«Il lato oscuro dell’individualismo è il suo incentrarsi sull’io, che a un tempo appiattisce e restringe le nostre vite, ne impoverisce il significato, e le allontana dall’interesse per gli altri e la società». Così Charles Taylor, nel Disagio della modernità, vuole mettere in guardia i cittadini dai rischi di un sistema globale sempre più incentrato sull’individuo (seppur alienato) e sempre meno sulla comunità di cui fa parte, con annesso un valore che sembra un vago ricordo di tempi passati: il bene comune. Scritto nel 1991, il libro di Taylor si colloca in quel dibattito, tra comunitaristi e liberalisti, avviato con la pubblicazione di Una teoria della giustizia di John Rawls e destinato a durare ancora oggi. Un dibattito certamente molto vivace in America, ma di interesse globale e ripreso in diverse parti del mondo. Un’interpretazione degna di attenzione della teoria comunitarista, fuori dai più rigidi schemi statunitensi e canadesi, è quella di Costanzo Preve, pensatore marxista e tra i primi fautori del superamento della dicotomia destra-sinistra, nel suo Elogio del comunitario. Ricollegandosi, più o meno volutamente, alla frase di Taylor, Preve constata un’inversione avvenuta all’interno della modernità: «L’inversione consiste allora in questo, che una successione tipica della sola società occidentale borghese-capitalistica viene proiettata in una sorta di cielo metafisico a-temporale in cui il principio dell’individuo e della sua assolutezza primaria viene preposto al principio della società, e cioè della comunità in cui l’individuo è inserito». Insomma, il bersaglio polemico del saggio è quell’individualismo che, con il pretesto di liberare l’individuo dalle costrizioni sociali e dagli obblighi politici, lo ha trasformato in un atomo sparso nell’universo, sradicato e perfettamente funzionale alle politiche criminali del nuovo millennio. Politiche che, tra l’altro, legittimano i cosiddetti “interventi umanitari”, nel nome della “democrazia” e dei “diritti”, a suon di bombe. Tuttavia, come espliciterà sul finire del libro, non si deve cadere nella “trappola dicotomica alla Bobbio”, consistente nella netta contrapposizione tra individualismo e comunitarismo. Di fatto, il nemico ideologico di Preve non è tanto l’individuo in sé, che anzi viene giudicato come “l’unità di resistenza minima al potere”, ma le sue derive, iniziate nel ‘600, sfociate nel nichilismo sociale e nel relativismo morale odierno.

Individuato il nemico, si tratta ora di analizzare l’alleato. Lungi dal voler esaltare le comunità sacralizzate e gerarchiche di stampo medievale o rifarsi ad una tradizione tutta novecentesca che annovera la comunità come un qualcosa di “destra” (fascismo, nazionalsocialismo), Preve difende un comunitarismo democratico, fautore della libertà (ma non liberale) e “universale”, intendendo con questa espressione: «Un campo dialogico di confronto fra comunità unite e dai caratteri essenziali del genere umano, della socialità e della razionalità». Insomma, un comunitarismo che sia prima di tutto “uno spazio del rapporto fra individuo e comunità”, visto che nessuno di questi due termini può fare a meno dell’altro. L’idea di fondo di Preve, infatti, è quella che l’uomo sia anzitutto un animale sociale, incapace di vivere al di fuori di un contesto comunitario. Per sostenere questo pensiero, nel terzo e più lungo capitolo, ripercorre tutta la storia del pensiero filosofico occidentale, dall’antica Grecia sino al novecento, mettendo l’accento su tre figure definite come i migliori esempi di comunitarismo: Aristotele, Hegel e Marx. L’elogio del rapporto individuo-comunità è talmente forte in queste pagine, da trovare una fantastica provocazione, quella di non avere personalmente una morale, ma soltanto un’etica, sottolineando una differenza tra i due termini, praticamente obliata oggi. Riferendosi ad Aristotele, può allora sostenere: «Egli fonda la morale e la politica sul solido terreno dei valori comunitari. La sua morale, infatti, che non ha neppure questo nome, ma si chiama appunto “etica”, deriva etimologicamente da “costume” (ethos). Ora, un costume può essere tale solo in una comunità. Un individuo immaginato isolato su uno scoglio abbandonato nel mare (come l’eroe tragico Filottete) non ha etica, perché non ha neppure costumi».

Come accennato in apertura, la sua visione comunitarista si colloca fuori dagli schemi del dibattito avviato negli ultimi decenni del secolo scorso. Al suo interno, presenta dei punti non condivisibile, come la radicale critica all’organicismo, o il rifiuto, più o meno marcato, di autori come MacIntyre e Tönnies, in nome di un’adesione mai smentita (comunque legittima) per la tradizione socialista e comunista. Ma, sicuramente, questo testo ha il merito primario di centrare l’attenzione sull’ancora di salvezza per l’umanità nell’era della post-modernità, rappresentata da quello spazio comunitario citato precedentemente. Un merito che si collega ad un altro di natura più generale da attribuire a Preve, come uomo e autore: il coraggio e la capacità di andare oltre lo scontro destra/sinistra, che oltre ad essere dannatamente reazionario, rappresenta una delle migliori armi di distrazione in mano al sistema, liberal-capitalista, intenzionato quanto prima ad omologare le diverse identità individuali ed a dissolvere qualsiasi forma di vita comunitaria.