Andrej Sinjavskij, nato a Mosca l’8 ottobre 1925 e morto a Parigi il 25 febbraio 1997 – esattamente venti anni fa – è stato uno scrittore e critico letterario molto importante per la cultura russa. Nel 1965 fu accusato di attività antisovietica, scrivendo sotto pseudonimo. Criticato per il suo stile definito inaccettabile, fu arrestato e in seguito processato insieme al poeta e traduttore Jurij Daniel’, nel 1966, in quello che è passato alla storia come il processo Sinjavskij-Daniel’. I due imputati furono condannati, rispettivamente, a 7 e 5 anni di lavori forzati. Il fatto ebbe una certa eco, non solo perché la cosa avvenne ben 12 anni dopo la morte di Stalin, ma soprattutto perché essi furono i primi, in quarant’anni di processi dimostrativi, a dichiararsi non colpevoli. Due anni dopo la caduta del Muro di Berlino e pochi mesi prima del crollo dell’Unione Sovietica, Sinjavskij riconobbe a Gorbaciov il merito di aver riconosciuto il diritto alla libertà di espressione, così fondamentale per uno scrittore, soprattutto se dissidente come lui. Gennaro Malgieri, scrittore, giornalista ed ex-parlamentare, ebbe modo di incontrarlo il 18 febbraio 1987. Dalla lunga conversazione venne fuori un’intervista, pubblicata il giorno successivo su “Il Secolo d’Italia”. A trent’anni da quell’incontro, e a venti anni esatti dalla morte del dissidente russo, abbiamo voluto ricordare insieme a Malgieri il grande scrittore; esempio di coraggio, libertà e dissidenza.

Febbraio 1966, Processo Sinjavskij-Daniel'

Febbraio 1966, Processo Sinjavskij-Daniel’

Gennaro, data la recente amicizia nata tra noi due, imposto l’intervista dandoti del tu. Avesti modo di incontrare personalmente Andrej Sinjavskij, scrittore e dissidente russo nel lontano 1987. Quando penso a un dissidente in Unione Sovietica un nome fra tutti riaffiora alla mente. Quello di Aleksandr Solzenicyn, autore del celebre Arcipelago Gulag. Cosa accomuna Siniavskij ad un dissidente par excellence come Solzenicyn, e da cosa differisce, per personalità, stile e storia personale?

Li accomunava il rifiuto dell’omologazione culturale a cui il sovietismo brezneviano era particolarmente sensibile. Immaginare una fronda letteraria al conformismo comunista era di per sé un crimine per gli oligarchi del Cremlino. Solzenicyn, in più, non aveva soltanto svelato il sistema della menzogna, prima con Una giornata di Ivan Denisovic e poi con l’agghiacciante Arcipelago Gulag, ma aveva radiografato il regime nella sua insostenibilità in quanto profondamente estraneo all’anima russa che, dopo oltre cinquant’anni di pratica totalitaria, non era riuscito a piegare del tutto. Esistevano sacche di resistenza ed il dissenso trovava in esse terreno fertile sul quale far crescere la pianta dell’opposizione che alla fine avrebbe vinto. Sinjavskij si propose, probabilmente senza volerlo e comunque non ideologicamente motivato, come scrittore libero dal conformismo e per questo guardato con sospetto dal regime sovietico. Poi, quando la sua notorietà, soprattutto in Occidente, divenne tale da rappresentare un pericolo per il “pensiero unico” sovietico, e la sua produzione letteraria si palesava sempre più estranea al realismo socialista che impregnava la letteratura corrente in URSS, venne imbastito il famoso processo che lo vide imputato di attività antisovietica insieme con Jurij Daniel. Lo spettacolare caso giudiziario lo proiettò sulla scena mondiale come uno dei capofila del dissenso. La sua produzione letteraria è essenzialmente fantastica, onirica, mentre quella di Solzenicyn ha un carattere marcatamente ideologico. Le radici culturali dei due sono diversissime: nel premio Nobel la prevalenza dell’elemento identitario e di quello religioso sono fortissimi. A parte questo, ciò che li accomuna è l’avversione al totalitarismo comunista.

