Sagra. Festività religiosa di solito celebrata abbandonandosi alla ghiottoneria e alla ubriachezza. Tali celebrazioni sono spesso dedicate a un sant’uomo che si è distinto per una rigida astinenza.”

Ambrose Bierce, Dizionario del diavolo, 1911

Dalla festa della birra alla sagra dello zucchino. Sagra del bufalo, sagra della focaccia al formaggio e delle trofie al pesto. Agnolotti d’asino, purpu. Sagra dello gnocco fritto. Nelle regioni italiane le settimane che compongono i mesi estivi vengono scandite da un calendario rituale: passaggi in comunità rurali e urbane che si identificano con prodotto agro-alimentari caratteristici della zona e della tradizione locale.
Il Bel Paese – dall’estremo nord alle isole mediterranee, senza differenze – innalza le sagre eno-gastronomiche come una delle principali pratiche estive, senza dubbio di una delle forme di turismo territoriale per eccellenza. Ma tutte queste sagre e feste hanno un intento comune: quello di promuovere il territorio e l’economia attraverso l’identificazione di un prodotto eno-gastronomico che verrà venduto, cucinato e servito; ma purtroppo non sempre siamo di fronte a prodotti autoctoni.

La strategia enogastronomica di queste manifestazioni affonda le sue radici nel cambiamento di immagine e di significato della campagna all’interno dell’immaginario comune europeo: da luogo di arretratezza culturale ed economica, a luogo di radici, genuinità e valori. Questo cambiamento va a svilupparsi nell’Ottocento, per poi diventare mainstream nei primi decenni del Novecento. La tradizione delle sagre si lega alla storia politica culturale fascista che si espresse attraverso il mutamento del calendario festivo della nazione e con l’utilizzo strumentale del folklore come elemento retorico del regime.
Nella nascita di una tradizione i media svolgono una funzione fondamentale: diffondono questa cultura popolare intendendola come folklore. La cultura, grazie alla nascita della società dei media, assume così uno spettro di analisi molto più ampio, non limitandosi più solo a cultura bassa e cultura alta, ma dimostrando come essa sia stratificata nella e come la popolazione. Questa stratificazione ha portato ad un mutamento della concezione di sagra. Nel corso dei secoli ha assunto significati differenti, allontanandosi sempre più dal significato originario: esaltazione dello spirito nazionalistico, sagra popolare, evento commemorativo o religioso, festa ludica, festa folkloristica. Proprio attraverso i mass-media orientati a valorizzare usi e costumi, paradossalmente, si rischiano di subire omologazione a fenomeni già conosciuti e affermati.

Attraverso l’offerta di prodotti locali tipici, la proposta di un turismo culturale piuttosto che di massa, le singole comunità esprimono la volontà di conquistare una propria appartenenza e visibilità locale in opposizione all’esterno.
La festa è brio, spensieratezza, allegria, ma è anche comunità, cura dello specchio della società, della storia e del mondo che cambia. La sagra è il momento collettivo per eccellenza che racconta i cambiamenti epocali, economici, culturali.
Durante le feste si invertono i ruoli e vengono infranti i limiti: il disordine diventa la chiave di rinsaldamento di valori sociali, dipendenze e poteri. Questi momenti rispondono ad una lunga serie di bisogni individuali e collettivi, si affermano nella collettività ed è qui che vengono plasmati e soddisfatti.
E’ attraverso queste sagre che si esorcizzano la precarietà e la povertà quotidiana, attraverso un comportamento opposto: ovvero eccesso e spreco come lenitivi delle ferite quotidiane.

Le sagre indipendentemente dai legami con il passato sono contenitori della cultura locale, ma soprattutto sono osservatorio delle attuali dinamiche socio-economiche.