I recenti respingimenti di immigrati alla frontiera di Ventimiglia da parte dei francesi, le navi estere che sbarcano disperati nei porti italiani: inutile scomodare tecnicismi giuridici o trattati internazionali, queste sono le immagini di una nazione costantemente derisa e presa a schiaffi dagli alleati europei. Dietro la retorica di unità e fratellanza, sono ancora una volta le ragioni dell’interesse nazionale e della politica a prevalere. Ragioni che valgono per tutti, tranne che per l’Italia. Nel nostro paese, infatti, ha sempre avuto largo spazio una retorica denigratrice del paese e dei suoi vizi atavici che ha spianato la strada alla perdita dell’amor di patria e della sovranità nazionale. Accompagnata troppo spesso da una sfrenata ricerca del proprio tornaconto personale, del particulare, a scapito della comunità. Di questo autorazzismo hanno ampiamente beneficiato i nostri concorrenti, col risultato che oggi l’Italia si trova ad aver perso moltissime posizioni dal punto di vista industriale, geopolitico e culturale. Senza voler negare limiti e scandali (Mafia capitale l’ultima ferita in ordine di tempo) il patrimonio del nostro paese rimane nonostante tutto di grande rilievo. Conoscerlo e difenderlo dovrebbe essere il compito delle giovani generazioni e di una classe dirigente degna e, in questo caso sì, al passo degli Stati europei.

Il complesso d’inferiorità del paese ha radici lontane. Già durante il Risorgimento il riferimento alle grandi potenze europee fu una costante e la costruzione di un sentimento comunitario divenne un compito quasi insormontabile. Banche e industriali furono maestri nel cogliere solo i benefici del progressivo sviluppo italiano, scaricando i costi umani sulle masse lavoratrici e allontanando una possibile solidarietà interclassista nel nome della nazione. Le tensioni sociali e la disparità nord-sud rimanevano i maggiori talloni d’Achille: Augusto Grandi e Teresa Alquati hanno descritto queste dinamiche con lucidità nell’opera «Eroi e cialtroni. 150 anni di controstoria». La Grande Guerra riuscì a imporre una significativa sterzata, quando italiani provenienti da tutto lo Stivale si trovarono uniti nel sangue e nel fango delle trincee, in nome del completamento del processo risorgimentale. Bagliori destinati a finire: gli italiani si dimostrarono capaci di grandi eroismi quanto di  intrighi e doppiezze nei momenti di difficoltà. Nel secondo conflitto, di fronte alle sconfitte e ai crescenti dolori della guerra, interi settori del paese abbandonarono letteralmente la patria di fronte allo straniero: la grande industria e una parte significativa delle forze armate per primi. Una vasta letteratura si è occupata delle loro mancanze e dei loro  egoismi: «Navi e poltrone» di Antonino Trizzino già negli anni ’50 denunciò le negligenze dell’Aeronautica e soprattutto della Marina, accusata di codardia, spionaggio e tradimento in molti suoi protagonisti. Tra questi, l’ammiraglio Franco Maugeri, che non a caso arrivò a scrivere nelle sue memorie: «L’ inverno del 1942-43 trovò molti di noi che speravano in una Italia libera di fronte a questa dura, amara, dolorosa verità: non ci saremmo potuti liberare delle nostre catene se l’ Asse fosse stata vittoriosa. Più uno amava il proprio Paese, più doveva pregare per la sua sconfitta sul campo di battaglia». Studiosi come Piero Baroni (I condottieri della disfatta il suo atto d’accusa contro il complesso militare-industriale italiano) e Filippo Giannini (Il sangue e l’oro) sono altri nomi poco noti quanto fondamentali per capire questi aspetti del passato.

Nel dopoguerra, il ripudio del fascismo portò con sé anche quello del patriottismo. Parlare di interesse nazionale e di tricolore fu per anni quasi una bestemmia. I padri della Repubblica e i partiti egemoni avevano un buon curriculum in questo senso. «Il nostro dovere è quello di accogliere le truppe di Tito come liberatrici» disse Togliatti a proposito del doloroso caso di Trieste nel 1945. De Gasperi dal canto suo aveva sottolineato come la via cattolica comportasse la fiducia «nella limitazione della sovranità statale a favore della società internazionale». L’Italia iniziò quindi quel processo di integrazione europea che l’ha portata oggi sull’orlo del baratro, divenendo al contempo satellite statunitense. Grande protagonista: l’antifascismo. «Fin dalla loro nascita, i gruppi antifascisti si resero organici, non potendone fare a meno, alle esigenze militari alleate che, in quanto tali, erano funzionali ai disegni geopolitici americani. Le prime forme di manifestazione antifascista in Europa furono dunque al servizio di uno stato straniero extraeuropeo, ossia gli Stati Uniti, il cui obiettivo era quello di svuotare di sovranità il continente europeo e renderlo parte di un’alleanza atlantica che fosse funzionale ai propri interessi» ha scritto Luca Steinmann. Quello stesso antifascismo che sarà poi il collante del sistema partitocratico e dell’avvicinamento DC – PCI degli anni ’70. Durante il percorso, non mancarono certo aspetti positivi e anche una politica estera abile messa in mostra nelle pieghe della guerra fredda (Gronchi – La Pira – Mattei – Fanfani i personaggi più interessanti) ma questo patrimonio sembra sempre più lontano nel tempo. Il cieco europeismo ci ha costretto nelle gabbie dell’euro e dei limiti di spesa, l’atlantismo ci ha portato contro Putin e la Libia, dove abbiamo segnato autogol impressionanti.

Recuperare orgoglio e difesa delle tradizioni appare vitale. Caratteristiche che rimangono, non dimentichiamolo, alla base di qualunque aggregato sovranazionale che voglia «unire nella diversità». Davanti alla globalizzazione, al modello americano e a quello dei cugini europei sempre “efficienti e incorrotti” occorre ribadire la sovranità, l’originalità e la fierezza italiana per ritrovare un ruolo internazionale. Proprio un uomo del continente che è al centro dei drammi citati in apertura, il senegalese Pape Gora Tall, ha scritto a proposito dell’importanza per l’Africa di valorizzare le proprie radici per sconfiggere ogni sudditanza e imperialismo culturale. Le assonanze con il nostro caso sono impressionanti: «Oggi, in un mondo in cui le ambizioni dell’uomo sono sempre più smisurate, l’entrata in scena dell’imperialismo culturale è enorme. Che lo si voglia o no, il pensiero dei paesi tecnicamente più avanzati di noi tende a far accettare con sottili manovre o tramite l’intermediazione di oggetti di uso corrente come giornali, radio, televisione modi di vita che – se non contribuiscono positivamente all’impoverimento mentale dei nostri popoli – sono strumenti che favoriscono più velocemente di quanto non lo si creda, l’alterazione progressiva delle nostre culture nazionali. Si tratta di conservare l’essenza del proprio essere, cioè i propri valori culturali positivi. Poiché, non più che altrove, molti di noi si imbastardiscono, si trovano in una situazione di ambiguità e di ambivalenza rispetto alla propria cultura, alla propria natura e si sono allontanati dalla propria appartenenza. Di fronte a tale problema, un azione di ricostruzione dei valori umani delle nostre culture che giacciono sotto le macerie si impone».