di Enrico Petrucci (autore con Emanuele Mastrangelo di «Wikipedia. L’enciclopedia libera e l’egemonia dell’informazione», Bietti, 2014)

Nel ritirare l’ultima laurea honoris causa il 10 giugno scorso, Umberto Eco ha tuonato contro le discussioni sui Social network: “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”. E ancora: “La tv aveva promosso lo scemo del villaggio rispetto al quale lo spettatore si sentiva superiore. Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità”.
Secondo il semiologo italiano, la chiacchiera da bar nella dimensione del villaggio globale di McLuhan è diventata un’epidemia quasi apocalittica. Legioni di imbecilli che infestano e soffocano la rete con le loro inutili chiacchiere. A leggere certe schermate di botta e risposta su Facebook, spesso proposti dal maître à penser di turno come esempio dell’abbrutimento contemporaneo, è innegabile: la madre degli imbecilli è sempre incinta e i figli già svezzati scrivono sui social! C’è il partito della Ruspa “sola igiene del mondo” (povero FTM), quello del pietismo a tutti i costi “la colpa è solo nostra, siamo noi occidentali, la colonizzazione, lo schiavismo, fino alle guerre puniche, anzi fino ad Enea figlio del peggio maschilismo latino che irretisce la povera Didone, portandola al suicidio e privando Cartagine del suo governo illuminato”. Per non parlare dei complottisti, che anziché esercitare la nobile Arte del Dubbio, si lanciano in assoluti dando le colpe al rettiliano di turno.
Tanti battibecchi idioti a cui la stampa da spesso spazio (e spago), d’altronde i battibecchi proseguono nelle pagine dei commenti dei giornali online portando clic e pubblicità. Ma siamo sicuri che l’argomentazione di Eco sia corretta? Ci sono veramente legioni di imbecilli nel mare del web? E siamo sicuri che l’anonimo del web che ha “lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel” sia necessariamente un male? E sopratutto che fine ha fatto il voltairesco apocrifo “disapprovo quello che dite, ma difenderò fino alla morte il vostro diritto di dirlo” sempre citato a sproposito. Il villaggio globale ha fatto venir meno ai maître à penser quest’usurata massima?

Ma andiamo con ordine riflettendo sul diritto di parola e la preminenza dei “Premio Nobel”, che rappresentano quell’elite destinataria del massimo e universale riconoscimento che il genere umano ammette. E proviamo a ribaltare la domanda la domanda che si pone Eco: “Siamo sicuri che i premi Nobel non abbiano opinioni in grado di danneggiare la collettività”?
Vale la pena ricordare qualche caso eclatante, senza scomodare i premi per la pace dati a Kissinger, Obama o all’Unione Europea. C’è il nostro e dimenticato Moneta, premio Nobel per la pace nel 1907, il cui nazionalismo era tale da fargli sostenere campagna di Libia ed entrata in guerra dell’Italia. Oppure l’impulso che i celebrati padri della socialdemocrazia scandinava, i coniugi Myrdal (entrambi Nobel, lui per l’economia, lei per la pace), diedero ai programmi di sterilizzazione forzata nella Svezia a cavallo della Seconda guerra mondiale.
O la passione che il grande scrittore norvegese Knut Hansum aveva per il nazismo, tanto da regalare la sua medaglia del Nobel a Goebbels. O infine il fatto che nel 1949 un altro Nobel andò all’ideatore della moderna lobotomia, il portoghese Egas Moniz. Insomma anche l’opinione di un illustre premio Nobel può danneggiare la collettività, né più né meno di un anonimo del web. E forse i suoi danni son ben più ampi di quelli di un anonimo… il programma eugenetico continuò nella social-democratica Svezia fino al 1975.

E sul fatto che gli imbecilli del web siano legioni? Indubbiamente i perditempo su Facebook e nelle pagine di commento sono molti, ma si tratta di una specie web ben studiata e classificata dai primi anni ’90: Troll, utenti del web il cui scopo non è partecipare ad una discussione, anche infuocata, per un arricchimento proprio e del pubblico bensì provocare, mistificare e godersi lo spettacolo. Sono dei piromani dell’agorà di internet.
Ma il loro danno è minimo, sono incendi che non devastano l’agorà, ma si limitano a qualche piazza della suburra. L’effetto dei social è amplificato sul momento (spesso da giornalisti incapaci alla ricerca di una notizia per qualche clic in più) ma di scarsa tenuta nel tempo. Una minoranza chiassosa e poco più. Buona per uno screenshot da agitare come minaccia al popolino. L’agorà è salva, e per molti il “perder tempo” su internet ha ben altri scopi. Uno scopo che ad anni di distanza si sta rivelando più duraturo di molti delle iniziative dei premi Nobel per la pace (per non parlare delle teorie di quelli dell’economia).
Lo scopo è quella strana creatura che compare in testa ai siti d’informazione: Wikipedia, l’enciclopedia libera, in quanto è liberamente consultabile, ma sopratutto, liberamente modificabile. Che, forse contrariamente ad ogni previsione possibile quando nacque nel 2001 ha soppiantato in durata tutti i fenomeni del web (qualcuno ricorda MySpace? Flickr? O l’assurdo Second Life su cui Di Pietro e D’Alema “aprivano” sedi di partito). Enciclopedia che ha soppiantato quasi tutte le rivali cartacee e non: Encarta di Microsoft, l’Enciclopedia Britannica, la tedesca Brockhaus, tutte hanno chiuso i battenti perché il business non era più appetibile. Resta solo, fortunatamente, la prestigiosa e nostrana Treccani, una sopravvivenza  dovuta forse più al fatto che è un’istituzione governativa.

Certo chi scrive Wikipedia è anonimo, magari un liceale brufoloso e un po’ nerd, un ricercatore universitario un po’ frustrato, o forse un semplice appassionato di una materia, senza titoli di studio ma con una buona biblioteca a cui attingere.  Forse dal punto di vista del cattedratico questi anonimi restano degli imbecilli, non diversi da quelli che vomitano insulti sui social. Eppure le briciole di sapere che hanno messo insieme questi oscuri anonimi non hanno rivali paragonabili in quanto fatto dall’uomo.  Se sono dei matti, sono come il Frank Drummer dell’Antologia di Spoon River, noto in Italia come il matto di De André che imparava la Treccani a memoria. E che nell’originale di Edgar Lee Masters un sognatore incapace di comunicare con la gretta gente del villaggio:


Yet at the start there was a clear vision,

A high and urgent purpose in my soul  

Which drove me on trying to memorize  

The Encyclopedia Britannica!

I Frank Drummer nel villaggio globale, forse rimarranno destinati ad una vita anonima, ma il loro anelito non finisce soffocato nella cella di un manicomio, bensì costruisce un’insieme di informazione che ha come paragone solo l’immaginario della Biblioteca di Alessandria. Wikipedia non è certo perfetta. Spesso lacunosa, ma un gruppo di sognatori anonimi non potrà mai avere la sistematicità di un comitato editoriale. E’ facilmente manipolabile per portare avanti la propria visione, basta mettere in nota un rimando ad libro che dice tutt’altro.  Ma tant’è. Wikipedia c’informa tutti i giorni. E per sapere chi ha vinto il premio Nobel per la Pace negli ultimi anni dovrò comunque interrogarla. Il mondo di oggi non ci offre più gli Albert Schweitzer e i Martin Luther King. Non ci restano che i matti come Frank Drummer.