“Darsi dei limiti è il gesto che distingue la civiltà dalla barbarie”.
Serge Latouche

In questi tempi così amari in cui si predica l’abbattimento di ogni “muro” (anzi di ogni “wall”, visto che il muro dell’uso ideologico della lingua inglese è sempre bene eretto), si impone una rivalutazione in positivo di questo grigio elemento architettonico così ferocemente osteggiato dal culturame massmediatico.
Viene detto: “Perché si costruiscono dei muri? Per dividere! Perché non si vogliono più i muri? Per unire!”. Tutto molto bello, sembra quasi una pubblicità. Ma con l’inganno: che succederebbe dopo? Senza muri vivremmo davvero felici e in pace come cantava il floreale musico John Lennon?
I demolitori ideali (o meglio virtuali) di muri reali (o meglio mentali) non si pongono questa domanda. Troppo affascinante vaneggiare uno stato universale costruito sulla pace e sull’accoglienza, troppo romantico camminare a piedi scalzi intonando un motivetto fricchettone, troppo eccitante scrivere due righe sulla necessità di dialogare con i terroristi ascoltando e compatendo tutti salvo le persone perbene che vogliono dividere il mondo in beceri e assurdi steccati. E ciò mentre i criteri storici che ci sono abituali e l’utilizzo d’un briciolo di buonsenso suggerirebbero immediatamente la risposta. Ossia: se è vero che le epoche contrassegnate dalla pace e dalla concordia si contano sulle dita di una mano, è anche vero che a unire queste dita c’è sempre stata una frontiera e mai un fricchettone: e una frontiera bella grande.

Pensiamo alle tante vite salvate dalla cortina di ferro durante la guerra fredda. Essa fu uno dei divisori più imponenti di tutta la storia umana, e proprio per la sua imponenza e per il timore degli armamenti colossali schierati dall’una e dall’altra parte si evitò un conflitto armato altrimenti inevitabile e probabilmente molto sanguinoso. Pensiamo alla grande muraglia eretta dai cinesi per evitare le incursioni mongole che in effetti furono scongiurate nei secoli successivi. O pensiamo ai forti romani, che preservarono la civiltà più fiorente dell’antichità dalle frequenti minacce dei barbari prementi ai confini dell’impero. Esse furono provvidenziali guarnigioni di un incessante sviluppo che mai sarebbe stato possibile se non ci fossero stati degli ostacoli a dividere i popoli dai soprusi degli uni sugli altri. Il muro è infatti sempre stato nella storia un importante spazio fisico di pace e concordia civile; e ciò perché la pace e la concordia civile – dispiace deludere i filantropi sul punto – non si costruiscono con le promesse e con gli appelli ma soltanto attraverso la minaccia delle armi.
Il muro è peraltro fra le armi disponibili in commercio la più blanda e la meno costosa. Questa è la qualità del muro indiscussa e inconfutabile. Esso divide ma non spiana, segna e non ferisce, ricaccia e non uccide. Il suo maggior difetto è invece quello di non essere mai tanto alto da non poter essere scavalcato da un missile o da un caccia bombardiere e di non essere mai tanto forte da potere resistere ai colpi di un carro armato. A questa mancanza sopperiscono gli eserciti, che infatti sono tanto più efficaci quanto più ruggiscono ai confini scongiurando l’avanzata del nemico.

Carl Schmitt sosteneva che la categoria del “politico” possedesse una rilevanza autonoma distinta dal “morale” e dall’”economico”. Il morale si basa sulla contrapposizione bene/male, l’economico su quella utile/inutile, il politico su quella amico/nemico. Cercando di approfondire meglio questa arguta intuizione del giurista tedesco, potremmo dire che mentre la contrapposizione morale ha come suoi riferimenti fisici i luoghi di culto, dai quali immediatamente evinciamo cosa è bene e cosa è male per un certo popolo, e mentre la contrapposizione economica ha come suoi riferimenti fisici in prezzi in denaro che misurano l’utilità dei beni e dei servizi, la contrapposizione politica ha invece nei muri e negli stati di crisi i suoi naturali indicatori di conflitto. Di là di un muro in senso fisico c’è sempre un “nemico” in senso politico: e questo vale sia per le recinzioni delle case che per i valichi di frontiera.
Il muro è quindi una guerra in potenza, ma non una guerra. La guerra, parafrasando sempre Schmitt, è solo la manifestazione estrema dell’ostilità politica. Il che ci fa sostenere assennatamente che il muro è il più utile strumento di pace e concordia civile fra i popoli, e non invece un ostacolo verso una non meglio definita fratellanza floreale e meticcia.

Quel che i fiori e le canzoni di John Lennon hanno infatti soltanto lacrimevolmente promesso, è stato realizzato nella storia dalla minaccia delle armi e dal filo spinato. E perciò le conseguenze plausibili di una totale distruzione dei muri sarebbero tanto illusorie quanto catastrofiche. Abbattere i muri non equivarrebbe infatti ad abbattere l’attualità del nemico politico e la possibilità reale di una guerra contro di lui, e dunque sarebbe un rischio, perché i luoghi sguarniti vengono presto o tardi infiltrati da nuove tossine esterne, senza possibilità di guarigione. Per preservare le nostre peculiarità di popolo dalla globalizzazione omologante e dall’immigrazione organizzata, sarebbe invece opportuno conservare i nostri muri sia fisici che mentali, tanto quanto è necessario badare al proprio corpo per mantenere una precisa identità. Nella consapevolezza che chi demolisce muri lo fa per costruirne altri, e che chi immagina un mondo senza politica finisce sempre per usare – e non solo per puntare – un’arma contro il nemico.