La Persia è avvolgente. Tre settimane non sono assolutamente sufficienti a comprendere a fondo il popolo iraniano e la sua ricca storia, ma sono un compromesso dignitoso per chi è affamato di un buon assaggio di quella vivace cultura millenaria e complessa, le cui fondamenta si perdono agli albori della civiltà dell’uomo. Nella notte dei tempi brillano le sette stelle del Gran Carro sulle città primordiali di Susa e di Anshan, sulla dinastia di Ciro re dei quattro angoli del mondo, sui sette secoli di guerre tra i grandi imperi di Roma e Costantinopoli contro i Parti della megalopoli Ctesifonte e i Sasanidi custodi del fuoco sacro del profeta Zarathuštra, sui califfati dotti che fanno rifiorire la nuova cultura persiana, sulle avventure delle carovane di cammelli negli interminabili viaggi sulla via della seta, e poi sullo scorrere inesorabile della Storia, sul trono del pavone e sulle mire da ovest, ottomani, portoghesi, russi, inglesi, e infine sulle burrasche del novecento con gli ultimi due scià, sul petrolio meschino che stranieri di mondi nuovi vogliono bere, sui turbanti bianchi e neri degli ayatollah in rivolta, sulla rivoluzione sciita, sull’Iran di oggi.

Voglio dare al concetto del viaggio una sua propria dimensione onirica; è l’immersione di mente e corpo e spirito nella scoperta di quello che è diverso dal nostro cerchio, al pari di un sogno euforizzante che non dovrebbe finire mai; è nuotare in altri colori alla ricerca di cose che mai si sono viste o conosciute se non nelle pagine dei libri; è l’esplorazione dell’esotico vicino e lontano, condizione che ahinoi si muove inesorabile nella sua fase di estinzione per causa dell’asfissia globale ed omologatrice, un nulla culturale camuffato da falsa uguaglianza che minaccia diffenze, tradizioni, popoli. Viaggiare per osservare, viaggiare per imparare, viaggiare per vivere: nutrimento dell’anima. È oppio fisiologico, fornito dal nostro stesso corpo itinerante, benefico; sì, oppio bianco, intangibile, ideale, interiore, non droga velenosa, ma qui la condizione inebriante del cammino. Viaggiare fa bene. L’Iran è stata una magnifica scoperta. Quello di seguito non vuole essere un semplice reportage, ma un’alchimia di immagini, storie, memorie, impressioni, leggende. Spalancate gli occhi, leggete, sognate desti.

Haššašin

Ho camminato nella valle degli Assassini – Haššašin “fumatori di hashish” – la setta dell’autorità rivelata, dei maestri semi-dei, dei sicari sorridenti feroci e dei cercatori delle verità nascoste, dei sensi sommersi e del riscatto eterno. La valle di Alamut è un luogo meraviglioso tra Teheran e il mar Caspio, nel cuore dei monti Elburz. Le possibilità di trekking portano il viaggiatore a conoscere sentieri di montagna dove si ode l’eco della Storia persiana. A proposito della Setta degli Assassini, leggenda vuole che gli adepti facessero massiccio uso di hashish – dal nome della sostanza deriverebbe appunto il termine “assassini” – assunto sottoforma di infuso in giardini paradisiaci, in sorte di baccanali dalla mille delizie. Poi, belli stravolti dalla droga, quegli uomini sarebbero partiti in missioni killer. Leggenda intrigante, ma è probabilmente solo invenzione letteraria diffusasi nei secoli, alimentata a scopi diffamatori dai nemici della congrega Nizarita. Senza fare difficili approfondimenti su aspetti teologici interni all’Islam sciita e sulle sue derivazioni, possiamo dire che l’Ismailismo è una corrente eretica dello Sciismo (partito fazione di Alì e i suoi discendenti) e dentro l’ Ismailismo la principale confessione è quella Nizarita, conosciuta in passato anche con il nome di Setta degli Assassini.

