Siamo costantemente stimolati, per non dire programmati, a bruciare il tempo che abbiamo a disposizione per alimentare il grande falò della produttività. La qualità delle ore che viviamo nell’arco della nostra esistenza non ha più alcun significato. È fondamentale avere davanti a sé tanto tempo solo per poterlo riempire di attività da espletare nella maggiore efficienza possibile. Abbiamo preso la vita, l’abbiamo sezionata, soppesata, misurata, divisa in tasselli perfettamente uguali e l’abbiamo riassemblata in modo da eliminare gli spazi vuoti. L’horror vacui ha assunto il ruolo di criterio su cui modellare lo stare al mondo. Qualunque intervallo temporale che non presenta contorni definiti va immediatamente riempito, soffocato, annullato. I ritmi di produzione industriale fagocitano senza sosta le nostre energie in un processo di accelerazione costante che, come una scheggia impazzita, sembra poter continuare per l’eternità. Ma la fine dei tempi morti non decreta, di fatto, la fine del tempo? Catturare la consapevolezza di essere vivi, di essere nel mondo, richiede una sosta ponderata, uno spazio di riflessione privo di impegni, la possibilità di respirare insieme a tutto ciò che esiste. Eppure, fermandoci un attimo a riflettere, possiamo subito cogliere l’incongruità di un modello siffatto: come si può concepire uno schema di progresso infinito in un orizzonte materiale (quello rappresentato dal pianeta che ci ospita) finito? Come pensare di produrre oggetti, beni, servizi in serie progressiva se le risorse di cui disponiamo sono limitate e non sempre rinnovabili? E come evitare di prendere in considerazione i limiti intrinseci alla natura umana, limiti fisiologici, psicologici e biologici? Crediamo davvero di poterci spremere come limoni, stillando fino all’ultima goccia, senza subirne le conseguenze?

Urge una riflessione sul mito del progresso, mito che tendiamo ad assumere come dato di fatto. Nella società del libero mercato la modellizzazione dell’essere umano può essere riassunta come segue: l’uomo nasce come un contenitore vuoto. Un serbatoio che necessita di essere colmato per assolvere pienamente la sua funzione, quella di produttore e consumatore di beni. La funzione è ben diversa dal semplice stare al mondo, risponde a logiche meccaniche di corrispondenza univoca, si inserisce in contesti procedurali da fanatici di manuali delle istruzioni. Per essere riconosciuti come individui degni di appartenenza al tessuto sociale, bisogna “funzionare”, cioè trovarsi in una condizione di costante attività e stimolazione, riempirsi di contenuti per aumentare la propria appetibilità e il proprio valore. Il tempo è uno schedario da ingolfare sino all’ultima riga: chi non riesce, vive il baratro del fallimento. La percezione stessa dello scorrere temporale, il cosciente susseguirsi di momenti incolonnati uno dietro l’altro, è di per sé un dramma. L’uomo contemporaneo non vuole “sentire”, non vuole sapere (conoscere nel profondo) di essere vivo, perché indottrinato fin dai primi vagiti a temere il vuoto, l’inattività. L’ottundimento mentale è l’unica realtà in cui avverte agio, l’unica in cui riesce a trovare una definizione, da intendersi come fuga: ha il terrore di fare esperienza di sé come essere finito e si abbandona al culto dell’oblio, del consumo compulsivo e della frenesia lavorativa per evitare di sperimentare ciò che invece gli è proprio, il senso del limite. Senza cornice, qualunque dipinto è destinato a rimanere incompiuto. Riappropriarsi della nozione di tempo e della produzione di significato, archetipi irrinunciabili nella storia dell’umanità, è la strada per uscire dalla crisi. Non quella economica, quella della coscienza.