Una generazione si impone all’attenzione della Storia non prima dei trent’anni. Tranne rari casi, all’occorrenza provocati da fattori imprevedibili e titanici come le guerre o le rivoluzioni, la maturità raggiunge l’Uomo in quel periodo di tempo che fa da ponte tra l’adolescenza e la piena età adulta. Di qua, superati e già rimpianti, stanno i verdi e freschi vent’anni; colà, ancora lontani e perciò minacciosi, si stagliano le calvizie e le pancette dei quaranta, giro di boa di una grigia e impercettibile esistenza. Alla maniera degli astri in cielo, il calendario della vita s’è mantenuto dunque lineare per una buona decina di secoli, comprimendosi o allargandosi sul Tempo in virtù delle bizze dell’Uomo e grazie ai ritrovati della tecnica. Qualunque Civiltà pretendeva- pena la propria agonia- quest’affannosa e seria scalata anagrafica, primordiale presa di coscienza della essenza dell’homo quale faber della propria fortuna. E nel talamo come nei campi, e in casa come in strada la maturità diveniva requisito necessario per poter essere considerato a tutti gli effetti un membro della società, in un sensato moto ascensionale che portava i canuti e aggrinziti anziani al vertice del rispetto e della stima, forti dell’esperienza (in verità non sempre saggia) accumulata nel gran ballo degli anni.

La famiglia patriarcale, alla maniera di un esercito, attribuiva i gradi e le responsabilità in base all'età dei componenti

La famiglia patriarcale ha imperato come modello d’organizzazione sociale sino alla prima metà del secolo scorso

Questo nel mondo di Ieri. Nella dirompente sciarada di eventi e collassi del Novecento il parossismo dell’età e della giovinezza han fatto carta straccia del buon senso e della logica, coniugando alla sempre presente smania d’immortalità dei deboli la mano diabolica del consumismo. Il matrimonio tra Faust e il Capitale, innestatosi artatamente sui desideri profondi della massa, è riuscito nell’impresa formidabile di creare una nuova categoria, i giovani, e di espanderne i confini temporali dilatandoli praticamente all’infinito. Una classe senza coscienza, formata a tavolino ad uso e consumo del profitto, indirizzata dalla manina visibile del mercato verso bisogni sempre interminati, illimitati come l’ingordigia del capitalismo. Se  fosse rimasto un mero fatto economico, una dinamica interna al modo di produzione, ce ne saremmo pur fatti una ragione: tra le pecore v’è pur sempre la possibilità di incontrare ogni tanto un lupo. Purtroppo- e come sempre- dalla struttura s’è passati alla sovrastruttura politica ed ideologica, fornendo alla realtà uno degli aborti più osceni della comunque gloriosa storia d’Occidente: la generazione Erasmus.

Accanirsi sui colpiti non appare il massimo della nobiltà, e il velo pietoso si presterà volentieri a celare generosamente i gessetti e le maglie mai lavate degli idiotini in risvoltino e occhiale hipster d’ordinanza.

E’ il sistema che va dipinto in tutto il suo recondito squallore, ammantato dallo sbrilluccichio miserabile della retorica. Il programma Erasmus fa trent’anni: festeggiamoli adeguatamente.

Correva l’anno 1959 quando Sofia Corradi“mamma Erasmus” secondo i sempre solerti operatori della nostra informazione- venne folgorata dalla geniale idea di equiparare i vari titoli accademici dopo una disavventura occorsale durante un soggiorno negli Stati Uniti. Da tre materie non riconosciute oltreoceano nasce l’idea primigenia, quell’intuizione che segna inesorabilmente il destino di un’epoca: poco importa se tra il dire e il fare trascorre un’eternità- tempi mediterranei, la Merkel agiva ancora dall’altra parte del muro…-e della necessità vitale della Corradi nessuno ne avverte l’esigenza messianica. Si sa, il nostro è un paese lento, retrogrado ed incivile. Del resto, e non è poco, gli studenti dell’Italia corrotta, brutta e cattiva della Prima Repubblica passano quasi automaticamente dall’aula d’ateneo all’ufficio e non hanno, intontiti dalle troppe lirette in tasca, troppo a cuore le esigenze alte dell’integrazione europea.

