Nel faticoso e disturbato torpore della cabina passeggeri, la voce giuliva ed ammaliatrice dell’assistente di volo rinsaldò la rassegnazione. La rassegnazione di aver condotto centinaia di anime verso l’ambiguità. La fase di atterraggio venne accompagnata dal marcato intercalare anglofono della piacente e posata signorina, intenta ad avvisare i rintronati viaggiatori dell’imminente approdo. La folta chioma raccolta nell’eleganza di uno chignon, la sinuosità delle sue forme prosperose e non volgari, l’accortezza di abbellire la semplicità di un annuncio, distraevano i meno attenti dalla sciagura a cui sarebbero andati incontro a breve. Tra la dolcezza della descrizione dell’assoldata donzella, i congedi di ringraziamento della compagnia aerea, la trepidazione dei turisti, e le imprecazioni del pilota immerso nella repentina manovra di ripartenza, la ridotta miseria di alcune teste aveva compreso la gravità di essere giunti nella terra della desolazione culturale. Questo, infatti, sostanziano gli USA oggi. La “land of opportunity” è stata travolta dal disgusto verso la sua intangibilità sostanziale. Checché se ne dica, la legislazione pecuniaria della Federal Reserve, il dispotismo di Wall Street, e la mondanità di Miami Beach, saranno infrante dalla frivolezza che li cosparge e che, odiernamente, viene spacciata per assolutezza esistenziale. La quale, però, è scongiurata dall’indelebile apporto letterario e dottrinale di Walt Whitman e di Robert Dahl: figli ribelli degli States, che suggerivano alla Madrepatria il ripudio della meschinità del limitato e le contestavano la reticenza nella condivisione di quello che fosse infinito e valoroso culturalmente. Tuttavia, il loro retaggio subisce quotidianamente assalti dalle ronde del relativismo: a Miami, ad esempio, ha successo qualsiasi cosa rimpiazzi la cultura. In un’accozzaglia di usi e costumi apolidi – che annienta il concetto di identità -, l’alienazione diviene carburante per azionare il meccanismo della fustigazione dell’eredità millenaria dell’Uomo, a suon del fruscio di banconote verdognole e dello scrosciare vibrante di bicchieri colmi di alcolica inettitudine. Nel sotteso operare della sua infamità, l’americanismo sublima le menti – annebbiate ed anestetizzate dalla perdizione dell’effimero -, e le dissuade dal perseguimento della morale culturale. Non solo: la statunitense conformazione della società ha banalizzato l’America stessa, richiamando la denominazione del continente nella Confederazione dei 50 Stati e semplificando il tradizionalismo secolare dei Nativi e dei Latini Meridionali. A voler dettagliatamente stanare ove si rafforzi la contemporanea ideologia dominante – quale è la persuasiva propaganda a stelle e strisce, nel nome di una polistirolica libertà e di un’inesistente prospettiva di platonica umanità -, New York, Atalanta, Miami, sono l’infrangersi contro ciò che gli Stati Uniti d’America rappresentano da più di 150 anni di trascorso: la totale astinenza da una profondità culturale, da un’educazione alle e delle tradizioni, e da una sacralità identitaria. Uscire dal turbinio della menzogna è possibile: riscoprendo se stessi, e l’eccezionale maestosità del riflettersi in una comunità unica ed immortale. Così, forse, anche gli entusiasti visitatori riusciranno a convincersi che la bellezza di un soggiorno oltreoceano risieda in una certezza: il biglietto di ritorno.