Se la tendenza è quella di esserne semplicemente a favore, abbracciandolo, o contrari, denigrandolo, il femminismo abbisogna di qualche chiarimento in più. E probabilmente il giusto mezzo risiede tanto nell’accoglierlo quanto nel rifiutarlo, per aspetti e derive differenti. Ricordiamo che il movimento ha la sua ragion d’essere nella completa dipendenza in cui vivevano le donne non solo fino a un paio di secoli addietro, ma addirittura sino allo scorso e agli albori di questo. È Gentile – tutt’altro che ascrivibile al movimento femminista di matrice sessantottina – a spiegare a Jaja la condizione delle sue sorelle, che proprio per il costume che definiva le possibilità di quel sesso, furono irrimediabilmente annichilite:

«[Queste,] cui il sesso, secondo il costume nostro, ha impedito di trarre da quel poco d’ingegno e di natural voglia di lavorare, che tutti in famiglia si è avuta, un mezzo di farsi innanzi nella vita, come nei maschi»

Ed è ancora Gentile, chiamato a insegnare in una scuola magistrale femminile- all’epoca si studiava separati-che insegnò in cosa dovesse consistere l’educazione della donna e la ragione per cui questa non potesse essere inferiore a quella maschile: «La donna potrà avere una profonda coscienza dei suoi doveri, se conoscerà il mondo, a cui si riferiscono questi doveri» (G. Gentile, Lezioni di pedagogia, Le Lettere, Firenze 2007, p. 55.). Certo, probabilmente ancora non concepiva la società come quella odierna, ma indubitabilmente era lontano anni luce dalle concezioni classiche. Queste sono buone ragioni per accogliere il femminismo, per ammiccare alla reazione nei confronti dell’aberrante abitudine, che con il suo concetto impediva a uno dei due sessi la possibilità di esprimere il suo potenziale, di conoscere e di vivere in modo dignitoso.

«Le donne si trovano dovunque a vivere in questa deplorevole condizione: per difendere la loro innocenza, eufemismo per ignoranza, le si tiene ben lontane dalla verità e si impone loro un carattere artificioso, prima ancora che le loro facoltà intellettive si siano fortificate. Fin dall’infanzia si insegna loro che la bellezza è lo scettro della donna e la mente quindi si modella sul corpo e si aggira nella sua gabbia dorata, contenta di adorarne la prigione. Gli uomini possono scegliere attività e occupazioni diverse che li tengono impegnati e concorrono inoltre a dare un carattere alla mente in formazione. Le donne invece costrette come sono a occuparsi di una cosa sola e a concentrarsi costantemente sulla parte più insignificante di se stesse, raramente riescono a guardare al di là di un successo di un’ora. Ma se il loro intelletto si emancipasse dalla schiavitù a cui le hanno ridotte l’orgoglio e la sensualità degli uomini, insieme al loro miope desiderio di potere immediato, simile a quello di dominio da parte dei tiranni, allora ci dovremmo sorprendere delle loro debolezze» (Cfr. Mary Wollstonecraft, A Vindication of the Rights of Woman, 1792).

La portata di questa conquista, al pari di altre (suffragi universali vari, libertà di espressione, di stampa, ecc.), ha alla base il sentimento espresso nelle parole gomezdaviliane: «La libertà non si percepisce se non come fatto interno; è la forma che assume per il soggetto ogni atto che percepisce come proprio; è la forma stessa della soggettività». Ma come lo stesso Gómez Dávila sa – «La libertà non è la meta della storia, ma la materia con cui essa lavora» –, la forma non sussiste senza contenuto. L’esigenza di libertà è, caso dopo caso, l’accorgersi di saper rispondere, di una parte della nostra esistenza, diversamente – in modo migliore – da ciò che era stabilito a priori più o meno volontariamente. Perché non posso provare a convincere i miei concittadini della nefandezza del principe? Perché non posso salire in bus se sono nero? Perché non posso studiare e votare se sono donna? Perché ora nessuno fa i conti con questo mio fatto interno, che non si riconosce più nell’agire del mio popolo?

«Uomo, sei capace d’essere giusto? È una donna che ti pone la domanda; tu non la priverai almeno di questo diritto. Dimmi? Chi ti ha concesso la suprema autorità di opprimere il mio sesso?» (Cfr. Olympe de Gouges, Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, 1791).

Liberarsi significa non vedere più buone ragioni per sostenere un certo vincolo, e la storia dell’uomo è il processo di rifiuto e accantonamento di questi vincoli ingiustificati. Veniamo dunque all’errore in cui il femminismo, oggi, scivola. La liberazione, liberazione da qualcosa di ingiusto, è propriamente il gesto dialettico del pensiero che conosce, e non accetta più le condizioni inique in cui dimorava. Ma il togliere una condizione (un insieme di condizioni), non è affatto togliere condizioni tout court, solo sostituirle (sostituire quell’insieme) con alcune migliori. Se prima si diceva: “non è giusto che le donne studino” ed era comunemente accettato, ora si afferma: “è giusto che lo facciano”, perciò chiunque venisse meno a questa seconda condizione (è una condizione anch’essa!) ostacolandone la realizzazione (cioè impedendo a una donna di studiare), verrebbe perseguito legalmente.

Suffragette

Assumere però per buoni slogan come «il femminismo è dare alle donne la scelta»  non accresce di nulla quanto si è detto sinora, e nemmeno aiuta a capire cosa sia giusto o ingiusto. Con un esempio: oggi le donne studiano liberamente, ma il loro essere donne non trasforma in lecito il frequentare un anno giurisprudenza per poi subito dopo iscriversi all’albo medico – neppure se questa fosse una scelta dichiarata da tutte le donne del mondo. E non v’è nulla di maschilista in questo vincolo: per essere medici, bisogna saperlo fare, perciò portare a compimento un preciso percorso formativo. Il nostro fatto interno ama questo vincolo, proprio perché fa il nostro bene. Allo stesso modo si potrebbe discutere del corpo. “Il corpo è mio e ne faccio ciò che voglio” non regala nessuna validità al gesto che si sta per compiere, perché, come magistralmente afferma Ida Dominijanni

se è vero che ognuna ne è titolare e può deciderne, è altrettanto vero che ogni corpo è inserito in una rete di relazioni e di significati dai quali nessuna, nel deciderne, può prescindere

La risposta a quei significati e a quella rete di relazioni in cui sempre e solo viviamo, non è indifferente al fine che conseguiremo: solo se la risposta, la scelta, è buona faremo del bene. Possiamo decidere cosa scegliere, ma non cosa otterremo. “Fare quello che voglio (del mio corpo, ecc.)” è lo slogan del femminismo postmoderno, derivato dall’assunzione di quel motto in ogni altro ambito della nostra vita. Se le ragioni che portarono alla nascita di quelle voci femminili sono nobili, lo è molto meno il seguito che vuole ereditarle. Le prime donne si ribellavano a qualcosa di falso e oppressivo; quelle odierne a tutto ciò che va contro qualunque cosa passi loro per la testa.