Lavorano, risparmiano, formano famiglie, comprano case, vivono dignitosamente: al viaggio-studio nel Vecchio Continente la maggior parte preferisce, più schiettamente, la finale di Coppa Intercontinentale. Dai tempi nobili di Cicerone chi voleva s’era sempre e comunque spostato in lungo e in largo, approfittando seriamente delle opportunità delle Università straniere: i clerici vagantes avevano arato l’Europa con i loro sandali assetati di sapere già nel XII secolo, e una lunga teoria di illustri e dimenticati italiani s’erano diffusi per i vari fori accademici lungo tutto il corso dell’epoca moderna.

I grandi successi dell’Unione Europea

In sostanza, dell’Erasmus nessuno sapeva cosa farsene perché, semplicemente, non serviva. Si prestava invece, e per questo è oggi così massicciamente diffuso ed incentivato, per un fine semplice e vile, infame e meschino: fare propaganda. Alla maniera di d’Azeglio, un’entità acefala e senza senso come l’Unione Europea abbisogna di “fare gli europeisti” nei modi e nei tempi più rapidi ed efficaci: e quale categoria sociale è maggiormente permeabile alle influenze esterne dei giovani? Un cocktail di sesso, spasso e alcol è una ricetta a cui oggi risulta difficile resistere, soprattutto se ciò si innesta su personalità nate e cresciute in un’atmosfera fideistica, un 1984 realizzato ove all’Europa tutto è dovuto e tutto è concesso. La retorica della generazione Erasmus, allora, cela la maschera melensa e rivela la putrida realtà dei fatti, puntando tutto su quell’esercito sterminato di adolescenti interminati, complessati, gusci vuoti in balia della corrente dei gazzettai e dei politicanti. D’altronde uno dei vari aedi dell’UE, dall’alto del proprio mondo ovattato e tronfio aveva cianciato:

l’identità europea (…) dobbiamo radicarla prima che la crisi la rovini del tutto. Si parla poco sui giornali economici del programma di scambi universitari Erasmus, ma Erasmus ha creato la prima generazione di giovani europei. Io la chiamo una rivoluzione sessuale, un giovane catalano incontra una ragazza fiamminga, si innamorano, si sposano, diventano europei come i loro figli. Dovrebbe essere obbligatorio, e non solo per gli studenti: anche per i taxisti, gli idraulici, i lavoratori. Passare un periodo nei paesi dell’Unione Europea, per integrarsi.

Come sempre quando si parla di UE, gli imperativi abbondano sulla pelle del popolaccio bue e ignorante che non si piega ai disegni della élite illuminata. Per Eco l’identità europea va radicata, imposta come un culto, grazie allo strumento migliore e più efficace, quell’Erasmus addirittura obbligatorio alla maniera della naja d’un tempo. Ingegneria sociale, propaganda di massa su masse di inermi e intontiti pecoroni di vent’anni: non conformarsi vuol dire attraversare le forche caudine della reductio ad (il Lettore metta il cattivone che preferisce, ricordasi l’accusativo) e indossare immantinente la stella verde del populista retrogrado ed ignorante. Non c’è nulla come la lotta che spaventi oggi un millennial: compilare una domandina e partire per un semestre risulta evidentemente una soluzione felice ed immediata. Passare al bosco è affare per pochi, purtroppo. Facciamo un biglietto allora, e via!

