Uccidere per capire che “effetto fa”. Trasfigurare le proprie vesti umane, caduche, per godere, forse per un istante, del sapore dell’eternità divina. Un delirio d’onnipotenza che mischiato alle droghe ha portato ad epiloghi tragici, con la morte del giovane Luca Varani. Una storia torbida che arretra nel buio della notte romana. Con la sua oscurità intervallata dai fari delle auto che filtrano attraverso le persiane, ed i silenzi che si infrangono nel rumore del tran-tran capitolino. I due killer, gente che piace alla gente che conta, quella coi quattrini, per intenderci. Due progenie bastarde di un mondo ormai sepolto tra coca e festini; i loro identikit sfumano nei contorni di un realtà decadente ma perfettamente conforme alle nuove frontiere dell’antropologia. Marco Prato, questo è il nome di uno dei due assassini, un ragazzo popolare in quello che viene definito “l’ambiente”, il giro della movida romana. Un giovanotto dal portafogli gonfio, con una sessualità flessibile – insomma, quella che piace a quelli che benpensano. Ebbene sì, perché Prato, meglio noto come la “lesbica con la parrucca”, vantava anche un sagace flirt con Flavia Vento, volto tristemente noto della politica romana.

L’omicidio che diviene un oggetto di consumo, un’esperienza per stomaci forti. Perché in un mondo dove si può comprare persino la vita, la morte diventa un esercizio feticistico, una voglia elitaria per qualche rampollo annoiato. Varani è stato ammazzato due volte, prima nel macabro della vicenda ed in  seguito da una società putrescente. Un mondo nel quale la dottrina del limite ha ceduto il passo a quella dell’impossibile, legittimandone le peggiori bestialità. Perché quando si perde la dimensione teleologica, tutto si fa legittimo. O meglio, tutto diventa possibile, anche l’uccisione di un uomo. Solo per il gusto di farlo. Solamente per sentire una vita infrangersi, tradendo un’indomita voglia d’ onnipotenza. Del resto, è proprio questa la sensazione che i due assassini ricercavano. Un’emozione che la cocaina non riusciva più a sublimare, così l’omicidio è divenuto il nuovo telos, un fine al quale aspirare.          E poi, come se non bastasse, proprio perché non c’è mai limite al peggio: quella notte passata con il cadavere, addormentati accanto alla vittima, sfiniti dagli eccessi dell’essere.

Del resto, Dostoevskij lo sapeva bene. Come in Delitto e Castigo, l’omicidio rappresenta la fase suprema dell’affrancamento dalla dottrina limite. I due Raskol’nikov – i rampolli romani – attraverso un atto manifestamente immorale, in un eccesso di follia, hanno affermato la propria libertà assoluta, giungendo addirittura a ricercare un omicidio gratuito. Solo in seguito, inabissati dai sensi di colpa, con un cadavere in casa, si sono resi conto di esser stati manovrati da qualcosa di più grande, il Male. Così, non è un caso che una volta uscito dal turbine di stupefacenti, Prato abbia tentato il suicidio. Cercando di metter fine, una volta per tutte, al proprio Castigo.