Insomma, molto superficialmente: Islam – Islam sciita – Ismailismo – Nizariti : per chi è ignorante come il sottoscritto sulla conoscenza del  mondo musulmano, tutto appare come un insieme di correnti e sub-correnti; un grande fiume che si dirama in più torrenti che a loro volta si dividono in altri ruscelli. Affascinante. Hasan -i Ṣabbāḥ è chiamato da Marco Polo il Veglio della montagna. Secondo il nostro viaggiatore, il Veglio è la più illustre guida spirituale e militare degli Assassini, e come un furbo stregone imbottisce di hashish e oppio i suoi giovani discepoli votati alla morte in luoghi di rara bellezza, in giardini incantati ben forniti del trittico del vizio: latte, miele vergini, cossiché i seguagi credono davvero di trovarsi in paradiso, in un’altra dimensione extraterrena, un eden esclusivo. Il Veglio, vecchia volpe, una volta che i prescelti cadono nel totale oblio completamente strafatti, li fa portare fuori dal giardino del festino, e quando gli ingenui si risvegliano tra i sassi supplicano il maestro di farli tornare dentro il luogo degli eletti, con tutte le gioie annesse. Il maestro allora fa credere loro che solo una prova di fedeltà, come ad esempio può esserlo una missione omicida-suicida, darà la possibilità di ritornare in paradiso tra droghe, frutti succosi, dolci profumati, vini deliziosi, sensuali fanciulle. Uccidi per il maestro, e ti aspetta la felicità eterna. Sembra una storia sentita anche nei fattacci recenti del terrore radicale sunnita, per soggiogare menti poco istruite: fatti esplodere e poi godi con le 40 vergini. Sappiamo che la storia tende a ripetersi, anche quando si tratta di fandonie.

In realtà il Gran Maestro Hasan -i Ṣabbāḥ assieme ai suoi fedeli in armi conquista il castello di Alamut nel 1090. Si tratta di una fortezza espugnabile, di cui oggi rimangono solo le rovine. È una struttura difensiva costruita sulla cima granitica di una montagna. Apparentemente imprendibile, le sue mura naturali sono le rupi a strapiombo. Abili arceri fanno un comodo tiro al bersaglio con chi osa avvicinarsi senza invito. Un nido di aquile: un pugno di uomini possono tenere in scacco eserciti. Il Gran Mastro è il primo di una dinastia di otto guide supreme della setta, che controllano la valle dal 1090 al 1256, anno della sanguinaria conquista da parte delle truppe mongole di Hulagu Khan. La zona di Alamut, è strategica, le carovane che vogliono passare devono pagar dazio a quell’ordine di fanatici monaci guerrieri, specializzati in omicidi. Devoti, disciplinati, eccezionali con le lame, fisicamente e psicologicamente preparatissimi: sono ninja di Persia.

Alcuni celebri omicidi politici:

1092. Sulla pista che collega Isfahan a Baghdad, viaggia lento Nizam al-Mulk, vizir del re selgiuchide Malik Shah. È un viaggio tranquillo, il ministro sonnecchia stravaccato sui cuscini dentro la sua portantina. Un derviscio, uomo pio dedito allo spirito e alla poesia, si avvicina sorridendo. Le guardie del corpo non si curano di lui, i dervisci sono monaci pacifici. Ma è solo un camuffamento. Il killer estrae da sotto la tunica i coltellacci e si getta dentro la portantina, per sbudellare il vizir.

1152. Raimondo II conte di Tripoli cavalca veloce nella contea mediterranea con due suoi cavalieri sulla via che porta al suo castello. Altri cavalieri gli sbarrano la strada: le lame sono sguainate. È un agguato degli Assassini da cui Raimondo e scorta ne escono a pezzettini.

1192. Corrado marchese del Monferrato e re di Gerusalemme, è stato l’eroe del porto di Tiro, città difesa contro Saladino e le sue schiere. Ora passeggia pensieroso nei cortili del palazzo reale di San Giovanni d’Acri, capitale di quel che resta del Regno di Gerusalemme, occupato quasi per intero dagli arabi. Un servo gli si fa incontro porgendogli una lettera. È una trappola, Corrado non si è accorto di un secondo sicario alle spalle. Giù fendenti di pugnale! Le guardie accorrono subito, i due killer gettano a terra i coltelli insanguinati, e docili e sorridenti si fanno arrestare. Nelle segrete crociate, i due vengono interrogati e torturati. I supplizi medievali danno i loro frutti: i sicari confessano di aver agito per ordine di Riccardo Cuor di Leone, con cui Corrado aveva litigato. Ma è solo una bugia; è tutto un piano del Veglio della Montagna per gettare discordia tra le fila cristiane in Terrasanta.

