La Oxford University Press ha stupito davvero tutti preferendo, per la prima volta nella storia, un pittogramma alle più classiche, forse ormai vecchie e comuni parole formate da lettere dell’alfabeto. Parliamo delle emojis (che non sono le emoticons, ossia le espressioni facciali riproducibili con la tastiera) ed esattamente di quella che rappresenta una faccina talmente presa dal ridere che le escono due lacrimucce di gioia dagli occhi. Sì, proprio quella che utilizziamo tutti su WhatsApp, a volte persino nelle email, come commento a cose parecchio divertenti. Per la cronaca, nel 2013 vinse la parola “selfie”, mentre l’anno passato venne premiata “vape”, ossia la sigaretta elettronica.

La cosiddetta “face with tears of joy” è la parola del 2015 (ed è anche la più usata su Twitter).
Ora: se persino il più autorevole dizionario al mondo, “Il Dizionario” per antonomasia secondo molti, ne sancisce il trionfo, forse vale la pena di fermarsi un attimo e porsi qualche domanda sulla potenza comunicativa di queste “emoji” e sul perché della loro “vittoria”. Infatti, questo pittogramma ha battuto parole impregnate di sociale (e di “social”) quali “refugee”, “they” (inteso come il pronome inglese indicante un genere sessuale neutro),“sharing economy” e “Brexit” (termine che identifica l’eventuale uscita della Gran Bretagna dalla UE).
D’altronde, considerando che persino la candidata alla presidenza degli USA Hillary Clinton chiede ai suoi followers su Twitter di comunicare il loro stato d’animo attraverso una emoji, e tenendo poi conto che, secondo i dati e le statistiche condotte da SwiftKey – società leader nelle app digitali – l’utilizzo delle emojis nel 2015 è semplicemente raddoppiato rispetto all’anno precedente, questo risultato, a ben guardare, non dovrebbe stupire più di tanto.
Se prima l’uso di queste forme di espressione visiva era destinato ai soli adolescenti, e infatti sono più di vent’anni che queste sono a disposizione della comunicazione, oggi il loro utilizzo è trasversale, addirittura universale, come spiegano gli esperti di Oxford Dictionaries.

Il pittogramma della risata a crepapelle ha vinto sulle parole. Ma, si perdoni il retrogusto romantico della domanda retorica a venire, cosa c’è da festeggiare quando rinunciamo alla parola? Certo il linguaggio realizzato con le lettere non è tutto, “anche il silenzio parla ecc…” e sicuramente questo tipo di linguaggio “tradizionale” ha il suo limite (“l’indicibile” rimane una delle più alte speculazioni filosofiche di sempre), ma ancora: come può considerarsi “vittoria della parola” la scelta di una “non-parola”? E se ne può persino capire il successo, magari anche “meritato”, ma come non riflettere sul significato “non detto”, appunto, della scelta stessa?

“ L’aspetto divertente è che la faccina sembra essere stata scelta perché riflette ‘ethos, clima e preoccupazioni del 2015’” (vedi http://www.vanityfair.it/lifestyle/hi-tech/15/11/18/oxford-parola-anno-emoji-risata-crepapelle-gioia).
“L’aspetto divertente”? “Rilfette l’ethos del 2015”? Ma davvero ci sentiamo rappresentati da una emoji?
Senza catastrofismo, ma anzi con un pizzico di ironia, verrebbe da dire che non ci sono più parole…
Soluzione? Inventiamo l’emoji relativa a questa sconcertata, disorientata sensazione di sconfitta della cara vecchia parola.