Scritto da Samuel Beckett in pochi mesi tra il 1948 e il 1949, En attendant Godot andò in scena per la prima volta nel gennaio del 1953 al Théâtre de Babylone di Parigi, segnando una decisiva svolta nella storia del teatro contemporaneo. Come è noto, la storia, se così la si può chiamare, si esaurisce nell’insensato e sterile dialogo tra Vladimiro (Didi) ed Estragone (Gogo), intervallato dalla comparsa di altri personaggi come Pozzo e Lucky, mentre aspettano Godot: «Andiamo via? /  non si può / perché? / stiamo aspettando Godot / già è vero». In questo senso, come osserva Paolo Bertinetti nella sua introduzione, «non c’è una trama, non c’è una vicenda: ma c’è un miracolo di coincidenza tra forma e contenuto. Gli spettatori, di fronte a una pièce con al centro l’atto dell’attendere, si riconoscono in quell’attesa: l’attesa di qualcuno che non verrà diventa la forma attraverso cui si rivela il significato dell’esistenza umana». Di fatto, sapere chi è Godot (se Dio, la felicità, o altro) è relativo, ciò che conta veramente è aspettare. L’attesa si configura così come l’unica cosa da fare a seguito di tutto quello che di drammatico è successo nei decenni precedenti, dai totalitarismi, alle guerre mondiali, dai genocidi, alle bombe atomiche. Esemplari, in questo senso, sono la battuta di Vladimiro quasi in apertura: «D’altra parte, a che serve scoraggiarsi adesso, dico io. Bisognava pensarci secoli fa, verso il 1900»; e quella di Estragone nel secondo atto: «Ecco, adesso ricordo, ieri sera abbiamo chiacchierato del più e del meno. Sarà mezzo secolo che non facciamo altro».

Questa venuta è vanificata ogni sera per bocca di un ragazzo: «Il signor Godot mi ha detto di dirvi che non verrà questa sera ma di sicuro domani», un domani che non sarà mai un oggi. Tuttavia i due protagonisti, sebbene vivano sulla loro pelle quotidianamente questo fatto, non rinunciano e continuano ad aspettare Godot, tutti i giorni tutto il giorno. Vladimiro ed Estragone incarnano così l’ideale dell’uomo moderno, consapevole del fallimento, ma non per questo stanco di tendere verso la Totalità. Qui, l’attesa, seppur non abbia ancora portato al risultato sperato, è sinonimo di speranza: con la sua assenza, infatti, Godot getta luce su tutta la narrazione che, per quanto destrutturata e senza senso, ancora permane. Al contrario, oggi, nel millennio della globalizzazione e della tecno-finanza, del consumismo e dei consumati, non c’è più nessuno da attendere: «L’uomo post-moderno – ha osservato Steinar Kvale – ha smesso di aspettare Godot». La post-modernità, più che un periodo temporalmente successivo all’età moderna, va concepita come un momento di crisi interno ad essa. Secondo Jean-François Lyotard: «il post-modernismo è incredulità nei confronti delle metanarrazioni», siano esse politiche, filosofiche, religiose o scientifiche. In questo senso, l’uomo post-moderno non aspetta Godot, perché non crede più a nulla, o meglio crede al Niente che, nell’era dell’”industria culturale” (Adorno e Horkheimer) e dei “simulacri” (Baudrillard), si presenta sotto i suoi occhi quotidianamente, a volte sotto forma di reality show, altre per mezzo di qualche marchio multinazionale.

Arrivati a questo punto, allora, dobbiamo scegliere tra il continuare a sopravvivere all’interno di questa realtà disincantata e il reagire alla stato attuale. In questo secondo caso, ci si pone davanti una domanda presente più volte anche nel testo beckettiano: che fare? Se lì la risposta di Didi a Gogo, e viceversa, si andava ad esaurire nell’attesa passiva di Godot, oggi non può che concretizzarsi nel recupero attivo di quei metaracconti che la post-modernità ha obliato. Uno scrittore, prettamente anti-moderno, che aveva colto questa necessità è stato sicuramente John Ronald Reuel Tolkien, sia nella sua vita (da fervente cattolico) che nella sua opera. Un anno dopo la prima di Aspettando Godot, nel 1954, usciva Il Signore degli Anelli, un romanzo destinato a divenire una pietra miliare del fantasy, ma non solo. Al di là dell’ambientazione fantastica e delle molteplici influenze pagane, infatti, per ammissione dello stesso autore in una lettera a padre Murray: «Il Signore degli Anelli è fondamentalmente un’opera religiosa e cattolica». L’incessante lotta tra Bene e Male, il viaggio (fisico e spirituale), il destino, la pietà, ma anche la rinuncia, la rinascita, la speranza e la Grazia sono solamente alcuni dei temi prettamente cristiani che emergono nell’opera del professore di Oxford, che odiava le industrie e amava gli alberi. È molto significativo che Tolkien non abbia scritto volontariamente il libro in chiave cattolica, ma che questa vi si è presentata al suo interno inconsapevolmente per poi essere, solamente in un secondo momento, riconosciuta come tale. Insomma, se Beckett mette in luce le aporie dell’età moderna, Tolkien ridà vigore e speranza a quelle metanarrazioni che sembravano essere state del tutto obliate dall’avvento della post-modernità. In questo senso, alla domanda di Sam: «Non hanno dunque una fine i grandi racconti?»; Frodo non può che rispondere: «No, non terminano mai i racconti. Sono i personaggi che vengono e se ne vanno, quando è terminata la loro parte. La nostra finirà più tardi… o fra breve».