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Il 21 ottobre su Netflix uscirà la terza stagione di Black Mirror, dopo una pausa di due anni dall’ultimo episodio. Ideata da Charlie Brooker, conta finora due stagioni (da tre episodi l’una) e uno speciale di Natale. La peculiarità principale di questa serie britannica è che ogni puntata (della durata di 40-60 minuti) racchiude una storia a sé, con attori differenti rispetto alle altre. Il filo conduttore, che lega le diverse trame, è la critica all’uso distorto della tecnologia da parte dell’umanità, in dei futuri prossimi, piuttosto simili al nostro presente se non per le rivoluzionarie innovazioni che li caratterizzano: dai dispostivi capaci di memorizzare tutto ciò che gli individui fanno (con la possibilità di riproporlo in ogni momento come se si guardasse la tv), a quelli capaci di clonare la personalità di una persona in un corpo altro, schiavizzato da quello principale.

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Il titolo della serie rimanda all’incredibile moltitudine di oggetti a schermo nero che caratterizzano le vite odierne: dei veri e propri specchi del Ventunesimo secolo nei quali le persone proiettano la loro personalità, condividendola con il mondo, in cambio di consensi, e dai quali si vuole trarre piacere, conoscenza e soddisfazione. In un modo o nell’altro, gli strumenti tecnologici caratterizzano la vita di tutti. Black Mirror prende le mosse da questo semplice presupposto, esasperandone gli aspetti e alimentando le preoccupazioni attorno al futuro. Siamo sicuri di poter gestire ciò che stiamo creando? È l’interrogativo che attanaglia la società occidentale, così tanto desiderosa di progresso, da dimenticarsi il fine per il quale lo persegue. I contenuti distopici ideati da Brooker sono posti in una forma mai banale e capace di shockare lo spettatore. La prima puntata (The National Anthem) ne è la prova: cosa succederebbe se la principessa di Inghilterra venisse rapita e l’ignoto rapinatore, come unica condizione di rilascio, ordinasse al primo ministro britannico di avere una relazione sessuale con un maiale in diretta nazionale? Cosa farebbe lui? Quale sarebbe la reazione dei cittadini?

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Chiaramente, la centralità della tecnologia in questo caso è testimoniata dal fatto che senza di essa non sarebbe possibile un simile ricatto, in quanto non avrebbe la stessa risonanza. Ma c’è un altro aspetto che risulta evidente vedendo l’episodio e che si ripercuote in tutta la serie: la totale passività verso il mezzo elettronico, così radicale da assuefare intere popolazioni. Questo aspetto è evidente in 15 Millions of Merits e White Bear, dove la spettacolarizzazione della società e l’alienazione individuale sono i temi portanti. In The Waldo Moment è il cretinismo politico a fare da padrone, in una società in cui mentre un pupazzo animato diventa un simbolo globale di “speranza, cambiamento e futuro”, il suo originale creatore fa la fine del barbone, dimenticato da tutti e malmenato dal sistema che ha contribuito a rafforzare. Nello straordinario speciale White Christmas (unico episodio da 73 minuti) si ipotizza che la funzione di “blocco” (usata oggi sui social networks verso determinate persone) sia applicabile nella vita reale. Potete immaginare le conseguenze?

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Tutti gli episodi meriterebbero un’analisi dettagliata, perché ognuno di essi contiene spunti di riflessione davvero notevoli. Perciò, se ancora non l’avete fatto, recuperateli e preparatevi all’arrivo della nuova stagione, che verosimilmente si presenterà come un concept album, in cui il legame tra le trame sarà ancora più evidente. Inoltre, il passaggio di proprietà, da Channel 4 a Netflix, può solamente far ben sperare per il prosieguo della serie, oltre a determinare alcune novità rispetto al passato. «The future is bright», recita il trailer ufficiale. Sarà veramente così?