 

assassini

Il Grande Gioco

Grande gioco: la sfida tra Impero russo e Gran Bretagna per il controllo dell’Asia Centrale, tra il XVIII e il XX secolo. È una guerra fredda d’antan, combattuta da spie d’altri tempi, per il controllo di rotte commerciali, sbocchi oceanici, vie di sete, carvanserragli e carovane, soprattutto per l’India, l’oggetto del desiderio proibito degli zar. È il torneo delle ombre. Lo scrittore inglese Peter Hopkirk ha realizzato sull’argomento un libro meraviglioso, Il Grande Gioco per l’appunto, dove non mancano gli episodi persiani. La terra degli scià ha infatti un ruolo importante in quelle vicende di servizi segreti e missioni speciali. Il suo territorio rappresenta caselle vitali di quel gioco kiplinghiano tra Londra e San Pietroburgo.

Natale del 1828, gelo e neve in tutte le Russie, è il turno di Nicola I al tavolo del Grande gioco. Lo zar tira i dadi. Un soldatino di piombo raffigurante un cosacco muove verso sud, si ferma sulla casella dove c’è scritto Teheran.

L’ambasciatore russo Aleksandr Griboedov, letterato e amico di Puškin, entra nella capitale nei panni di chi sa di essere potente ma anche ingombrante. Nicola ha appena vinto la guerra contro l’esercito del principe ereditario Abbas Mirza, figlio dello scià Fath ʿAli Shah, conquistando i khanati di Erevan e Nakhitchevan e il diritto esclusivo di navigazione nel mar Caspio. Il diplomatico fa il suo ingresso a Teheran da vincitore, quasi da nuovo padrone, una presenza scomoda da ospite non desiderato. Uno dei compiti di Griboedov è quello di controllare che i patti del trattato di Turkmenchay vengano rispettati, ergo, la figura dell’ambasciatore è simile a quella di un esattore straniero. L’orgoglio persiano è ferito. Il pretesto per sfogare la rabbia popolare arriva presto, ed è incarnato in due donne ed un eunuco, tutti e tre di fede cristiana armena. Scappano dall’harem reale, chiedono protezione alla Madre Russia, supplicano asilo. Griboedov non esita ad accoglierli tra le mura dell’ambasciata e scoppia immediatamente una crisi gravissima; per lo scià è un affronto intollerabile e dalla sua parte ha la massa popolare metropolitana, furente. Dai pulpiti minbar delle moschee i mullah aizzano le folle viole di rabbia, le mani prudono, all’ombra dei minareti s’accende l’incendio della riscossa, le fiamme dell’odio si diffondono rapide e urlate, nelle infinite gallerie dei bazar i commercianti obbediscono al clero più intransigente e nazionalista, chiudono le botteghe: è il segnale.

Possiamo provare ad immaginare la terribile sorpresa dei funzionari dell’ambasciata quando in quella spaventosa mattina di gennaio aprono le imposte sulla strada adiacente l’edificio sulla cui facciata è adorno con l’aquila bicipite imperiale dei Romanov. Una folla, una torma, una calca, una ressa, una fiumana, una marea, una moltitudine … il gioco dei sinonimi aiuta a sottolineare quella gigantesca massa isterica ed esaltata, assatanata, che brama una giustizia sommaria ed è armata dal desiderio di lapidazioni collettive. La folla inferocita è elemento che terrorizza, non esiste più il singolo ma l’insieme di corpi accalcati, frementi, assetati di sangue diventano un tutt’uno, un mostro dalle mille teste ringhianti. Ecco quello è il panorama che Aleksandr Griboedov vede dal suo balcone. I popolani premono sui cancelli che soffrono la pressione, stanno per cedere. Il corpo di guardia formato da cosacchi è ben armato e addestrato alla guerra, ma son troppo pochi quei caucasici per tentare di arginare il fiume vivente. Si adoperano lo stesso per una disperata difesa, tanto anche arrendersi equivale a morte certa affogati sotto l’onda disumana. Nel cortile si dispongono a file, innestano le baionette, sparano come matti, ne buttano giù a dozzine, muri di cadaveri, ma altri vivi armati di lame scavalcano i cumuli, son dappertutto, vengono giù dai muri, sbucano ovunque, i cosacchi arretrano combattendo, perdono il cortile e diversi soldati, sprangano le finestre ma non basta, quanti sono mio Dio, spari, ancora spari, i pochi cosacchi ancora in piedi camminano all’indietro senza smettere di sparare, risalgono le scale, indietreggiano nei corridoi, cadono, spariscono fagocitati dalla folla. L’estrema ridotta è lo studio dell’ambasciatore Aleksandr Griboedov anche lui a lottare tragicamente con la sciabola in pugno per un’impossibile sopravvivenza. Un pugno di uomini prossimi alla morte è barricato in una stanza, con poche munizioni, la scrivania è rovesciata come un ultimo patetico riparo. I forsennati li cadono in testa: gli imbestialiti son saliti sul tetto e l’hanno bucato per attaccare dall’alto. Piovono le furie dentro l’ambasciata russa di Teheran. Griboedov è fatto a pezzi.

