Le regole del mercato sono ferree e ineludibili, specialmente per chi si occupa di estrazioni. Le multinazionali del petrolio e del gas hanno l’obbligo di dimostrare ai propri azionisti di avere nuovi giacimenti da cui poter attingere quando quelli attuali saranno esauriti, condizione indispensabile per far lievitare il prezzo delle azioni. Gli interessi delle grandi industrie estrattive confliggono con quelli della collettività non solo nell’immediatezza ma nelle stesse norme che ne consentono la sopravvivenza in futuro. Una multinazionale operante nel settore energetico deve dimostrare di disporre di riserve di petrolio e gas almeno pari a quelle della produzione in corso: il tasso di rimpiazzo delle riserve deve coincidere con il 100%. Come efficacemente illustrato dal sito Investopedia, “il tasso di rimpiazzo delle riserve di una compagnia deve essere pari almeno al 100 per cento perché essa possa continuare a operare sul lungo termine, altrimenti alla fine non avrà più petrolio”. Secondo il rapporto annuale sullo stato dell’energia mondiale pubblicato dalla IEA, la produzione globale di petrolio convenzionale dai giacimenti esistenti si contrarrà dai 68 milioni di barili al giorno del 2012 ad una cifra stimata di 27 milioni nel 2035. Il declino in atto spinge le lobby dei combustibili fossili a impegnarsi nell’esplorazione di riserve sempre più inaccessibili tramite metodologie estrattive estreme come il fracking. Quando la terra trema sotto i piedi, per le industrie l’unica via d’uscita è scavare più a fondo accelerando la caduta.

Nel 2011, la Carbon Tracker Initiative, una organizzazione non governativa con sede a Londra, ha pubblicato uno studio in cui venivano analizzate le riserve rivendicate da tutte le compagnie di combustibili fossili, private o statali. Il petrolio, il gas e il carbone su cui gli operatori avanzano diritti (ossia depositi registrati in bilancio e che stanno già producendo profitti per gli azionisti) corrispondevano all’epoca a 2795 gigatonnellate di carbonio (una gigatonnellata equivale ad un miliardo di tonnellate). Per mantenere il riscaldamento globale entro la soglia dei due gradi di aumento della temperatura, soglia indicata dagli scienziati come limite da non superare per evitare conseguenze catastrofiche e irreparabili, non possiamo permetterci che questo carbonio venga bruciato. La quantità massima di carbonio che ci è ragionevolmente consentito di bruciare da oggi al 2050 è di 565 gigatonnellate, lo asserisce un autorevole studio di Bill McKibben. La sproporzione tra i due dati equivale ad una condanna. Per usare le parole di McKibben, “nei documenti destinati alla SEC, la Commissione per i titoli e gli scambi, e nelle sue promesse agli azionisti questa industria ha annunciato di essere determinata a bruciare un quantitativo di combustibili fossili cinque volte superiore a quello che l’atmosfera del pianeta può iniziare ad assorbire.” Porre fine all’industria del fossile, la cui sopravvivenza dipende dalla distruzione dell’ecosistema, è un progetto che attiene alla sfera della politica, non a quella dell’economia. Non ci si può certo aspettare che una delle attività più redditizie del mondo ponga fine alla propria esistenza in maniera autonoma, solo perché stimolata da avvertimenti sull’irreversibilità dei mutamenti che crea. Il valore totale del carbonio contenuto nelle riserve dichiarate ammonta a circa 27.000 miliardi di dollari, oltre dieci volte il PIL del Regno Unito. E una grossa fetta dei proventi generati dalle estrazioni sono investiti in generose donazioni a favore di istituzioni, partiti politici e fondazioni, organismi che, in spregio al loro compito primario, si attivano per acquietare le proteste e garantire legislazioni di favore ai loro contribuenti. Nel 2013 nei soli Stati Uniti l’industria del petrolio e del gas ha sborsato poco meno di 400.000 dollari al giorno per esercitare pressioni sul Congresso e su funzionari del governo; inoltre ha elargito la cifra record di 73 milioni di dollari in campagne federali e contributi elettorali durante il 2012, un balzo in avanti dell’87% rispetto alle elezioni del 2008.

La collusione tra industria e politica prosegue nel cosiddetto fenomeno delle “porte girevoli”, ovvero l’impiego di uomini dell’industria in incarichi di governo, commistione tanto irragionevole quanto deleteria. Come ha scritto il The Guardian, in un articolo del 2011 in relazione al governo britnnico, “negli ultimi quattro anni almeno cinquanta impiegati di compagnie come EDF Energy, Npower e Centrica sono stati collocati all’interno del governo per lavorare su temi legati all’energia (…) Il personale viene fornito gratuitamente e lavora all’interno dei dipartimenti con trasferte che possono durare sino a due anni”. Per bruciare all’inferno non c’è bisogno di attendere il giudizio divino nell’aldilà, ci basta lasciare mano libera alla lobby del fossile.