I soldi non fanno la felicità. A dimostrarlo sono numerosi indagini effettuate. L’ultima, in ordine cronologico, è su suolo nostrano. Milano risulta essere la provincia più ricca e più triste d’Italia. Registra infatti uno stipendio medio annuo che si aggira intorno ai 34.508 euro, il più elevato su suolo Italiano (secondo un’indagine svolta da ‘Repubblica’), ma è anche la provincia che registra il più basso livello di felicità percepita. Milano non è però l’unico caso, infatti in Italia e nel mondo si sono svolte diverse analisi a riguardo e il risultato è sempre lo stesso: i più ricchi sono anche i più infelici.
Sembra quasi essere un luogo comune, la relazione tra gli stipendi e la felicità non ha un andamento crescente come ci si aspetterebbe, ma al crescere delle retribuzioni, il livello dell’indicatore annuo di felicità tende ad abbassarsi.

La domanda che sorge spontanea alla vista di questi dati è: perché? Si potrebbero scomodare decine e decine di psicologi, oppure qualche economista o qualche sociologo che rispolveri il “paradosso della felicità” discusso negli ultimi decenni, si potrebbero tirar fuori i consigli di nonne e madri per poter rispondere a questa domanda ricordando il classico ammonimento a riporre la propria felicità esclusivamente nel benessere economico. Più realisticamente si potrebbe però arrivare alla conclusione che la nostra serenità non dipende unicamente dalle disponibilità finanziare, ma da una serie di fattori personali e umani: la teoria dell’adattamento. Questa teoria asserisce che l’effetto piacevole di uno stimolo si riduce se questo stimolo viene ripetuto in modo frequente e costante, sarebbe il processo che porta le persone ad una continua ricerca di averi e di aspirazioni. La felicità sembrerebbe determinata dalla differenza esistente tra le aspirazioni e il raggiungimento degli obiettivi. Per questo motivo le persone non sono mai soddisfatte e una volta arrivati ad un obiettivo vogliono raggiungerne subito un altro. I desideri sono inesauribili, più un individuo possiede più vorrebbe godere di altro.

Però è anche doveroso ammettere che le persone con un reddito più alto hanno più possibilità di ottenere ciò che vogliono, soprattutto maggiori beni materiali e uno standard di vita più elevato, dal cibo di qualità più alta, a case più confortevoli e in talune situazioni anche la possibilità di ottenere livelli di istruzione più elevati. Un fattore di disparità molto accentuato è anche quello relativo alla salute: più soldi si posseggono, maggiori saranno le possibilità di accesso alle medicine e alle cure più dispendiose, si tratta di un aspetto determinante per migliorare il proprio stato di salute e conseguentemente la propria qualità di vita.

Lo stesso filosofo Émile Durkheim aiuta a capire perché felicità e soldi sono fra loro inversamente proporzionali. Infatti dimostra come il capitalismo renda più ricchi, ma spesso anche più infelici. Le economie moderne esercitano forti pressioni sugli individui, lasciandoli privi di guide e soprattutto di senso della comunità. Durkheim cercava un equilibrio tra libertà e solidarietà che nella nostra società non abbiamo ancora trovato, ma, anzi, da cui ci stiamo allontanando a causa della smania del continuo volere.
È più importante la vita o la carriera? Più si ha una professione di successo più la mole di lavoro è superiore, in quanto l’ambiente risulta sempre più completivo e il target in cui si è spinti a raggiungere è sempre più alto.
Certamente la miseria non rende felice nessuno, ma una diversa scelta di vita e di priorità potrebbe certamente favorire il proprio livello di felicità e di soddisfazione personale.
Su un 45 giri del 1964 i Beatles facevano risuonare nelle case e nei locali “money can’t buy me love”, oggi possiamo dire che la stessa cosa vale anche per la felicità?