiabile che lo spinge a votare la sua esistenza verso un tentativo assurdo e irrealizzabile di palingenesi dell’universo. Puntualmente, a ogni puntata, questa prova si rinnova come la dannazione di Sisifo. L’orrore ritorna e non conosce fine, perché l’orrore è il senso profondo dell’esistenza e la paura l’unico modo di vivere la propria permanenza terrena.

Davvero, a quei primi duecento numeri della serie andrebbe attribuito lo statuto di classici. Lo riconobbe anche il buon vecchio Umberto Eco. E non mi si venga a dire che il fumetto non è una cosa seria. Dylan Dog è segnato da una austerità grave e sontuosa come una pietra tombale. Non lo si può trattare con leggerezza solo perché la forma che Sclavi ha voluto imprimere al suo pensiero si muove tra nuvole, vignette, e immagini in bianco e nero. Sarebbe come dire che lo straniamento metropolitano ed esistenziale nei suoni e nelle liriche dei Joy Division non potrebbe godere dello statuto artistico di una grande opera. Le forme dell’arte sono molteplici e, almeno alla loro prima apparizione, di rottura. Dylan Dog ne è la prova!

L’unica cosa che ci rattrista è che Sclavi abbia oramai abbandonato questa creatura specchio delle nostre anime spaventate dal domani, dalle fosche minacce di una prossima fine dei tempi, dalla presenza sempre più massiccia e deviata della tecnologia. Eppure, secondo le ultime voci in circolazione, il maestro starebbe per tornare. Sembra quasi di vederlo, adesso, seduto alla scrivania, con alle spalle sinistre figure che vegliano spettrali sul suo operato, mentre dalle stanze vicine giungono inquietanti rumori e sibili. Attanagliato dalla paura, Sclavi non riesce a trovare il coraggio per alzarsi dalla sedia. Una forza oscura lo trattiene. Sono i suoi demoni che non si rassegnano all’idea di essere rimasti orfani.