Un celebre aforisma di Oscar Wilde recita: “Il rugby è una buona occasione per tenere lontani trenta energumeni dal centro della città.” Rapportato al mondo del cinema però, l’aforisma perde d’efficacia. Se il principio per cui la violenza è lo sfogo dell’uomo, spesso incanalabile nello sport, altrettanto non si può dire del medium cinematografico, come mezzo d’evasione oltre che di sfogo, appunto. Tanta violenza in una scatola luminosa infatti, non risolve certo il caos dilagante della società contemporanea dove sempre più bisogni morbosi – che persino Smith non aveva previsto – stanno venendo fuori. Non è la noia simmeliana a causare questo fenomeno, ma a monte potrebbe esserci una spiegazione molto più “economica”. Le grandi case televisive di distribuzione – Fox, Hbo, Netfix – producono infatti sempre più spesso serie tv di alto “livello” qualitativo mirando a un target più variegato e omogeneo. La ricetta funziona perché il cinema troppo spesso – a meno che non si fa un film di 2 ore e mezza su Jep Gambardella – non ha modo di approfondire i personaggi e “legare” lo spettatore. In altre parole mentre il cinema intrattiene, la tv fidelizza. Ma per aggiungere polpa all’osso, spesso si è costretti a estremizzare la caratterizzazione del personaggio al punto da allontanarlo dalla realtà, divenendo così meta-racconto a tutti gli effetti. Per far funzionare la macchina – entrando nello specifico – e far durare serie longeve oltre la sesta stagione, come Dexter e I Soprano, capita dunque di dover rovistare nei racconti censurati di sceneggiatori televisivi spesso malati e asociali. Non a caso “Games of Thrones” (Il Trono di Spade) nutre un così immenso successo mondiale e seriale, perché si fa largo tra le fila dei molti ragazzi che vivono solo di tv e pc, intenti a gustarsi ore e ore di violenza, sesso, orrore, intrighi, tradimenti e tutto quello che può essere definito da “bollino rosso fuoco”.

La morale è non seguire alcuna morale. Lo spettatore deve credere che vi sia una speranza, una bontà, ma se questa si rivelasse, la serie non avrebbe più nulla da dire per cui ecco continuare questa partita di tennis tra squallore e macabro. Nessuno sembra accorgersi che Games of Thrones, altri non è che il Signore degli Anelli spogliato di ogni tipo di etica cattolica tolkeniana e inibizione occidentale. Dexter è sì un poliziotto (buono) che di notte diventa la “bestia” che segue un suo codice d’onore – simile a quello dei mafiosi in I Soprano – ma la salsa è sempre quella: dottor Jeckyll e Mr. Hyde in versione moderna e sanguinolenta. Il più recente Magic City in cui il proprietario di un ricco hotel di Miami deve scendere a patti con uno spietato boss per godere la sua immunità potrebbe essere un Faust rivisitato nell’America del boom economico degli anni 50’. House of cards – che è già una rivisitazione di una serie british degli anni 80’ – altri non è se non Il Principe di Machiavelli americanizzato, privato però di quel sottile senso etico e morale motivato – direbbe Machiavelli – dalla ragion della Nazione unita.

Insomma che si tratti di violenza, di sesso, di tradimenti o politica la ricetta l’abbiamo capita: l’uomo moderno è da sempre un debole di fronte le tentazioni rimaste uguali nei diari della letteratura, ma la novità post-moderna è diventata togliere l’elemento morale a ogni storia e, dunque, togliere anche il finale a ogni storia. C’è chi aggiungerebbe che far questo vuol dire anche togliere storia alla storia nel senso popperiano del termine ma non credete che l’Italia sia esente da questo processo di de-moralizzazione dell’iper-realtà. La nuova serie tv Gomorra, sceneggiata con un realismo da brivido e una violenza che solo a pensarla ispirata alla realtà (quella scritta dal marketing post-Saviano) intorbidisce gli animi, riduce la moralità a un fogliettino di carta con scritto il numero della Questura: quello che il giovane camorrista Ciro, il protagonista, brucia con l’accendino mandando per aria qualunque possibile ipotesi di collaborazione con la Polizia. Appallottolata l’ultima speranza, allo spettatore non resta che ansimare fino alla fine magari contando i cadaveri – che sia Games of Thrones o Grey’s Anatomy – in una finzione nella finzione, in centinaia di finali che si annullano a vicenda e che dissanguano definitivamente l’ultimo organo rimastoci che batteva di etica cristiana… Chiamatela coscienza freudiana o il cuore dei romantici di inizio 800’, oggi non importa più il “come andrà a finire” conta solo il “cosa dobbiamo ancora vedere”.