A Napoli la chiamano solo “a’ staggione”. La Bella Estate, la più attesa tra le gemelle del calendario, sta finendo. Con aria malinconica si ritorna a calcare le strade delle città, indossati di nuovo gli abiti sociali. Ci si rincontra con aria di solidarietà, per farsi forza e ricominciare, ma alla fatidica domanda « Cos’hai fatto tu quest’estate? », l’aria si riscalda, si scurisce e la risposta alla domanda richiede sforzo. Bisogna restare calmi, avere una buona padronanza di linguaggio, sintetizzare le avventure estive senza tralasciarne le sfumature di pregio, quelle straordinarie che fanno abbozzare un sorriso, di certo beffardo, ma molto compiacente. Sei stato a Dubai, dove hai dormito in una tenda nel deserto gustando del tè amaro al tramonto, fatto snorkeling nel golfo davanti ai grattaceli, ma ti assicuro che la Sardegna non è da meno, l’hotel immerso in un’oasi verde, windsurf nel mare azzurro, le discoteche a due passi, i negozi, il porticciolo con i pescatori e l’aperitivo in spiaggia. Collezionismo estivo, una perversione di massa; esperienze come trofei meritati dopo un anno di lavoro. L’importante è mascherarlo, il Turismo, disprezzarlo, senza però negarla questa pratica sociale che quest’anno ha festeggiato il suo 174° anniversario. Infatti il 5 luglio 1841 un filantropo inglese chiamo Sir Thomas Cook organizzò, per spezzare la monotonia estiva del proletariato inglese classe 1800, una gita di 11 miglia da Leicester a Loughborough per 570 individui della low class, tra operai lanieri e semplici devoti anglicani, a bordo di scomode carrozze di terza classe. Un pacchetto interessante per uno scellino: il tour prevedeva pranzo, accompagnamento musicale, “uno spettacolo di gran gala” e rientro in giornata. Le basi per le moderne vacanze All-inclusive erano state gettate. Da 570 inglesi a 1133 milioni uomini donne e bambini di tutto il mondo ( indice turismo internazionale, UNWTO 2015 ) in poco più di 150 anni; la Thomas Cook Airlines oggi conta due compagnie aeree con una flotta di 97 velivoli, 2.926 punti vendita, 32.722 dipendenti, oltre 20 milioni di clienti annuali e serve le principali località di vacanze del globo. Un atto di beneficenza che ha “fatto” la storia insomma. Entrato con prepotenza a far parte della vita dei cittadini, il turismo oggi rappresenta un’ossessione compulsiva che aggredisce gli individui al primo caldo, gettandoli nella palude della scelta, nell’irrequietezza delle possibilità, nell’infernale presa di coscienza del limitato “tempo libero” estivo, identificato con le ferie. Tempo libero. Se ci fermassimo ad analizzare il concetto espresso da queste due parole ne dedurremmo che si tratti di un lasso di tempo caratterizzato dalla pura libertà; ma quale libertà? Quella dell’individuo? Certamente no. L’unica libertà è quella dell’assenza di tempo, ovvero quella del tempo destinato unicamente al suo spreco, a cui noi al contrario siamo inchiodati, come Prometeo alla sua roccia.

Il “tempo libero” che il turismo cerca di riempire quale sua essenza è da chiamarsi in realtà tempo “liberato”: dalla sua inutilità, dalla sua assenza di valore d’uso. Reso prodotto – culturale – al pari degli oggetti di consumo, nel momento stesso in cui “abbiamo” del tempo, questo non è più libero. Lukacs definiva il tempo libero nella società moderna come il tempo del “dopo-lavoro”, assenza di tempo lavorativo durante cui ricostruire la forza-lavoro. Oggi il tempo, oltre alla sua natura cronometrica fatta di ore, minuti e giorni, ha acquistato un valore qualitativo, destinato alla produzione di status sociali. Il dolce far niente come metafora della ricchezza, il surplus di lavoro e l’assenza di tempo libero del super-manager, attività come il bricolage o la pesca: tutti esempi di tempo consumato a produrre quelli che Baudrillard definiva “segni” sociali.

“Il tempo è denaro” diceva Benjamin Franklin, e se non lo è, fai in modo che possa sembrarlo – sarebbe da aggiungere -. Ecco svelato il paradosso di questa libertà assurda: il turismo si propone di mimare una perdita di tempo, chiaramente impossibile da raggiungere. Perdita di tempo tra l’altro caratterizzata dalla sofferenza, a causa della somiglianza del tempo libero, nella sua veste post-moderna, con il lavoro alienato e contrassegnato dal sacrificio. Ore passate sotto il sole per ottenere l’abbronzatura ideale, lunghe file all’ingresso dei musei, la ginnastica la mattina, la dieta, l’accanimento per un soggiorno perfetto, la forzatura di vivere – estremamente – tutto ciò che il luogo offre. Come far fronte a tutto ciò? Come evitare di cadere nel paradosso tragico della libertà programmata e inscatolata?

Con la parola tripalium i latini indicavamo uno strumento di tortura così chiamato perché formato da tre pali (tres palus), da cui l’inglese fece derivare la parola travel, viaggio ( ed anche nella sua forma verbale to travel), da cui travaglio in italiano. Il viaggio come sofferenza: basterebbe pensare ad Ulisse, il primo tra i grandi viaggiatori, o al mitologico Ebreo errante. Di discendenza provenzale è invece la parola “viaggio”, da viatge, a sua volta derivata dal latino viaticum, indicante gli alimenti necessari per compiere la via, il viaggio appunto. Le radici stesse di questa parola contiene in sé la sua essenza: il viaggio si identifica con ciò che lo sostiene e lo alimenta. Sineddoche eccezionale che non abbisogna di altre spiegazioni. E poi il ritorno, tornus, ciò che gira in tondo e torna allo stesso punto.

Il viaggio e il tempo libero turistico risultano essere completamente identici, nel loro scheletro. Ma c’è una sfumatura che contraddistingue i diversi individui e li separa nettamente: la possibilità di scelta tra il dichiararsi identici o completamente diversi al momento del ritorno, a sé stessi e a nessun altro.