Non si tratta solo di vendere cibo, si tratta di vendere sogni»: così racconta al Financial Times tale Luigi Consiglio, uno dei massimi esperti italiani nel settore alimentare. Lontani dal voler fare i puristi, sappiamo bene che non si è mai trattato solo ed esclusivamente di nutrimento tout court. Il cibo, infatti, nelle religione pagane, specie nei riti sacrificali, è un ponte tra il sacro e il profano, in quelle monoteiste è simbolo di salvezza e di dannazione – pensiamo all’eucarestia, al frutto proibito, alle prescrizioni rituali islamiche ed ebraiche, il Ramadam e la Kasherùt. Tutte le civiltà hanno fatto del cibo qualcosa di più di un semplice alimento, ne hanno fatto un motivo di conflitto, uno strumento di potere, un rimedio curativo, una pratica estetica – l’uomo, diceva Lévy-Strauss, è un animal cuisinier – e il pasto è il luogo della convivialità e della comunione che scandisce la temporalità quotidiana. Se non ci possiamo scandalizzare di fronte alle dichiarazioni del tale Consiglio, dobbiamo però analizzarne la portata, perché la sua frase avalla con inconsapevole lucidità le ipotesi di alcuni tra i più importanti pensatori otto-novecenteschi: Mauss, Veblen, Jarry, Bataille, Barthes, Debord, Baudrillard.

Ossia che i beni di consumo non hanno solo un valore d’uso o di scambio, così come credeva Marx, ma hanno anche un valore “simbolico”, un valore di segno distintivo, posizionale, differenziale, la cui esibizione ci permette di posizionarci sulla scala sociale. Quindi l’atto del consumo non dipende solo dalla nascita di un bisogno alimentare a cui corrisponde l’acquisto di un cibo che ne provoca la soddisfazione. C’è anche dell’altro.

C’è la «distruzione di un valore economico in vista di un altro tipo di valore», diceva Baudrillard, un valore simbolico.

Finita l’era della penuria alimentare e della scarsità di risorse, e giunti, grazie all’industrializzazione del settore primario ad un’economia dell’abbondanza, che tipo di valore simbolico esprime il cibo? Cosa succede quando anche il primo e più naturale, il più spontaneo di tutti i bisogni, diventa un segno di differenziazione sociale, un sogno, e quindi una finzione, uno spettacolo, un simulacro? E cosa rimane, cosa sappiamo del cibo reale, della realtà della sua produzione, della sua effettiva bontà L’esplosione dei discorsi sul cibo intasa i canali televisivi – sono più di 70 i programmi enogastronomici visibili solo sul digitale terrestre –, i cartelloni pubblicitari, i social network – sono oltre 150 milioni i contenuti su Instagram con l’hashtag #foodporn. Il cibo è oggetto di conversazioni mondane, pubbliche e private, e si è ritagliato uno spazio consistente nel mondo dell’entertainment. È diventato un simulacro a tutti gli effetti: ripreso, fotografato, discusso, impiattato, allestito – di cui si occupano tutta una serie di nuovi chierici: medici nutrizionisti, conduttori cuochi, opinionisti e foodblogger.

C'è chi impiatta e chi assaggia. Siamo stati a cena a Montefalco da Giorgione e abbiamo scambiato due chiacchiere sull'erotismo gastronomico dei nostri tempi.

C’è chi impiatta e chi assaggia. Siamo stati a cena a Montefalco da Giorgione e abbiamo scambiato due chiacchiere sull’erotismo gastronomico dei nostri tempi.

