Ma è proprio vero che la scienza affermi la verità? Le teorie scientifiche che studiamo a scuola sono delle verità assolute, come sembra implicitamente suggerire la retorica dominante, oppure sono frutto di rapporti di forza, sinistri meccanismi di persuasione e di manipolazione delle coscienze? Queste e molte altre sono le domande che Enzo Pennetta si pone e a cui risponde nel suo nuovo libro, uscito per i tipi del Circolo Proudhon Edizioni. Pennetta è un professore di scienze naturali di un liceo romano, che ha incominciato a fare attività divulgativa da quando si è reso conto che molte delle cose impostigli dalle direttive ministeriali erano false o pesantemente mistificate. Ha allora fondato il suo sito, Critica Scientifica, e ha pubblicato un paio di libri davvero straordinari, tra cui L’Ultimo Uomo. Pennetta ci porta ad esplorare sul serio il lato oscuro della storia, come recita uno dei capitoli dell’opera. Leggiamo il suo testo e tutti i luoghi comuni che abbiamo sempre digerito frettolosamente, senza particolare azione critica, sono tutti confutati ad uno ad uno, con uno stile di scrittura immediato ed una documentazione così folta da risultare inattaccabile.

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Enzo Pennetta, autore de L’Ultimo Uomo, Circolo Proudhon Edizioni

In realtà, ad essere precisi, l‘autore non critica la scienza in quanto tale, bensì si limita a constatare che molte teorie oggi additate come verità definitive ed inattaccabili siano in realtà state ampiamente discusse, criticate e confutate da molti autorevoli e misconosciuti scienziati. Purtuttavia gran parte di questi sistemi quantomeno dubbi sono stati poi spacciati per veri in virtù di ragioni che non hanno nulla a che fare con la ricerca scientifica, e che attengono, purtroppo, ai fini più nascosti della costruzione di nuove e distopiche realtà antisociali.Il problema non è dunque la scienza capace di dubitare di sé, di mettersi in discussione, di criticarsi ammettendo i propri errori; la questione sorge quando l’ideologia delle classi dirigenti riesce a comandare la ricerca scientifica, ad orientarla e a farle dire quello che il potere vuole. Rapido esempio: il darwinismo appare come una teoria approvata da tutti, che ha conosciuto un’irresistibile e graduale ascesa dal momento della sua formulazione nel 1859. E’ davvero così? No.

Il darwinismo è una teoria che in sede scientifica è quantomeno controversa, e se tutti sono d’accordo ad affermare che le varie specie viventi hanno un’evoluzione, in molti contestano, a ragion veduta, che ci possano essere passaggi di specie, e, più ancora, che l’evoluzione sia dettata dalla selezione naturale, ovvero dall’affermazione prepotente ed opportunista del più adatto su colui che non si sa e non si vuole adattare. Risulta altresì falso che la teoria abbia goduto di credibilità in modo continuo ed ininterrotto, se è vero che agli inizi del Novecento praticamente nessuno scienziato serio ci credeva più, specie dopo le scoperte genetiche di Mendel. A maggior ragione il genetista di fama internazionale William Bateson si meravigliava che una schematizzazione così strampalata avesse potuto avere un tale seguito e così a lungo, sostenendo che per far apparire credibile una teoria come quella darwiniana era occorsa certo, da parte dei suoi sostenitori, una straordinaria abilità “forense”. Ma non solo: le stesse opinioni di radicale scetticismo sul darwinismo emergono da un carteggio, riportato da Pennetta, tra il biologo italiano Umberto D’Ancona ed il matematico italiano Vito Volterra. Scrive D’Ancona in una lettera del 23 febbraio 1935:

In quanto all’evoluzione non credo che oggi nessuno zoologo possa obiettivamente dirsi darwinista. Oramai questa è una fase superata. Si può essere evoluzionista, ma non più darwinista.(…). Certamente si andrà avanti e si formuleranno nuove ipotesi più aderenti ai fatti. Probabilmente l’evoluzione tornerà sotto un’altra forma. Ma non credo sotto la forma darwiniana, perché sarebbe un ritorno indietro. In ogni modo non si può dire d’essere darwinista o no; tale espressione sarebbe antiscientifica.

E lo stesso D’Ancona, in un’altra lettera, del 28 febbraio ’35:

Ma che la lotta per l’esistenza abbia importanza per l’evoluzione non ci crede più nessuno. Non ci crederebbe più nemmeno Darwin se vivesse. In Inghilterra poi, un po’ per ragioni di sentimentalismo nazionale, prendono ancora le parole di Darwin come fatti sicuri.

Ecco, qui D’Ancona pecca un po’ d’ingenuità, nel senso che in Inghilterra non predicavano ancora il darwinismo, per quanto si considerasse ormai “antiscientifico”, per amor patrio, bensì per lo stesso motivo per cui ancora oggi nelle nostre scuole lo si insegna: ovvero perché, come scrisse Marx, che pure per Darwin si prese una bella infatuazione, il darwinismo è “un motivo decisivo per la società umana a non emanciparsi mai dalla sua natura animale”.

