L’intellettuale è colui che, per definizione si serve del pensiero per analizzare la realtà, discuterla, confutarla, e, nella migliore delle ipotesi, cercare di migliorarla. Tuttavia, talvolta, l’intellettuale, abusando della sua cultura, ed anche della sua posizione, può divenire uno tra i più perfetti difensori dell’ordine di cose esistente. La società attuale, in preda ad un conformismo individualista sempre più massiccio, presenta al suo interno un chiaro esempio di ostracismo “colto”: una sua certa intellighenzia , costituita da una miriade di santoni incontrastati, profeti della morale e della giusta etica, inquisitori e giustizieri dell’intelletto,  pronti a colpire (con la ferocia del loro buon pensiero e l’autorità dei loro scranni mediatici), chiunque non si conformi ad una certa linea ideologica funzionale ad un certo potere. Sono, costoro, per così dire, la guardia colta del politicamente corretto, quell’insieme di norme e modelli comportamentali e linee di pensiero da seguire,  per non essere etichettati come dissidenti rispetto ad un preciso circuito sociale (quello del sistema liberale mondializzato).

I professorini in cachemire, con retorica indubbiamente abile, tramite i loro valori di riferimento contingenti  (prodotto di una precisa formazione culturali) ma elevati a valori di verità assoluta,  dietro le righe prodotte dalla loro penna, elevata ad un’altezzosa spocchia verso tutto ciò che non sia salottiero ma provenga dal pensiero popolare,  provvederanno a stabilire alle masse che cosa sia giusto e che cosa sbagliato, chi sono i peccatori e chi i graziati. Sono i nuovi Torquemada del XXI secolo – come ebbe, giustamente, a definirli Alain De Benoist , in riferimento alle sue analisi attorno allo strapotere dittatoriale della società liberale sulle masse- pronti a decretare il corretto pensare,  costituendo circoli d’élite,  escludendo a priori il pensiero difforme, irrigidendo, di fatto la cultura, e barattando il dialettico confronto civile e democratico (vero elemento caratterizzante il pensiero occidentale) con una democraticità di forma, fatta di invitanti parole e dolci sermoni, invero informata ad  un’illiberalità di fondo spietata e cinica.

Un discorso democratico che,  nel paradosso del termine,  diviene a sua volta imposizione di democrazia,  elevando questo concetto a sommo ed assoluto principio, ponendo al bando chiunque non rientri nell’aggettivazione di “democratico”. Nel corso della storia, nelle società umane, il ruolo dell’intellettuale ha da sempre assunto un ruolo di fondamentale importanza, in quanto egli era in grado , conservando e facendosi portatore del sapere,  di strutturare gli ordini di pensiero dominanti. È per questo che il potere ha sempre provveduto ad inquadrare la cultura, a controllare il sapere, ad organizzare, in qualche modo, l’attività degli intellettuali, poiché in essi si racchiudono tutti i valori, funzionali alla sopravvivenza della società stessa. Non v’è arma più potente della cultura e degli istituti di sapere, poiché essi , in un qualche modo, influenzano e condizionano inevitabilmente l’approccio di pensiero del soggetto e, di conseguenza, ne determinano il comportamento. Al fine di creare coesione sociale, prima di imporre la legge è inevitabile che vi sia una cultura collettiva condivisa, una consapevolezza circa la realtà, l’acquisizione di precisi valori. È per questo che, ogni ordine di potere, al fine di mantenere la propria esistenza, deve, inevitabilmente, servirsi della cultura e degli intellettuali.

Il nostro è il tempo dell’emergere e dell’affermarsi del sistema liberale e globalizzato che, dal dopoguerra ad oggi (con la caduta dei regimi totalitari di stampo non liberale) e specialmente dopo il crollo del sistema sovietico, ha saputo imporsi come modello assoluto,  penetrando in ogni singolo ambito del reale, nelle coscienze dei soggetti, presentandosi come unico sistema dominante. È il sistema che, per legittimarsi,  necessita di una sovrastruttura di riferimento. Nel contesto di una società liberale, tale sovrastruttura consiste nella liberalizzazione sopra ogni cosa, nel libero mercato come unico modello economico possibile, nell’individualismo, così come interpretato nel modello antropologico prettamente liberista dell’uomo senza vincoli, libero di agire senza freni, in nome del progresso e dello sviluppo dei mercati.

In una società liberale, all’interno della quale si ambisce alla liberalizzazione dei corpi, alla libera circolazione della merce (senza dazi o dogane) , alla disgregazione dell’ordine comunitario  (nel sogno Smithiano del mercato cosmopolita,  che non conosce patria, se non quella dove sia più conveniente intrattenere rapporti commerciali), è necessario che il controllo sia sul pensiero: per questo la società liberale è, in realtà, una tra le più repressive e totalizzanti in senso assoluto, poiché essa penetra in tutto il pensiero, fondando un conformismo di massa. Gli intellettuali di regime, i maestri del politicamente corretto, in questo contesto,  si pongono a sostituiti del soggetto, pensando per loro, e proponendo la “giusta” visione delle cose, il buon pensare all’intera collettività.

Ci si fa paladini di un individualismo incontrato,  di un cosmopolitismo assoluto,  un internazionalismo totale condito da un sempre maggior rifiuto della tradizione e dello spirito popolare, causa principale del continuo impoverimento del popolo a vantaggio delle èlite dominanti internazionali. I bravi impiegati del Min.Cul.Pop. globale, un tempo contestatori del capitalismo,  oggi recitano alla perfezione il registro imposto dell’ordine imposto. Per liberarsi di tutto ciò, infatti, è necessario ripartire dalla cultura,  forgiare una nuova classe intellettuale e dirigente, portatrice di altri valori, in grado di generare senso di dissidenza e di critica rispetto a questo modello che sembra ormai imporsi come L’unico tra tutti, ed alterare questa rotta storica. Occorre ripartire dalla cultura,  farsi avanguardia e sostituirsi al salotto dei meschini megafoni di regime.