 

Questo comporta un cambiamento radicale nel modo in cui si percepisce e si consumano i pasti. Il consumatore non cerca più il cibo, ma l’esperienza simbolica – onirica, se vogliamo mantenere il registro di Consiglio – che il cibo può offrire. Ossia la location, l’impiattamento, le materie prime, i colori, la disposizione e la quantità, l’originalità e la fotogenicità del piatto, la fama del ristorante, il prezzo, e tutta una serie di fattori extra-alimentari (il cibo diventa #fashion o #cool, attributi prima della moda). Pensiamo ancora alle nuove tendenze come il Tiny food, ossia il cibo in miniatura (preparato al telescopio praticamente), oppure al Giant food – che pur essendo minoritarie diagnosticano la schizofrenia estetica del consumatore insoddisfatto. A questi fattori, però, se ne aggiunge uno che sembra più importante degli altri: la storia del prodotto. Dalle piccole aziende a gestione familiare sino alle grandi multinazionali, gli operatori del settore alimentare si affaticano per raccontare la storia più bella – e più antica! – riguardo ai loro prodotti. Vediamo birrifici che certificano la bontà della loro birra millantando una preparazione che fa capo alla ricetta di antichi monaci francescani, oppure cantine che fanno il vino buono perché mille anni fa sulle loro terre sono passati i normanni, ristoranti il cui cuoco ha un braccio solo oppure è cieco. Così siamo anche stufi del green-washing da parte delle multinazionali – Mc Donald’s che al classico rosso adesso preferisce il più ecologico verde sul suo logo, e che (dice) prepara gli hamburger con la carne chianina! – e delle pubblicità delle grandi catene di supermercati che ci raccontano la dedizione materna con cui selezionano i prodotti, o l’attenzione che hanno per i clienti e per l’ambiente.

Tra la tua storia pubblicata su Instagram con il tag #foodporn e la tavola del cesso c'è solo il tuo intestino.

Tra la tua storia pubblicata su Instagram con il tag #foodporn e la tavola del cesso c’è solo il tuo intestino.

E così finisce che noi tutti ci affidiamo a questi fattori “simbolici”, narrativi, mentre siamo diseducati sulla gastronomia reale. Non sappiamo fare la spesa, non sappiamo riconoscere la frutta e la verdura di stagione, non riconosciamo le varietà alimentari a seconda del loro territorio, ma demandiamo le nostre scelte alle storie, o all’autorevolezza degli chef superstar – salvo poi trovare Bastianich al posto di Ronald McDonald’s o Cracco sul pacchetto di patatine San Carlo – oppure ai più svariati certificati di qualità – Dop, Igt, biologico – che si sono rivelati delle vere e proprio truffe. È il caso, ad esempio, dei prosciutti certificati Dop negli stabilimenti tra l’Emilia e il Friuli, provenienti da maiali allevati con gli scarti che dovevano essere smaltiti negli impianti a biogasA tutto questo si aggiunge la schizofrenia per un cibo sempre più medicalizzato, che ci ha reso degli isterici calcolatori di grassi, calorie e trigliceridi, confusi consumatori di junk e street food, sushi e sashimi e poi pronti a compensare l’eccesso irresistibile dell’all you can eat, con the verdi, estratti alle erbe, spezie esotiche, infusi di zenzero e cannella, settimane all’insegna di un veganesimo d’acchito, praticanti di un politeismo alimentare del tutto sconnesso con la realtà della produzione.
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Un tempo, quando eravamo un popolo di contadini, pastori e allevatori, quella realtà – la fatica, la pazienza, la dedizione, l’attesa, la preghiera, l’economia di prossimità – era scontata come il variare delle stagioni. Oggi le pubblicità ce ne offrono solo una pallida ed evanescente imitazione a suon di slogan – «persone oltre le cose», «dove c’è Barilla, c’è casa» o lo sfiancante paesaggio bucolico della Mulino Bianco –, simulacri di ciò che prima era vero, quasi banale. Il cibo, dobbiamo dare ragione a Consiglio, è diventato, in definitiva, il sogno del consumatore, ma camuffa, in realtà, l’incubo reale della produzione, ossia il fatto che non sappiamo più cosa abbiamo nel piatto.

Per gentile concessione della redazione pubblichiamo  in esclusiva l’editoriale tratto dall’ultimo numero dalla rivista strapaesana il Bestiario degli Italiani