Morale della storia? Ce n’è una. Le ingerenze straniere fanno arrabbiare molto gli iraniani. Popolo orgoglioso, ha dimostrato la sua passione nazionalista anche in questioni molto più recenti. Basta ricordare la rivoluzione del ’79 con altre vicende d’ambasciata, questa volta americana, e la successiva crisi degli ostaggi (fatti decisamente meno cruenti di quelli del secolo precedente). Agli iraniani piace comandare a casa loro.

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Zurkhaneh

Varzesh-e pahlavānī – ورزش پهلوانی – Sport degli eroi. O anche Zurkhaneh – Casa della forza.

Elementi: gioia nella fatica, generosità, Spirito cavalleresco.amore per la propria patria, orgoglio, tradizione. È incontro tra disciplina fisica, religione, musica, poesia, arte, letteratura. Stati di trance mistica.

Nell’antico Libro dei re del poeta Ferdowsi le pagine sono il sipario che si apre sul mito e sull’epica persiana; le leggende degli eroi raccontano del grande Rostam, campione invincibile contro draghi, streghe e demoni. Rostam è la forza, gli eredi dell’eroe hanno plasmato il lascito epico in arte marziale. Le radici del mito guerriero preislamico degli achemidi e dei sasanidi dell’Impero ariano, contagiati dal culto zoroastriano, si fondono con la fede sciita e la via sufista.

“Nel nome di Dio, il Compassionevole e il Misericordioso, Creatore di tutto.”

 Canta la guida morshed, al ritmo ipnotico del tamburo tombak, e gli atleti aspiranti pahlavani (eroi) scendono nel ring gaud.

“Impara la modestia se vuoi la conoscenza. Un altopiano non può essere irrigato da un fiume.”

Recitano gli atleti prima dell’allenamento, che è sfida contro se stessi. La fatica è l’ostacolo da raggiungere e superare; si duella con il limite delle proprie capacità fisiche e di carattere. Gli esercizi stupiscono per lo sforzo che richiedono. Rintocco di campana zang. Girano veloci in movimento derviscio i pahlavani, sangue alla testa, è la veloce e stordente ruota Sharkh zadan, i nervi elettrici frustano i muscoli; il canto è intensità inebriante, il tamburo è caldo batticuore; seguono flessioni, il più giovane del gaud – spesso un bambino – guida i movimenti di tutti; si gonfiano i pettorali con i sollevamenti di scudi di legno da decine di chili; si ingrossano i colli taurini con l’arco kabbadeh, sorta di grossa catena di metallo da muovere sopra la testa e il tintinnio dell’attrezzo diventa anch’esso parte del concerto di canto e tamburo, la cantilena si fonde con il sudore dell’atleta; ed è suggestivo vedere tutti i ragazzini, gli uomini e vecchi – tre generazioni tutte assieme – muoversi in sincrono con i pesi Mīl gereftan, specie di grossi birilli che vanno a pesare fino a 50 chili e che si fan passare dietro le spalle in passi di una danza ancheggiante, simmetrica, coordinata. Scriccolio d’ernia, gli occhi sbarrati non sbattono le palpebre, gocce di sudore cadono sul gaud, la schiena è dritta e di pietra, purificazione.

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Sciarada Persiana

 

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