di Marco Masini

Per Pasolini, la cultura di una nazione non coincideva esclusivamente con la cultura delle classi colte, bensì con la media di tutte le “culture” delle diverse classi che ne compongono insieme la società. Il friulano non aveva probabilmente torto, ma ora che la “riorganizzazione e l’omologazione totalitaria del mondo” sta già celebrando i propri trionfi, la cultura non è nemmeno più un argomento d’interesse, nemmeno per quelle sedicenti classi “colte” ed “elitarie” indicate dallo stesso Pasolini. La cultura giusta è una, ed è data, e si revisiona con regolarità ed ordine con la democratica omologazione del mercato!In Italia, infatti, prestando ascolto alle ultime rilevazioni dell’Istat, il 18,5% della popolazione non ha svolto nessuna attività culturale: circa un quinto degli italiani non ha mai letto un libro o un giornale, non ha visitato un museo, una mostra, non è andato al teatro e nemmeno al cinema o a un concerto nell’ultimo anno. Scomponendo il dato, la percentuale sale al 28,2% al Sud e cala al 12,1% nel tanto vituperato ed evidentemente non solo bifolco ed operoso Nord-Est.

D’altronde, se i soloni del potere come Poletti  si ostinano, nemmeno troppo velatamente a dirla tutta, a sostenere che la cultura non serve (serve solo se può essere spesa e monetizzata – non sarà un caso, in tal senso, se tra i lettori peggiori, oltre ai politici, figurano proprio i manager con lauti stipendi), allora i dati forniti dall’Istat non possono sorprendere nella loro cruda analisi: nel 2015, quasi 6 italiani su 10 non hanno mai aperto un libro e quasi il 52% non ha mai sfogliato un quotidiano In tal senso, le vaticinazioni di Thomas Mann non si sono rivelate, nella fattispecie, molto accurate: “una sola frase basterà a descrivere l’uomo moderno: egli fornicava e leggeva i giornali”. Forse, più semplicemente, quello d’oggi non è più l’uomo moderno, ma la sua alienante evoluzione finale.

In effetti al cittadino globale, novello homo oeconomicus che sa solo far di conto e conosce esclusivamente la logica ragionieristica del do ut des, non frega nulla della cultura. Quando va bene essa è solo uno strumento da barattare per acquisire una posizione nel sociale – un po’ come il Trimalcione di Petronio che esibiva i suoi libri per compiacere esclusivamente la propria vanità – per spuntare un reddito migliore (andare all’Università serve per trovare un lavoro!), o per avere maggior potere contrattuale sul mercato del lavoro. In quest’”Italietta”, sarà anche solo per contrasto col patrimonio culturale che ci circonda, il dato rilevato sembra ancora più inquietante. E questo perché, prescindendo da vetuste categorie e ceti sociali, all’italiano, trasversalmente, non interessa assolutamente nulla della cultura: a costui basta, quando sente un alito d’insulso amor patrio, sapere che possediamo più del 50% del patrimonio culturale ed artistico mondiale. Perché in fondo, “mal che vada possiamo sempre vendercela”, dicono invariabilmente l’omino della strada e il grande ministro delle finanze di turno. Insomma, chissenefrega se, per dirla con Camus: “la capacità di godere richiede cultura, e la cultura equivale poi sempre alla capacità di godere”, quando godere, per il cittadino medio, vuol dire anzitutto de-vertere da sé stesso, spersonalizzarsi, alienarsi per evitare di farsi problemi sulla propria situazione d’impotenza? Anzi, cosa gli importa di godere con la cultura – cercando di dare un senso alle cose – quando quel godimento e quel senso può comprarseli comodamente sugli scaffali di un grande magazzino o negli showroom tematici, o ancora facendo qualche viaggio in luoghi già accuratamente predisposti per eccitare la sua illusione di “godimento”? Non è in fondo vero, ormai, che se un godimento, come quello culturale tutto sommato, è gratis, non è in realtà un “autentico” godimento?

Siamo ignoranti come le capre e ce ne rallegriamo. Non siamo neanche più persone (e neanche personae!). Rassomigliamo piuttosto a quell’idolo a cui abbiamo affidato il compito di guidare e riempire di senso le nostre insipide esistenze (insipiens: sapiens = ho sapore = so). Come il denaro, dunque, siamo senza qualità ma capaci di rappresentarle potenzialmente tutte, piegati al miglior offerente, sempre bendisposti a prostituirsi per un prezzo migliore, orgogliosi strumenti e tubi digerenti.