Fabbricare fabbricare fabbricare / preferisco il rumore del mare / che dice fabbricare fare e disfare

 Dino Campana

In principio era il lavoro, e il lavoro era presso l’uomo. Tutto è stato fatto per mezzo di esso, e senza di esso niente è stato fatto di ciò che esiste. Vale come blasfema parafrasi del prologo di Giovanni, eppure quanto è ossessiva oggi la parola “lavoro”. A sfogliar la carta stampata s’ha un turbamento, una vertigine, una nausea: disoccupati qui, pensionati lì, precari là, e qua qua qua. Tutti ne parlano, tutti lo desiderano. In principio, si diceva; ebbene, vi fu un tempo in cui il lavoro era fatica imposta, e nell’udirlo già s’assaporavano pianto e stridore di denti. Perché, se c’è una verità, è che il lavoro è da servi, schiavi e lacchè. Nella storia della creazione, Dio dona all’uomo una terra feconda: «fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare». Avesse solamente saputo, l’uomo, il malcapitato, cosa l’attendeva di là dall’Eden, il frutto della conoscenza sarebbe rimasto a marcire sull’albero. «Maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba campestre. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane». Le parole di Genesi 3,17-19 tuonano inflessibili, di contro alla gentile menzogna che l’espressione Jobs act fa presagire, nel mondo brillantinato dell’happy regime renziano, dove gli sgobboni sono cool, ma solo se non siedono nelle poltrone del Parlamento, ché lì – sia mai! – il lavoro è qualcosa su cui si decide, ma che non si fa.

 E non è un indolente, uno scansafatiche, a lanciare la scure contro il pasticciaccio retorico della Costituzione. «La compunta apertura, nel testo, della repubblica democratica fondata sul lavoro è una pura scemenza», scrive Ceronetti in Tragico tascabile. Come ne vibrerebbe l’essenza, se si espungessero quelle tre parole! «L’Italia è una repubblica democratica fondata», così sarebbe solenne e severa, attributi che mai ha meritato, in quasi settant’anni di vita. Lasciamo agli storici le considerazioni sui taylorismi e i fordismi, i prima e i dopo, il brutto e il peggior tempo. Sperimentiamo i postumi della (in)civiltà dei consumi, enorme macina senza grano che gira invano, trainata dalle fatiche dei lavoratori. L’introduzione dei bisogni fittizi ha come colonna sonora la triade «produci, consuma, crepa», ossia lavora, lavora, lavora. Si deve lavorare per tenere in piedi le condizioni che permettono di lavorare, in un circolo vizioso e assurdo per cui lo stipendio va speso per comprare l’auto che ti porta a lavoro. Attenzione, «si deve». Perché il lavoro si manifesta come imperativo morale, come inemendabile croce da sopportare. Non più la merce, il prodotto, è oggetto di feticismo, bensì il lavoro stesso; l’alienazione del lavoratore è così completa. Vanitas vanitatum, il lavoro ti chiama, ti indica, urge. Si fa perché «si deve», e nell’impersonale è racchiusa una violenza giammai placata. Si fa, e senza sapere perché né percome: non si lavora il lavoro, ma si è lavorati dal lavoro. Se prima, come illustrato e disprezzato dai proclami dell’Internazionale Situazionista degli anni Sessanta, si disprezzava il lavoro ma si amava la merce, oggi invece s’ama il lavoro più della merce.

 Dove il lavoro è considerato un diritto, là si cela un sistema disumano. “Diritto” dovrebbe essere ciò che è privilegio, conquista, gioia della vita, non la moderna schiavitù meccanica che il lavoro oggi incarna. Maria, Carla e Michela lavorano in un call center di una grande compagnia di telecomunicazioni, che le ha tolte al loro mondo e le ha portate in Albania in nome della delocalizzazione, ossia per far sì che il padrone di turno accumuli qualche quattrino in più nel salvadanaio porcello del suo capitale. Sono moderne macchine strappate al destino di persona umana e marchiate con il logo aziendale, in un ufficio di Tirana.

 Tuttavia, non possiamo relativizzare una riflessione sul lavoro alla sua manifestazione moderna, intrinsecamente tecnica. Ma come – si dirà – non si dovrebbe invece apprezzare, illuminare la bellezza della fatica? Si dimentica forse l’elogio della vita agreste con cui Virgilio chiude il secondo libro delle Georgiche? Ebbene, non lo si omette affatto. Anzi, le belle parole che la letteratura ha dedicato al lavoro ne mostrano l’inganno. Il Virgilio di turno che innalza il sudore del lavoratore a ciò che v’è di più alto in realtà non vive quello sforzo, bensì lo osserva e lo racconta comodamente seduto sotto la quercia, al riparo dalla terra e dal sole che solcano la pelle del contadino. La solennità dell’adagio «Arbeit macht frei», il lavoro rende liberi, inciso sui cancelli dei campi di concentramento, si scontra con l’inferno e la disumanità in essi racchiusa. Ancora una volta il lavoro rende libero chi non lo fa. C’è ipocrisia più esplicita del festeggiare il lavoro smettendo di lavorare, come accade ogni primo maggio? Se v’è una dignità nel lavoro, essa non va rintracciata nella descrizione, nello sguardo teoretico, nell’elogio letterario, ma nel lavorare medesimo, nell’immediatezza del colpo con cui la zappa scava il terreno, nelle scarpe logore, nelle vesciche che il manico della forca dona alle mani, come accolta condanna imposta dalla maledizione d’esistere. Il dipinto Le spigolatrici di Millet apre un mondo, riportandolo alla terra, nella parabola discendente che dalla schiena china conduce alla mano che raccoglie gli scarti della mietitura. Ecco, dunque, la vera natura del lavoro: per dirla con Carmelo Bene, «non un diritto, ma un dovere, un dover-essere, un dovere dell’essere».