Bhopal, India centrale. È la notte tra il2 ed il 3 dicembre 1984. Dallo stabilimento della multinazionale statunitense di gas, la Union Carbide, fuoriescono quaranta tonnellate di isocianato di metile, uccidendo migliaia di persone ed avvelenandone molte altre, anche se i dati non sono uniformi in merito. Il numero dei morti oscilla tra i quattro e i quindici mila, mentre più di cinque-centomila sarebbero gli individui danneggiati, tra i quali circa quattromila risulterebbero invalidati permanentemente. Ancora oggi, nelle zone interessate dalla fuoriuscita del gas il tasso di mortalità è due volte e mezzo più elevato che nelle altre adiacenti, mentre i bambini continuano a nascere con forme di disabilità congenite e malattie della pelle. Per quanto riguarda i danni all’ambiente, essi sono semplicemente inqualificabili. Basti dire che, a più di trent’anni di distanza dal disastro, la bonifica non è ancora stata completata, per un continuo scarico di responsabilità tra l’azienda ed il governo indiano. Un’inchiesta di BBC Radio 5 del 14 novembre 2004 ha mostrato come l’area sia ancora contaminata da migliaia di tonnellate di sostanze chimiche tossiche. La pioggia trascina queste sostanze nel terreno, contaminando pozzi e sorgenti d’acqua. Di fatto, le falde acquifere che servono più di cinquantamila abitanti della zona sono ancora inquinate dai rifiuti tossici provenienti dallo stabilimento.

A leggere (e scrivere) queste poche righe, si prova un grande senso di frustrazione per migliaia di persone innocenti e per la Terra. Tuttavia, ci si potrebbe rallegrare, pensando alle gravi condanne che sarebbero dovute spettare ai responsabili e ai grandi risarcimenti elargiti alle vittime. La realtà, però, è molto diversa dalle lecite aspettative. Il 4 febbraio ’89, la Union Carbide, a seguito di una richiesta iniziale di tre miliardi di dollari, riuscì a cavarsela pagando 470 milioni al governo indiano, il quale ne avrebbe distribuiti una parte alle famiglie delle vittime solamente nel 2004. L’amministratore delegato della multinazionale, all’epoca Warren Anderson, si rifugiò negli Stati Uniti: il governo indiano non formalizzò mai la domanda di estradizione (per non spaventare gli altri investitori stranieri) e il governo statunitense non si interessò mai seriamente della faccenda; Anderson morì da latitante, mentre solamente nel 2010 alcuni dei dirigenti dell’impianto sono stati condannati a pene così lievi da risultare irrisorie. Nel 2001, la Unione Carbide è stata acquistata dalla Dow Chemical, ma un più equo risarcimento alle famiglie coinvolte e la decontaminazione del sito rimangono ancora dei miraggi.

Il disastro di Bhopal, che è da imputare soprattutto alla mancanza di procedure di sicurezza da parte dell’impianto (il semplice funzionamento delle torri antincendio avrebbe potuto impedire fughe di gas), è esemplare per cogliere uno degli aspetti più sistemici del mondo neoliberista: la delocalizzazione della produzione industriale, al fine di sfuggire a regolamentazioni (ambientali e di sicurezza sul lavoro) e vogliose di entrare nel vortice del cosiddetto progresso. Come scrive lo storico Raffaele Romanelli: «Gli stessi provvedimenti di tutela ambientale che hanno migliorato l’ambiente dei paesi più progrediti, hanno anche suggerito agli industriali di quegli stessi paesi di delocalizzare gli impianti in paesi più permissivi, da parte loro interessati ad attirare gli investimenti». In questo senso, di piccole Bhopal ne è pieno il mondo, dal Bangladesh, divenuto un paese letteralmente invaso da allevamenti di gamberetti per conto delle multinazionali occidentali, all’Amazzonia, sempre più minacciata dalle industrie intensive di carne consumata nel nord del mondo. Inoltre, la lievità delle pene, mostra come, nel mondo globalizzato e sempre più interdipendente, gli Stati nazionali perdono continuamente legittimità, a scapito di attori altri, dai grandi marchi ai singoli individui. La loro governance minaccia gli interessi della popolazione e dell’ambiente, ovvero di quelli che dovrebbero essere, almeno in teoria, i soggetti riceventi delle politiche governative, dando vita ad una realtà sempre più diseguale ed ingiusta. Infine, a tre decenni da Bhopal, i problemi ambientali non fanno che aumentare, visto che la cosiddetta “sfida ecologica”, sembra essere solamente uno slogan e non un impegno concreto sull’agenda di tutti. A testimoniarlo è il fatto che né gli Stati Uniti né l’India (due dei paesi più inquinanti al mondo) non abbiano ratificato il protocollo di Kyoto del 1997: i primi per libera scelta, i secondi perché esonerati dall’obbligo, in quanto non ritenuti responsabili dei primi effetti della rivoluzione industriale. Più che un semplice summit sul clima, in questi giorni a Parigi, dovrebbe tenersi una vera e propria rivoluzione culturale.