Con ben 274 euro medi di borsa si può ben scialare in qualunque angolo dell’Unione, da Lisbona a Cracovia, da Copenaghen a Nicosia. Come se non bastasse, l’alloggio è a carico dello studente- to improve lo spirito imprenditoriale, malpensanti!- così come il vitto. Se non si vuol fare la fine di Jean Valjean, il moderno e intraprendente giovin europeo deve per forza attingere dalle generose casse di mammi e papi, esercitandosi per un futuro prossimo di sostentamento a distanza e miseria crescente, magari nella meta preferita dagli italiani, quella Spagna ardentemente eurofila e al contempo distrutta dalla crisi imposta dall’euro, in cui salari e occupazione sono tragicamente crollati pro domo Germania.

famiglia povera = rimani a casa

Alla guisa delle cliniche eugenetiche Lebensborn di Himmler, solo gli aristoi borghesi potranno generare la nuova razza junckeriana, tra una sangria e un cannone, magari in un monolocale subaffittato e triabitato, moderna babele di entusiasti disperati. Si obietterà che non tutti fanno così, e c’è chi seriamente approfitta della chance per migliorarsi e mettersi alla prova. Buon per loro, diciamo noi. Quel che conta è il dato generale, il fine del meccanismo: costruire a tavolino una masnada di individui atomizzati, interminati nella loro perenne adolescenza, rimbambiti dalla propaganda e disabituati a pensare, accomunati da un semestre di scazzi costituisce per Bruxelles un’occasione perfetta per poter, in prospettiva, imperare sull’Europa di domani. Coscienza nazionale, sovranità, giustizia sociale sono per la gran parte dei kindersoldaten Erasmus paccottiglia retrò, rigurgiti beceri distanti anni luce dalle lotte arcobaleno condite di hashtag e foto a tema. Le radici, per costoro, sono solo un peso da gettare per rinnegare, alla stregua della Patria, intesa nel duplice senso di patrimonio spirituale dei Padri e spazio costituzionale dove esercitare la lotta di classe e la dialettica democratica. Il cosmopolitismo delle élites a suo tempo teorizzato da Lelio Basso trova plastica realizzazione negli hangover a basso costo dei post-adolescenti sparsi per l’Europa:

La generazione Erasmus è la prima generazione veramente europea: nel definire i legami con la propria città, il proprio paese e l’Europa, quest’ultima viene scavalcata dalle altre due voci tra i non-Erasmus; tra coloro che sono partiti, invece, il senso di appartenenza all’Europa stacca nettamente (rispettivamente di 10 e 8 punti percentuali) il legame con città e paese d’origine.

 

Come i capitali e le merci, dunque, il traffico di persone serve all’UE per legittimare le scelte mercantilistiche del nuovo impero tedesco a tutto svantaggio dei paesi del Mediterraneo: dopo aver fatto un’esperienza di studio, cosa ci vuole a trasferirsi armi e bagagli alla volta della Germania? La mobilità dei fattori eretta a sistema sdogana in pratica la morte civile della periferia del IV Reich, costretta alla sorte di quei paesini del Mezzogiorno che negli anni Sessanta divenivano ricovero di fantasmi ed ombre vuote, spopolati dal richiamo mortale delle industrie del Nord.

Per fare gli europeisti deve quindi morire l’Europa delle nazioni e dei popoli

Su questa linea del Piave si gioca, cent’anni dopo, la battaglia decisiva tra Civiltà e Barbarie, Costituzione e Trattati, Roma e l’anti-Europa. Alla sintesi dell’ipocrisia giovanilista allora auguriamo tante e care cose, con la certezza intima e potente che a breve, del loro fariseo e vile mondo di cartapesta non rimarrà che polvere e silenzio. Tanti auguri, Erasmus.

NdA: Teniamo particolarmente alla salute del nostro amico Lettore. Pertanto lasciamo a piè di pagina, nella posizione d’irrilevanza che in fondo merita, la testimonianza diretta delle celebrazioni tuttora in corso per il trentennale della folgorante invenzione europeista, ovviamente celebrate dallo zelante clero della melassa giornalistica del culturame nostrano.