Mai come nella prima settimana dell’anno ci si accorge di come sempre troppo poco si diffidi dell’alea, del fatalismo, degli allineamenti astrali. È ad essi, più che alla propria volontà, che la gente devolve i propri desiderata e le proprie speranze, aggiungendo alle tradizionali voci amore, salute, denaro, il “fattore R” ovvero il relax. Quest’ultimo costituisce assieme a stress una coppia antinomica il cui squilibrio è la chiave portante dei ritmi frenetici della quotidinità moderna. Perché moderna? Perché poco hanno a che fare, nonostante le apparenze, con i tradizionali otium e negotium, fatica e riposo, lavoro e festa e la loro denominazione straniera non fa che accentuare recenziorità ed esclusività d’appartenenza al mondo contemporaneo, del resto popolato da individui isterici, in perenne tensione mentale, più celebrali che in passato ma non per questo più produttivi, afflitti da un’isteria che condiziona il lavoro e che vieta di concedersi al tabu del sano riposo. Se l’operaio al termine della giornata di lavoro crolla di stanchezza e nel sonno recupera parzialmente le proprie forze, la rampante e predominante middle class nel suo essere sempre in attività, all’insegna del motto chi ha tempo non perda tempo, rifiuta di concedersi al riposo eppure è alla perenne ricerca di relax.

Le brillanti prospettive di successo, di guadagno, di progresso guidate dagli spettri del possesso, del consumo e della crescita hanno prodotto la tensione a quel cattivo infinito che nel quotidiano ha trasformato il vivere in fare cose, cose per le quali spesso non si nutre profondo interesse o solida motivazione ma che si fanno per alimentare l’incomprensibile bisogno di non sentirsi inattivi: criceti in gabbia che corrono sulla ruota. Incapaci di vivere se non subissati da impegni, è questa l’epoca dei genitori manager, dei rapporti a distanza, dei ritmi della vita definiti non più dalla cadenza calendariale delle feste ma dall’agenda personale degli impegni. Lontana ogni dimensione che implichi una collettività, sia essa quella familiare o quella sociale, si è incapaci di trovare cinque minuti di tempo per suonare al vicino di casa, un’ora per offrire un caffè ad un amico o accompagnare i figli a scuola, una giornata da dedicare alla propria famiglia. Tutto ciò che implica la cessazione pur temporanea della normale attività di lavoro all’insegna di un sano riposo è oggi un dispendio inutile di energie, uno sperpero di tempo in cose futili, una velleità poco al passo coi tempi.

L’immagine del ragazzotto di campagna disteso supino col cappello a coprire il volto e la spiga in bocca è ben lontana, anche se il riposo rimane pur sempre fisologica necessità. Dunque laddove l’otium e il tipico immaginario che lo rappresenta risultano come già detto superate, esse vengono quindi adattate ai tempi che corrono. Ecco perciò che al riposo non ci si abbandona, ma lo si intraprende, non lo si concede a sé stessi ma lo si compra, non è concepito come rottura dei ritmi lavorativi ma è imprenditorialmente trasformato in una attività, in qualcosa non da godere ma da fare, da comprare, da consumare, qualcosa che dunque nel prezzo trova valore e legittimazione.

L’immaginario moderno, sostituitivo a quello della bucolica esychia, è in esemplare svendita sugli scaffali dei supermercati dopo essere stato protagonista nel 2015 di un relativamente piccolo successo editoriale. Di cosa si tratta? Libri da colorare per aldulti. Immaginiamo un adulto no perditempo, dall’abbigliamento taglio business, seduto ad un tavolo cosparso di pastelli, intento a colorare. Assurdo ma vero. Per evitare che questa immagine straniante si imponesse coi suoi aspetti più ridicoli nell’immaginario collettivo e venisse perciò rigettata, si è scomodata l’arte e la medicina: riempire disegni prestampati a soggetto vario ed elaborato, colorando con gesti meccanici e ripetitivi, apporterebbe effetti benefici alla riduzione dello stress; impropriamente ricondotti alla Art Therapy, usata in psicoterapia, i potenziali effetti benefici vengono sottilmente spacciati per terapeutici e un gesto meccanico, elementare e guidato, impropriamente chiamato “arte creativa”. Così se un adulto dovesse distrattamente scarabocchiare su un foglio sarebbe sorpreso a bighellonare,  se invece dovesse colorare su un  quaderno prodotto ad hoc in serie, con copertina rigida, espressamente dedicato ad adulti e soprattutto posseduto perché acquistato, egli è un imprenditore del proprio benessere, legittimatore del proprio otium nobilitato a relax, protagonista chic di una “pausa creativa”, di una “attività salutare”.

Nemmeno si può fare appello al bel discorso del tenere in vita il pascoliano fanciullino che è in ognuno di noi, perché a caratteri cubitali le copertine dei quaderni in oggetto recitano “per adulti”. Non resta allora da notare come un infantilismo latente e inconsapevole tenda a trovare legittimazione ed espressione materialmente consumista sottoforma di oggetti che mascherano una età adulta ridotta allo stato larvale con pretese terapeutiche, artistiche, benefiche. Non che qualcuno abbia motivazioni personali contro tali nuovi passatempi per adulti, ma che almeno li si chiami per nome, si usino senza paura le voci colorare, perdere tempo, riposarsi, futilità contro l’ipocrisia verbale moderna usata laddove risulta invalicabile il confine che separa perfezionamento ed imperfettibilità, natura e progresso, realtà e snaturamento, realismo e presunzione.