Di Emanuele Mastrangelo

Due torti non fanno una ragione. Che il vecchio esercito italiano degli anni Ottanta e Novanta fosse ridotto a materia di dileggio per filmetti della commedia pecoreccia o di sarcasmo per i soliti intellettuali di sinistra è largamente vero. Che la sua trasformazione in esercito “professionale” sia stata la giusta cura a questo male è largamente indimostrato. Per questo è necessario esprimere un profondo disaccordo con le tesi esposte da Antonio Martino nel suo articolo “L’Italia è finita, l’esercito non resta” del 30 Luglio 2015.

La premessa di Martino è di tipo ultra-individualista: “imporre con la forza dell’obbligo giuridico un’esperienza simile [la leva NdA] non è giustificabile da alcun punto di vista”. E supporta questa premessa aggiungendo in corsivo all’art. 52 della Costituzione che la difesa della patria sarebbe un dovere “morale” del cittadino. No. La difesa non è un valore “morale”, immateriale, che “basta il pensiero”. È un dovere pratico, fisico, fatto di carne e sangue, se necessario. Ma il problema non è solo sull’interpretazione “agevolata” dell’art. 52. È proprio sul fatto che una collettività, rappresentata da uno Stato che si informa a una costituzione, non abbia il diritto di imporre ai propri membri una qualche forma di sacrificio individuale in ordine al raggiungimento di un bene comune. Eppure tutti paghiamo le tasse, che rappresentano l’esproprio di una corposa parte dei frutti del proprio lavoro; tutti ci sottoponiamo a limitazioni della nostra libertà fisica e morale rispettando le leggi; tutti andiamo a scuola, obbligati a farlo sebbene probabilmente qualunque giovane dai 6 ai 19 anni preferirebbe di gran lunga andarsene a spasso piuttosto che restare chino sui banchi.

Tutto ciò avviene per motivi idealmente chiari: si pagano le tasse per mantenere lo Stato e i servizi che esso offre; si rispettano le leggi perché da esse deriva anche la tutela dei nostri diritti; si studia perché l’educazione personale è un diritto-dovere d’ogni cittadino. Sarebbe però altrettanto facile applicare a questi ambiti lo stesso ragionamento da cui si partiva: siccome qualcosa in queste istituzioni non funziona (la maniera con cui lo Stato spende i soldi estorti con le tasse; il rispetto della legge e l’uguaglianza dei cittadini davanti a essa; la scuola ridotta a fabbrica di semianalfabeti) allora, aboliamo l’istituzione anche perché è un gravame sulle libertà individuali.
Va da sé che una volta che si stabilisce il principio secondo il quale un’istituzione del vivere collettivo può essere eliminata perché “funziona male” ed è sgradevole all’individuo, le intere premesse su cui si basa la vita civile di una nazione vengono meno.
Ma una comunità organica è composta di diritti e doveri, e anche se il dovere può essere considerato gravoso da alcuni, non possiamo cadere nel tranello ideologico del sottomettere la legge ai desideri individuali trasformati, da qualche magistrato “progressista” o da qualche politico a caccia di consensi, in un “diritto” erga omnes.
La Costituzione impone dunque l’obbligo non solo morale, ma fattivo di difendere la Patria. E lo fa in un’ottica di Stato ben ordinato, non individualista, sulla scorta di una tradizione trimillenaria che fin dagli albori della nostra civiltà ha visto in ogni cittadino un soldato e in ogni soldato un cittadino. I Romani guardavano con disprezzo i popoli che ricorrevano ai mercenari e lo stesso attributo del popolo romano, quirites, non significa altro che “coloro che portano la lancia”.

Questa premessa era necessaria per puntualizzare l’ottica all’interno della quale si muove una critica al pensiero di Martino: posto che lo Stato può (e deve, in certi casi) imporre l’obbligo di leva ai suoi cittadini, ora passiamo a capire se è anche il caso che lo faccia, poiché non sempre ciò che è giusto è anche opportuno. E in questo caso pare proprio che tornare alla buona, vecchia, sana leva di massa possa essere estremamente opportuno.
Vi sono innanzitutto le questioni di pedagogia nazionale. Un esercito, col suo retaggio di tradizioni e di patriottismo è un argine proprio a quell’avanzata delle mode angloamericane che giustamente Martino depreca. Ma può essere tale se queste tradizioni tornano ad essere patrimonio comune e non solo di una ristretta cerchia di professionisti, i quali, peraltro, stanno rapidamente completando quell’opera di ascarizzazione (absit iniuria verbis) iniziata dopo l’8 settembre 1943 quando al Regio Esercito vennero imposte le uniformi inglesi. E per tornare ad essere patrimonio comune, è necessario che il maggior numero possibile di italiani torni a frequentare le caserme come luogo vivo e pulsante dell’identità nazionale.
A livello individuale e fuor di dubbio che il servizio militare deve essere inteso come l’ultimo anno del percorso formativo del cittadino, quello dove assieme alla disciplina formale e alle capacità di comando e obbedienza si apprendono anche i fondamenti del senso civico più profondo: quello che implica la possibilità del sacrificio personale. Che è ben di più che imparare a non gettare la carta per terra o a non passare col rosso… E potremmo continuare a lungo (e a lungo si continuerà se questo dibattito andrà avanti), ma fra i tantissimi motivi per i quali è opportuno che i giovani italiani riprendano le stellette vi è quello del dover restituire alle Forze Armate un senso. Oggi, come le abbiamo strutturate, le nostre Forze Armate esistono solo per assicurare al governo uno strumento spendibile in missioni internazionali al servizio di interessi estranei a quelli italiani, peraltro. Uno strumento, per l’appunto, talmente impersonale che qualcuno già ha proposto di aprire l’arruolamento a “legioni straniere” di immigrati. Una strada d’altronde già percorsa dagli Stati Uniti, che affiancano sempre più spesso alle loro stressate forze armate orde di “contractors”, termine anodino per definire quella peste dei campi di battaglia che sono i mercenari.

E allora proprio restituendo un senso alle Forze Armate italiane ci ricolleghiamo alla Costituzione da cui siamo partiti: la difesa della Patria è dovere di ogni cittadino. Difesa non solo dai nemici in armi, ipotesi che oggi suona un po’ alla “fortezza Bastiani”. Ma anche dalla potentissima minaccia di un territorio che a volte sa essere poco ospitale, per i terremoti, gli incendi e il dissesto che ci procacciamo da soli, e che ora come ora abbiamo messo in mano a quella Protezione Civile. Un ente che al di là degli indiscutibili meriti non fa nulla di più – con costi però non certo inferiori – di ciò che con abnegazione e umiltà fecero i soldati italiani durante l’alluvione di Firenze o dopo i sismi del Belice e del Friuli. Ma soprattutto contro il nemico n. 1 dell’Italia oggi: la disgregazione morale della nazione, non solo per il fin troppo scontato riferimento al “raddrizzare la schiena” ai debosciati (che ci sta tutto), quanto per restituire all’Italia un collante fatto di spirito di corpo, appartenenza, memorie comuni, esperienze condivise. Quei valori che si vedono a ogni raduno degli Alpini, per esempio, e che chiunque deve riconoscere come incontrovertibilmente positivi e indispensabili a ogni nazione.

E dunque il cerchio si chiude. Se la nostra nazione non è “finita”, nel senso di doverne constatare il decesso, l’esercito può continuare a costituirne una delle colonne portanti.