Stando così le cose, viviamo […] in un’era nella quale gestiamo la produzione della nostra stessa distruzione. G. Anders

La nostalgia è tutto fuorché fruttifera, ci costringe a vivere da estranei, nessuno si sente più chiamato alla pratica del mondo per dare forma, tanti sono però pronti all’uso del mondo, alla noncuranza di aspettarsi una idea tarda, salvifica. E l’uomo, soggiogato dal timore, dirà «sì» pur sapendo con vergogna che questo potrebbe essere il suo più grande delitto. Nessuno, o quasi, ci impedisce di fare esattamente il contrario di quel che vogliamo fare: nessuno, niente… Fa male o fa piacere? Ebbene, questa strana libertà è anche la nostra maledizione, la sofferenza palpita capillarmente in tutto il corpo, come una sete amara. Questa strana libertà non ci ha legato neppure a noi stessi e, troppo spesso, si preferisce dare confidenza, senza orgoglio e senza pudore -poiché nessuno ce li insegna più, agli estranei. Pare una chiusura della coscienza. De profundis.

Le parole non si condensano più, galleggiano sul mare, un mare infetto; prima, al contrario, c’era un mare più puro, sicuramente tempestoso, ma meno contaminato. Sì, poiché gli slanci più elevati della cultura appartengono al passato e non al nostro secolo democratico, piuttosto interessato al livellamento e alla standardizzazione. Del passato resta solo dell’antica acqua fra il pietrisco, malinconica sotto gli alberi. Ecco che per colpa della democratizzazione la cultura diviene più accessibile ma al contempo è parimenti più piatta e meno qualitativa. Un mondo plebeo ove le anime creative e culturalmente aggraziate si sentono sole ed incomprese; di contro, gli uomini democratici non conoscono tale tristezza d’animo: per loro, la cultura è il mero strumento della propria politica oltre che un mezzo per ottenere consensi grazie ad un utilitarismo congenito. Sempre costoro s’inorgogliscono delle loro ultime conquiste attraverso la civilizzazione, che tra l’altro ha sempre l’aria di essere nata ieri: tutto è nuovo, predisposto per le comodità del giorno presente. Proprio il contrario della cultura che è tipicamente individuale, nella quale ha luogo la grande lotta tra eternità e tempo. Ma l’eternità non è solo questo, è l’imperturbabilità di oltrepassare l’eternità stessa, è l’impossibilità di essere misurabile e divisibile, poiché tutto quel che si misura ha un principio ed una fine. L’eternità non è la quantità infinitamente grande che si logora, nell’eternità le spiegazioni sorgono fatali come battiti del cuore. L’eternità è successione. Esattamente come la cultura. Ma ecco che l’atteggiamento ipocrita dei nuovi democratici emerge: essi non provano timore dinanzi al sapere; in nome di scopi utilitaristici sono pronti a distruggere tutto e con leggerezza. Non sono un semplice adversarius (avversario) della cultura, o rivalis (rivale), né inimicus (nemico personale), bensì hostis (nemico pubblico): rinnegano ogni tradizione, ogni legame con il passato ed ogni continuità, peggio, non creano valori culturali poiché si preoccupano solamente di distribuire conoscenze. Chi ne paga le conseguenze siamo noi, nominalmente “il futuro”, abitatori delle odierne università-aziende che sfornano manodopera da gettare nel buco nero del precariato e della disoccupazione.

La vita interiore, ricorda Nikolaj Aleksandrovič Berdjaev, non è percepibile da coloro che hanno concentrato tutte le proprie energie negli interessi della vita materiale. Coloro che insegnano che la cultura è una «sovrastruttura della vita materiale ed economica della società» non fanno che distruggerla. Ed infatti essa oggi dev’essere a tutti i costi più popolare, più fruibile, più democratica, più economica, di modo che scompaia tutto ciò che ha di aristocratico, di elitario, di troppo complesso e profondo. «Lo pseudo-illuminismo -spudorato e pieno di se e di sé- non trema davanti a nessun santuario». E’ come se trovassimo la nostra identità soltanto nell’apoteosi del nostro stesso morire. Pertanto nell’inverno perenne, ovvero nella decadenza e nello svelamento del materialismo prono al consumo e nemico del sapere, la pianta, metafora dell’uomo e qui sinonimo di radicamento, ovvero d’una forte nozione di identità, non germoglia più, sorda, congelata sotto una coltre di neve. Eppure non esiste solamente la sordità fisica che quasi esclude l’uomo dalla vita sociale; esiste invero una debolezza d’udito nei confronti della cultura. L’uomo non riesce più ad intenderla, sono troppe le frequenze diverse che occupano le sue orecchie. E’ bene che qualcuno se ne renda conto affinché si possa ricominciare, poiché sì: ad oggi esiste un deficit riguardo questa capacità di percezione; una carenza che inizialmente non è avvertita come tale, giacché tutto il resto si raccomanda per la sua urgenza e, alle volte, ragionevolezza, tutto procede comunque in modo normale sebbene non si abbiano più occhi ed orecchie per riconoscere perché aridi, aridi come deserti, e i criteri secondo i quali la tecnica entra a servizio della cultura si smarriscono, anche se è proprio da questi criteri che tutto dipende. Dunque, che fare? Nulla, se non ricordarsi che la cultura è una possibile arma contro la disperazione del nostro tempo, quel singolare intreccio di succube ignoranza e di arrogante autosufficienza che anestetizza le energie migliori, le condanna al bipolarismo del pessimismo e dell’ottimismo, senza che nulla cambi. Nella poesia di Bertolt Brecht su Lao-Tzu e il doganiere troviamo una grande verità: quel che di più caro abbiamo, come uomini, è un pensiero. Lao-Tzu, per intenderci, arriva al confine e il gabelliere gli chiede che cosa abbia di prezioso con sé e si sente rispondere: «nulla, se non un pensiero». L’uomo, dunque, lo lascia andare, poi però ci ripensa e chiede di lasciargli quel pensiero. La reazione di Lao-Tzu è stupenda: «Chi domanda, merita risposta».