Lo scrittore premio Nobel Aleksandr Isaevič Solženicyn

Lo scrittore premio Nobel per la letteratura Aleksandr Isaevič Solženicyn

Il 18 febbraio del 1987 tu avesti l’occasione di intervistarlo per “Il Secolo d’Italia”. Come nacque l’idea dell’intervista e come hai avuto modo di incontrarlo?

L’incontro avvenne nel modo più semplice. Sinjavskij era in Italia per presentare il suo ultimo libro, Buona notte!, edito da Garzanti ed io ne approfittai per mettermi in contatto con lui e presi un appuntamento tramite il suo agente letterario. Ci incontrammo in un albergo romano a due passi da piazza Navona e la conversazione durò ben oltre il tempo che avevamo stabilito, praticamente un’intera mattinata. Parlava benissimo il francese da momento che aveva scelto Parigi come sede del suo esilio ed insegnava alla Sorbona: si sosteneva così, oltre che con i diritti che ricavava dai suoi libri. Fu una conversazione piacevolissima alla quale partecipava anche la moglie, Marija, che con grazia e gentilezza ogni tanto interveniva per sottolineare o aggiungere qualcosa a quello che diceva il marito. In entrambi mi colpi la sofferenza nei tratti del volto che, soprattutto in Sinjavskij, s’illuminava ogni qual volta ricordava il distacco dalla sua patria.

La prima edizione del romanzo di Andrej Sinjavskij Buona notte!

La prima edizione del romanzo di Andrej Sinjavskij Buona notte!

Luca Doninelli, in un articolo sul “Giornale” del 18 febbraio 2014 (stesso giorno e mese dell’incontro avvenuto trent’anni fa tra te e lo scrittore russo!), definì Sinjavskij come un “liberale, laico, più tolstojano che dostoevskiano”. Ritrovi in questa definizione anche tu il Sinjavskij che hai avuto modo di leggere e conoscere di persona?

Alla mia precisa domanda riguardo alle sue radici, mi rispose di essere un credente. E precisò: “Sono cresciuto in una famiglia atea, ho avuto un’educazione atea e sono pervenuto al cristianesimo soltanto in età adulta”. Ognuno può dare l’interpretazione che vuole leggendo le opere di Sinjavskij. Ma lui credeva. Diversamente da Solzenicyn, probabilmente. Infatti mi disse che a differenza di lui non considerava la religione come una forza politica. Non saprei se definirlo più prossimo a Tolstoij o a Dostoevskij. Sinjavskij è Sinjavskij. Probabilmente c’è tanto dell’uno e dell’altro.

Perché Sinjavskij scelse come pseudonimo con cui firmare i suoi romanzi proprio quello di Abram Terc, l’ebreo fuorilegge che vive ai margini della società, dato che ebreo lui non era?

Se avesse scritto – almeno così mi disse – con il suo vero nome, lo avrebbero arrestato i subito. Lo pseudonimo gli consentì per dieci anni di pubblicare indisturbato i suoi libri. Ti rispondo con le sue parole per spiegare la scelta di Abram Terc (finché è stato in vita si scriveva Terz in Occidente): “Mi ricordai che in una canzone della malavita c’è un personaggio che ha tale nome: si tratta di un ladro, questo non costituiva per me una remora perché corrispondeva in qualche modo a ciò che facevo, perché capivo che agli occhi dello Stato quello che io facevo era un crimine”. Abram Terc (o Terz) era un delinquente politico nel sistema che praticava l’ortodossia del crimine…

Ma oltre ad essere un grande romanziere Sinjavskij è stato anche un formidabile aforista. Tali massime sono oggi contenute nei Pensieri improvvisi, pubblicati in Italia da Jaca Book… Tra le sue riflessioni ve n’è una in particolare che trovo terribilmente veritiera. Dell’uomo del XX secolo, abituato ormai a continue notizie di guerra su tutti i fronti, Sinjavskij disse che “scorre la notizia dell’apparizione di un nuovo stato in Africa con la stessa facilità con cui assaggia un brodo di carne francese”. Noi, uomini moderni, “scorso il giornale, moriamo solitari sul nostro divano angusto e superfluo”. Cosa ha creato, secondo te, tanta lasciva indifferenza, soprattutto a noi che abitiamo l’Occidente?

