Le argomentazioni urlate in diretta nei talk televisivi da sedicenti esperti sull’onnipresente questione terrorismo sono tante e varie come i colori di un arcobaleno: in questa sciarada tragicomica si va dal bislacco al ridicolo, dall’insensato al patetico, sommergendo di ovvietà banali quelle poche ma valide voci preparate e  competenti in materia. Fino a prova contraria non ci si alza la mattina dal letto scoprendosi tuttologi, eppure questa constatazione sfugge agli attori melodrammatici del gran teatro mediatico nostrano.

Tra le fila di questo gagliardo manipolo letterato emergono poi i più fini, i più originali, tronfi della loro sagacia, dimostrazione fatta e finita di quanto sia piccolo borghese e ridicola la nostra classe intellettuale, smaniosa d’emergere e di apparire, cui meta finale non è, come si presuppone, il riflettere propositivo e fecondo, ma l’abbaiare convulso e rabbioso qual cane idrofobo. Costoro, dicevamo, spiccano dal mucchio cianciando tesi a loro modo originali ed intriganti; per esempio, hanno testé scoperto come la mancanza d’ideologia nel mondo post-moderno abbia spianato la strada al fondamentalismo islamista.

Come pel giovin signore di Parini, la sveglia per questi tristi personaggi suona tardi, ormai fuori tempo massimo. Hanno inteso, oggi, la potenza dell’ideologia, la necessità dei valori, il bisogno fisiologico di miti e simboli. Peccato però che fino a ieri l’altro erano impegnati a distruggerli, codesti valori, a demolirli, codesti simboli, a rincretinire il popolo bue- quanto è volgare, l’uomo della strada visto dall’attico in centro- con le mitologiche narrazioni del villaggio globale, del mondo senza barriere, della fine della storia, della società multiculturale, spingendosi financo al limite disgustoso di manipolare i morti per i beceri fini della propaganda imposta.

Gli stessi cantori della generazione Erasmus son divenuti i menestrelli grevi della generazione Bataclan; gli aedi delle rivoluzioni colorate ora si struggono per i ribelli moderati- leggi sodali dell’ISIS- in Siria e descrivono con raccapriccio i ghetti e le banlieue a suo tempo decantati come frutto primigenio del melting pot europeo. Chiunque dotato di un minimo di curiosità può andar a leggere ciò che veniva scritto ai tempi della guerra a Gheddafi dai giornali italiani oppure verificare ciò che Stampubblica ha recentemente scritto in merito all’incidente Erasmus in Spagna: troverà contezza delle mirabolanti costruzioni pennaiuole dei vari grand commis dell’informazione italiana.

Il torpore intellettuale risulta quindi direttamente proporzionato all’abilità olimpica di cambiar casacca, di star sempre dalla parte giusta della Storia. Se ciò comporta la completa e totale perdita di coerenza- dunque, di dignità- non importa: la nostra galassia di narratori è piena di parabole famose iniziate all’ombra della sinistra extraparlamentare e finite al caldo tepore del Capitale (si veda l’amaro destino di molti ex compagni di Lotta Continua e Potere Operaio, per intenderci). L’ipocrisia e lo squallore regnano incontrastati: al netto, quindi, di poche valide eccezioni- ostracizzate perché fastidiose- rimane un deserto riflessivo, un Sahara intellettuale, infestato da incompetenza, arrivismo e meschino individualismo, impermeabile al ricambio generazionale e alle critiche.

Un secolo  fa, ed è nulla pei tempi immensi della Storia, il giornalista ( quindi l’intellettuale), specie in Italia, era il centro motore di un rinnovamento fecondo e denso di suggestioni, progetti, idee, sogni, smanioso d’entrare nella vita del suo tempo e segnarla col suo genio e la sua volontà creatrice. Oggi è il nulla fatto persona. Segno, questo sì inequivocabile, della decadenza costante e progressiva di una civiltà indegna del suo passato e timorosa del suo futuro.