a cura di Saverio Mazzeo

È scomparso a Catania, il filosofo Manlio Sgalambro. Notizia infausta che arriva dal sud del Sud e che acutizza lo spandersi di un certo giovanile wertherismo del Pensiero. Verrebbe infatti da dire al maestro, con un certo disappunto: Ora sì che son dolori, caro Manlio! Soli con Cacciari ci ha lasciato! Che brutta fine (la nostra)… Invece no, abbiamo coltivato a dismisura l’indifferenza, soprattutto in materia di società. Il sociale non ci è franato addosso e mai lo farà. “Noi”, del resto, è un’espressione non contemplata nel suo personalissimo vocabolario cioraniano, occorre prima approfondire se stessi, perfezionare i propri difetti, farsi giunco capace di flettersi al fine di formarsi e infine deformarsi. È un lavoro che non finisce mai… Dove lo si trova il tempo per gli altri? In più, occorre subito sgombrare il campo da qualsivoglia equivoco interpretativo, visto che la filosofia non prevede interlocutori ma piuttosto sfolgoranti monologhi e improbabili monologhisti: «A ferocia intellettuale sia improntato il tuo rapporto con l’altro… Sbranane le idee come tenere carni di agnello. O tu o lui». Non viene a mancare l’interlocutore, quindi, ma il monologhista. Non c’è più spazio per un bel dialogo tra sordi, l’unica cosa che ci potesse regalare il senso dell’essere (di troppo). Del resto siamo tutti fuori luogo. Sgalambro aveva scritto che «Il dolore è il segno che resta nella coscienza mentre il corpo ha già dimenticato» e che occorre «trattare i moti dell’animo come i moti dell’intestino». Giacché «il caso è sempre l’assurdo mandato kafkiano che un insensato eroismo si assume» (definizione d’un altro poeta del sud del Sud), il maestro si era addirittura deciso a non morire prima d’avermi visto e gentilissimamente ospitato nella sua casa, un anno fa. Tenera lusinga, sommo onore e gioia insostituibile. Ci si trovava infatti in quel di Catania – a delirare l’infinito, fedele all’idea che la Sicilia esistesse solo in quanto fenomeno estetico – quando pretesi di dover essere all’istante ricevuto in casa Sgalambro. Come un novello Zarathustra calato dalle pendici dell’Etna mossi, quindi, verso la dimora del maestro con manipolo di amici al seguito e giunto davanti al portone suonai impaziente il citofono. Risponde una donna: «Chi è?» – «Anatol!» – «Attenda un attimo…» – Attesa – «Prego, primo piano». Benedetta misantropia! Di lì a poco solo «frasi smozzicate, monologhi, discorsi lasciati a metà, sintassi in disfacimento. Pochi sostantivi e incertezza sugli aggettivi». Bisognava darsi un metodo. Bisognava un po’ sperimentare. Nasceva una nuova opera: “Amo gli indifferenti”. Il benservito a Gramsci. Si era già amici in quanto compagni d’odio, con tanto di dedica. L’immagine di questo filosofo è quella più vecchia, la più antica. È quella del pensatore presocratico, fisiologo e artista. Persino cantante- sublime e intonatissimo (chi ha il coraggio di dire il contrario?) -; canta infatti “La mer” di Charles Trénet meglio di Trénet. È chansonnier navigato degno del Louis-Ferdinand Céline di “Règlement” e “À nœud coulant”. Interprete sublime persino di poesie; straordinario nella tonante lettura dei versi del magistrale componimento “Nietzsche sassofonista” e impeccabile nel ripudiare aspramente e sistematicamente il filosofo del martello in quasi tutte le sue fatiche letterarie. D’altra parte non ci sono né maestri né allievi. Si dà del “maestro” per questioni lusinghiere. Vanità esecrabile d’artisti. Parole sue: «La morte dell’amico mutila sin la nostra adolescenza che nel ricordo se ne pensa indisgiungibile. Eppure non siamo, forse, solo ciò che resta dopo questo massacro? Noi stessi, solo allora? Non nasceremo veramente quando tutti coloro che ci furono cari saranno scomparsi? Quando rimarremo soli sapremo veramente di noi e ciò che fummo si vedrà in ciò che saremo. Così, quando muore un amico, qualcosa accompagna il cordoglio, qualcosa che ci consola – e un guizzo di gioia».