La “perdita del Centro”, l’assenza di Dio, la negazione del sacro, la deificazione del relativismo, l’assolutismo consumistico. Paradossalmente la Russia, rispetto all’Occidente, forse proprio per la lunga dominazione del materialismo ideologico, ha maturato anticorpi che dopo il crollo del regime sovietico hanno fatto maturare una coscienza libera dalle incrostazioni del materialismo pratico, prossima ad una religiosità collettiva. Naturalmente non vale per tutti. Eppure il rifiorire di una spiritualità vissuta più di quanto non si potesse immaginare laddove Dio era stato mandato in esilio dimostra che dalla sofferenza dell’identità bandita può nascere una comunità che fonda la sua esistenza su valori ancestrali. Solzenicyn è per me il profeta di questa rinascita. L’Occidente si è suicidato un po’ alla volta. Adesso esiste soltanto come discarica dei vizi che l’umanità ha maturato negli ultimi settant’anni. E la tragedia non è finita. Questi stessi vizi stanno corrompendo buona parte del mondo, in tutte le lande in cui vengono arrogantemente esportati.

Il giornalista e scrittore Gennaro Malgieri, ex-politico ed ex-direttore de "Il Secolo d'Italia"

Il giornalista e scrittore Gennaro Malgieri, ex-politico ed ex-direttore de “Il Secolo d’Italia”

Durante l’intervista che Franco Fabiani fece a Sinjavskij il 21 agosto 1991 per “Repubblica”, il dissidente russo ebbe modo di analizzare la dinamica oppressiva dell’URSS, dicendo: “Il comunismo sovietico procede come per spirali. Spirali che ritornano sistematicamente alle loro fonti… Pensano che non si può governare un Paese senza ritorni periodici alla violenza”. Sinjavskij però non era un anticomunista, non in senso propriamente politico, mi pare. Lui mirava alla libertà in senso generale, più che ad una libertà dal comunismo. Non era un politico, insomma…

Non era un anticomunista strutturale, forse, ma il suo antisovietismo, il suo cristianesimo, la religione per la libertà che nutriva non possono farci dubitare dell’inconciliabilità del suo universo politico e culturale con quello comunista. Il sovietismo senza il comunismo non esiste. Dunque, in nome di che cosa sarebbe stato bandito, processato, perseguitato ed esiliato Sinjavskij se con la sua opera non avesse attentato al principio di legittimità sovietica, cioè il comunismo? Di tale ideologia non restò prigioniero neppure da giovanissimo e per di più in una famiglia atea: quando era redattore di “Novj Mir”, la più prestigiosa rivista letteraria dell’Unione Sovietica, sfuggiva come la peste qualsiasi argomento che suonasse sia pure lontanamente come giustificazione del comunismo marxista. Il KGB cominciò a tenerlo di vista molto presto…

Che cosa ti rimane oggi, dopo trent’anni da quell’incontro, di questo coraggioso scrittore russo?

Il suo sorriso malinconico, riassunto di tutte le sofferenze e le speranze vissute all’ombra del terrore e della fuga dalla sua terra. Ma anche una straordinaria vitalità letteraria, tra le più grandi del Ventesimo secolo, riassunta se si vuole in Buona notte!, un libro che andrebbe riletto come testimonianza di libertà. Per non dimenticare e per comprendere come minacce archiviate dalla storia possono sempre ripresentarsi. Non nelle forme del comunismo sovietico, certamente; ma in forme di morbido totalitarismo senza alcun dubbio. I nemici della libertà sono i nemici delle identità. Quasi mai hanno un colore definito. Abram Terc lo sapeva ed il suo alter ego Andrej Sinjavskij non si faceva illusioni sul suo destino. Quando gli chiesi se si aspettava una sua riabilitazione, mi rispose, accennando ad un sorriso, “Sì, post mortem. Fra duecento anni…”. Per fortuna anche i grandi spiriti talvolta si sbagliano.

L'autografo con dedica che Sinjavskij fece a Gennaro Malgieri in occasione del loro incontro.

L’autografo con dedica che Sinjavskij fece a Gennaro Malgieri in occasione del loro incontro.