di Damiano Rossi

La storia della globalizzazione mostra, grazie, per esempio, all’analisi del sistema-mondo di Wallerstein,  come il modello dello stato territoriale, presto evolutosi in  stato-nazione si venga strutturando e  affermando parallelamente e in modo strumentale al moderno sistema economico globalizzato. La capacità dello stato “razionale” moderno di incrementare l’efficacia dell’intervento dell’autorità statale, di costituire una struttura fiscale di maggiore incisività, di coscrivere ampie masse inquadrate in apparati militari professionali e in definitiva di attuare politiche di accumulazione originaria del capitale hanno di fatto reso tale modello politico il più efficiente per lo sviluppo del moderno sistema economico integrato e interdipendente.

L’ascesa del modello “stato” non appare storicamente inevitabile: nell’Europa del Rinascimento si possono individuare una serie di unità politiche alternative: principati ecclesiastici, cantoni, imperi. Il successo della forma stato-nazione viene a costituirsi in seguito a quella che viene definita la fase di transizione dal feudalesimo al capitalismo

A partire dalla rivoluzione commerciale europea del XVI, infatti, si viene costituendo un’area di integrazione economica caratterizzata da un crescente grado d’interdipendenza. Tale nuova dinamica commerciale favori la costituzione di un sistema politico in grado di mantenere l’ordine interno, indirizzare una politica commerciale nazionale e ad elicitare la creazione di legami commerciali su scala più ampia: lo stato territoriale. Si venne cosi configurando il passaggio da piccole comunità sociologicamente definite faccia a faccia (Gemeinshaften) con un sistema più complesso e impersonale (Gessellschaften).”Nel corso dei secoli XVI e XVII lo sviluppo economico si realizzò sulla base degli stati territoriali” sinteticamente ribadisce Hobsbawm.  Il concetto di stato-nazione sorge dalla ceneri della rivoluzione francese secondo quel nazionalismo “territoriale” che identifica lo stato nella sua componente fisica e materiale come espressione del corpo civico. La società civile diviene quindi precondizione dello stato ribaltando la concezione classica di un solipsismo statuale avente i suo natali nella polis greca. La cittadinanza del nuovo stato nazione figlio del 14 Luglio è la volontà individuale di una comune visione politica, una appartenenza ideologica basata su progetto teso al futuro, un ardore di mente e cuore, quello che Tocqueville ha definito “una patria intellettuale”. La nazione è il corpo civico che rivendica la sua patria in quanto lo stato territoriale di cui è fondamento ne è emanazione, mentre il diritto giurisprudenziale diviene lo strumento per il costituirsi della nuova identità nazionale.

Come conciliare lo sviluppo di uno stato centralizzato, con una forte sistema burocratico e un monopolio monetario, con lo svilupparsi di un’economia globalizzata internazionale? Gli stati nazionali, a differenza del sistema degli imperi mondiali, si vengono configurando come politicamente indipendenti ma economicamente parte di un unico sistema economico integrato. La sociologia classica (Comte,Spencer,Durkheim),ripresa successivamente dall’antropologia funzionalistica britannica,  riteneva tale processo di discioglimento delle piccole comunità in unità sempre più grandi, come gli stati nazione, inevitabile nel cammino della modernità. D’altronde la teoria economica liberale a partire dal primo trentennio del XIX, ponendosi di fronte al problema di una economia nazionale potenzialmente limitatrice di un mercato di libero commercio, rivendicò l’importanza come caratteristica della nazione del “principio della taglia minima”, ovvero i vantaggi economici offerti da uno stato nazionale di ampie dimensioni (Grobstaaten).Solo nazioni di ampie dimensioni erano considerate vitali da un punto di vista economico. Dunque la costituzione delle nazioni veniva visto come processo di espansione e unificazione che, secondo le dottrine sociali dell’epoca, rompessero i limiti dei rapporti locali e regionali, considerati arcaici, in un crescendo parossistico che vedeva nello stato nazione un stadio evolutivo necessario verso la via del progresso . Ossimoricamente presente in questa dialettica è il superamento anche della stessa concezione dello stato, poiché diretta verso una prospettiva globale e globalizzante.

Negli ultimi trent’anni del 900’si è assistito ad una rivoluzione economica con il passaggio da un sistema di carattere prettamente e “muscolarmente” industriale a un sistema transnazionale basato sulla new economy e sul settore terziario. Tale rivoluzione ha di fatto costituito un processo d’integrazione economica totalizzante che ha avuto nella tecnologia e nel Worl Wide Web i suoi strumenti cardine. In questa nuova dimensione transnazionale lo stato-nazione è stato considerato un sistema politico obsoleto, in quanto limite ad un flusso di capitale che odia confini e identità. Se nell’età moderna lo stato nazionale è stato medium del processo d’integrazione economica e nello sviluppo del sistema economico moderno, a partire dalla nuova età post industriale la sua autorità politica appare per la new economy un nemico da abbattere.

La costituzione di entità politiche extra nazionali è funzionale al superamento di un modello individuato come limite al capitale. L’attuale elegia del globalismo interpretato come escatologico superamento del nazionalismo si rivela in realtà strumento economico del capitale stesso, reificatosi prima nello stato nazione e nella contemporaneità nel suo solo apparente contrario, l’internazionalismo. La globalizzazione procede secondo ataviche dinamiche espansive, divenendo fautrice di una ideologia post nazionale come impulso al libero mercato senza confini.  Da strumento funzionale alle logiche capitalistiche, lo Stato nazionale è ora divenuto uno scomodo relitto, da rottamare il prima possibile: il globalismo, in definitiva è quindi divenuto la nuova voce del capitale.