Umberto D’Ancona è considerato, stando alla scheda di Wikipedia, il più “completo biologo” italiano. Sollevò anche forti scetticismi sulle teorie darwiniane. Ma questo, naturalmente, Wikipedia non lo scrive.

Umberto D’Ancona è considerato, stando alla scheda di Wikipedia, il più “completo biologo” italiano. Sollevò anche forti scetticismi sulle teorie darwiniane. Ma questo, naturalmente, Wikipedia non lo scrive.

Si svela così la parentela di comodo tra la teoria di Darwin e il cosiddetto darwinismo sociale, ovvero la credenza secondo cui anche nella società umana, che pure dovrebbe basarsi su dinamiche non squisitamente “animali”, a prevalere sia chi ha la volontà di affermarsi egoisticamente sugli altri, anche in modo prepotente, subdolo o violento. D’altro canto, chi non riesce ad adattarsi alle sfide della società tutto sommato se lo merita: la miseria, la fame, l’abbrutimento son conseguenze squisitamente logiche, naturali come il libero mercato.  Questo modo di pensare, istillato fin dalla tenere età in tutte le scuole- per colpevole acquiescenza o semplice incompetenza di coloro che la scuola la dirigono- può risultare esiziale nel senso che di fronte ad una teoria di questo tipo, oltretutto ammantata di scientificità, e pertanto indiscutibile ed intoccabile, tutte le esortazioni a mantenere una condotta morale in qualche modo corretta e comprensiva dell’Altro sono spuntate, silenziosamente delegittimate, depotenziate. Si afferma la mentalità che a farcela non siano i saggi e gli equi, ma i più spregiudicati, i più audaci, amanti del rischio e incuranti dei legami sociali…Non esistono più distinzioni morali, ma solo una selezione naturale spietata, al di là del bene e del male. Basandosi sulla credenza assolutamente falsa che la lotta di tutti contro tutti abbia qualche effetto benefico sull’evoluzione, questo sistema permette alla lunga la completa disumanizzazione della società, il trionfo dell’individualismo assoluto, a totale beneficio del sempre trionfante Capitale. Ma questo la gente non lo sa, e nel frattempo la scalcinata dottrina iper-concorrenziale è diventata un modo di pensare diffuso, che giustifica i ragionamenti più aridi e le aberrazioni più conclamate. Nel mondo del darwinismo sociale, la pietà non è contemplata, e risulta anzi un intralcio alla selezione.

Il darwinismo, facendo passare il messaggio che la selezione naturale è benefica e porta alla sopravvivenza dei migliori, crea, se applicato alla società umana nella versione del darwinismo sociale, un clima tra gli individui di diffidenza, sospetto, competizione esasperata.

Applicato alla società umana, il darwinismo legittima le più perniciose logiche del capitalismo assoluto, non ultima la guerra tra poveri ad uso e consumo del padrone di turno

La critica di Pennetta non si ferma però al solo darwinismo: l’autore analizza in modo serio e documentato tutte le oscure manovre operate dalle classi dirigenti per costruire un modello antropologico differente, che alienasse l’uomo di alcuni dei suoi tratti specifici, affinché sorgesse un modello tranquillamente definibile come “post-umano”.

La liberazione sessuale iniziata nel Sessantotto ha lasciato un’eredità che, ad essere franchi, ha solo esteso il campo della mercificazione e dello scambio utilitaristico alla sfera affettiva, generando inquietudini sotterranee, insicurezze, nevrosi e squallide competizioni. La rivoluzione psichedelica ha trasformato la droga da eccentricità per pochi ricchi a oggetto di consumo di massa, inseguito da tutti e tutto sommato socialmente accettato; la cultura New Age ha liquidato come passatiste le religioni monoteistiche tradizionali aprendo la via ad una nuova ed inquietante forma di religiosità distorta, incomprensibile e atomizzante

La legittimazione teorica di questa inquietante progressione è, a detta di Pennetta, lo strisciante gnosticismo che pervade le menti di tutti gli esponenti delle moderne élites, dai presidenti ai burocrati, dai guru spirituali ai personaggi dello spettacolo. Si tratta di una ideologia non dichiarata che aleggia sinistra ed inquietante: corrompe le menti, si insinua pervasiva nei discorsi, nei libri scolastici, nelle televisioni e sul Web. Leggiamo L’Ultimo Uomo e veniamo presi da un senso di scoramento: possibile che l’umanità si sia davvero incamminata in una marcia lenta ma inesorabile verso il proprio annientamento? Può l’uso distorto e abbruttente della tecnica distruggere definitivamente ciò che resta dell’humanitas?

Non tutto è perduto. L’etichetta sdegnosa del Populismo nasconde artatamente l’esistenza di una maggioranza, consistente ancorché silenziosa, che tiene alle tradizioni ed alle identità, ha chiaro il concetto di decenza e vuole imporre un’inversione di tendenza rispetto alle derive inquietanti di una classe dominante stanca e dissennata. Ogni attività che rinfranchi e rinsaldi l’umanità dell’uomo risulta oggi un atto di resistenza, preziosa testimonianza della volontà diffusa di non lasciarsi vincere dal deprimente clima di dissoluzione liberale. Il vento sta cambiando, ed ogni focolaio di resistenza sarà presto o tardi un centro d’irradiazione della rinascita.