È sera. Il sole di questi tempi non si cura degli orari, la luna può aspettare. È sera. I primi aliti di vento decidono finalmente di agitare l’aria, immobile e bollente della terra Andalusa. È sera. Una folla sempre più grande si sta annidando per le strade del centro, qui a Siviglia.È sera. L’attesa, il fermento, l’ansia creano un’esaltazione palpabile, l’atmosfera è incredibile a pochi passi dalla Maestranza. In programma oggi c’è una “Novillada”. Una corrida di tori e matador giovani che si sfidano a dispetto dei pochi anni. “La miglior corrida da vedere per prima”, ci suggerisce Ernest Hemingway, a proposito della Novillada, in Morte nel Pomeriggio.

Le entrate della più antica Plaza de Toros di Spagna iniziano ad essere occupate da donne di tutte le età, dalle vesti lunghe e colorate, le scarpe aperte con il tacco alto e largo, gli occhi grandi e scuri, la carnagione ambrata baciata dal sole di Al-Andalus. Al loro fianco uomini in tenuta da corrida: sigari, camicie di lino e borse termiche ripiene di sangria, taralli e jamon serrano. Non c’è ressa in fila. Nessuno spinge nonostante la trepidazione che avvolge nel profondo ogni spettatore. Tra la folla alcuni turisti: qualcuno scoraggiato, altri ansiosi di assistere ad uno spettacolo unico al mondo.

Prendiamo posto in segunda barrera, siamo a due passi dal toro. La banda, sita nella parte alta dell’arena, comincia a suonare. Inizia la corrida. Nella Novillada, i picadores, uomini a cavallo incaricati di colpire il toro con una lancia, all’altezza del collo, per indebolirlo e per sondarne il valore, non ci sono.
I primi ad entrare sono i peones. Questi , brandendo il “capote”, grande drappo di tela, rosso all’esterno e giallo nella parte interna, stancano il toro, facendolo girare per l’arena, aprendo la strada ai banderillos. Incaricati di provocare la furia del toro con il solo movimento del corpo, i banderillos infilzano l’animale con tre paia di banderillas: piccole lance di 70 Cm con una punta d’acciaio.
Dopo le prime due fasi, chiamate in gergo “Tercios” è finalmente il turno del Matador, nel “Tercios de Muleta” dal nome del drappo agitato dal Torero.
Sono tre i giovani che dovranno battersi con i sei tori, due per ognuno. Tra i partecipanti uno gioca in casa qui a Siviglia, va da se che il pubblico è tutto per lui. Gli altri toreri sono di Malaga e Salamanca. Al suo secondo toro, il Matador di Salamanca, che tiene coraggiosamente la muleta molto vicina al corpo viene colpito, senza riportare ferite gravi, per ben due volte. Il giovane, nonostante i colpi, affronta con coraggio il suo avversario ma, al momento di infilzare il cuore della bestia stremata, le forze abbandonano il matador, che non riesce a finire l’animale agonizzante. Il pubblico sbraita innervosito, i peones rientrano per dare una mano al torero a porre fine alla triste agonia del toro. Nessuno viene ad assistere ad una corrida per vedere la sofferenza lenta e straziante della fiera bestia taurina. L’interesse è altro: lo scontro, il pericolo, la forza bruta dell’animale contro l’eleganza e l’intelligenza dell’uomo. Il rito d’antichissima origine dionisiaca, praticato dagli etruschi e dai greci, affascina e colpisce, non per la sua brutalità, ma perché mette ancora una volta di fronte l’uomo e la bestia in uno scontro ancestrale, che alle cruente lance conficcate nella carne del toro alterna il rispetto che il pubblico e il Matador mostrano per l’animale, degno avversario del coraggioso torero. Ma la Novillada Sivigliana non si ferma e al suo termine ha un vincitore: il Torero di casa, che per il suo valore riceve per ben due volte le orecchie del toro.
Alla fine della corrida, il pubblico si alza all’unisono, per acclamare il suo beniamino. All’interno dell’arena fanno il loro ingresso più di cinquanta ragazzi, presumibilmente amici del giovane matador cittadino, contenti di portarlo in trionfo, tra le grida della folla che sventola fazzoletti bianchi e lancia in segno di giubilo piccole icone raffiguranti i santi e la madonna.
Questa è la corrida. Violenza e passione. Tradizione e scontro. Un fenomeno che divide, nell’epoca dell’animalismo di maniera in cui la morte di un leone colpisce più di una strage in Medioriente.

È un articolo de “La Stampa” di Mercoledì 5 agosto a riportare la notizia che le giunte di Podemos, insediatesi in più comuni, intendono abolire l’antichissima Tauromaquia. La Stampa presentando l’iniziativa del movimento di Iglesias ci ricorda che in Catalogna ormai dal 2011 la corrida è stata bandita, a Valencia sono stati tagliati i fondi alla Feria de Julio e iniziative analoghe sono state prese in molte altre città della Spagna. Spicca tra tutte la scelta di Alicante, che ha sostituito i giochi taurini con una corsa in bici. L’antica “Fiesta” spagnola, sopravvissuta agli umori dei monarchi e al razionalismo stringente dell’epoca dei lumi ha sempre diviso. Ora al fronte degli animalisti della prima ora, si affiancano tutti gli indignati del web pronti ad alimentare ogni campagna contro il maltrattamento dei criceti o l’estinzione del topo del deserto, con post infarciti di retorica buonista che gridano all’ “animalicidio” con ostentata veemenza.
Ma la stessa Stampa nel riportare “inorridita” le barbarie della corrida cade in tremenda contraddizione. Nel tracciare un quadro storico dei più grandi toreri della penisola iberica, da Joselito a Juan Belmonte, storici rivali dei primi del ‘900, nell’ennesima stigmatizzazione della tradizione taurina, cede nel dichiarare nostalgia per le gesta dei mitici matador d’inizio secolo.

È ormai un vizio conclamato della nostra società quella della condanna facile, schermata dal velo del buonismo mainstream, che non necessita d’argomentazione perché intrinsecamente e democraticamente giusto. È quindi più criminale che antistorico provare a spezzare una lancia per la millenaria tradizione della Tauromaquia, che trova la sua origine nel mito di Dioniso, che trasformatosi in più animali per sfuggire alla furia dei titani, una volta prese le sembianze del toro viene fatto a pezzi dalle imponenti figure mitologiche avverse agli dei. Ma questo non interessa agli integerrimi della rete né a tutti coloro che, trincerati dietro un millantato pietismo, gridano contenti la loro vacua gioia per la possibile chiusura delle corride.

Dalla nostra non possiamo che accendere una timida luce per tutti coloro che, spagnoli e non, sono ancora affascinati da questa lotta senza tempo, e non per il gusto della (fiera) morte di 3000 tori all’anno, ma per conservare un rito che stringe a se intere comunità da più di mille anni.