di Matteo Floris

«Non in depravatis, sed in his quae bene secundum naturam se habent, considerandum est quid sit naturale» – Aristotele, Politica, I, 2, 1254 a. («Non nelle cose depravate, ma in quelle ben disposte secondo natura, dobbiamo esaminare ciò che è naturale»).

Ogni bambino alla sua nascita precipita in un mondo che per lui è del tutto nuovo: necessariamente, i suoi criteri di giudizio si modelleranno sulle prime esperienze, risultando ovviamente, in un mondo in costante trasformazione, differenti da quelli dei genitori. Oggigiorno pretendiamo di arrivare in capo al mondo in meno di un giorno di viaggio: due secoli fa quanti tra i più ottimisti avrebbero potuto seriamente prevederlo? Le reazioni ad un evento del genere, anche al solo variare di un secolo, sarebbero prevedibilmente molto differenti. Oppure, volendo essere più drastici, possiamo notare come le tecnologie belliche in nostro possesso fanno sì che la prossima guerra di dimensioni mondiali abbia discrete probabilità di essere l’ultima per il genere umano. Facile vedere come i criteri di giudizio mutino secondo il flusso trascinatore dello sviluppo tecnico, anno dopo anno sempre più velocemente. Se riguardo l’intrinseca positività di questo flusso – oggi da molti data fin troppo per scontata – si hanno seri dubbi, una domanda sorge spontanea: quali criteri devono essere usati per riconoscere la sua negatività o, perlomeno, la sua problematicità?

La positività di molte caratteristiche naturali apparve chiara sin dalle origini. In questi anni in cui l’uomo culturale si è scisso dall’uomo biologico (prevalentemente nel XX secolo) – come ben spiegato da Michel Foucalt – non si tratta di prendere la natura come modello in ogni suo aspetto: chi la rifiuta criticandone la occorrente spietatezza, o è scioccamente ingenuo o, evidentemente, in malafede. Volendo fare un esempio, oggi attuale, applicando il pensiero del pensatore greco citato nell’incipit: perchè non ritornare a dare voce alla natura, con un sano ipse dixit, sulla questione dell’utero in affitto, uno degli attuali “miracoli” della tecnica? Quale negatività si può scorgere nel fatto che, per mettere alla luce un bambino o una bambina, debbano essere necessari un essere umano di sesso maschile ed uno di sesso femminile? Come non notare, nelle parole di chi nega la naturalità dell’avere un padre e una madre – la democratica Monica Cirinnà recentemente non ha esitato a definirli uno stereotipo ed un pregiudizio -, gli effetti di uno svilimento della natura, ridotta oramai a somma di leggi casuali ed inspiegate e vergognosamente sacrificabile e manipolabile in nome dei deliri di onnipotenza del consumatore? Se lo sviluppo tecnico, quello attuale in particolare, appare quindi come un continuo ed incontrollato divenire, illusoriamente di per sé positivo e chiaramente privo di direzione*, per valutarlo serve un punto fermo: la natura umana è la risposta obbligata.

La comunità politica non è mai stata così lontana come oggi dal giudicare saggiamente e razionalmente i frutti della tecnica, che sembrano prodotti da una smania consumistica e mercificatrice. Proprio per questo, capire cos’è l’uomo, cosa gli è affine, cosa deve essere religiosamente difeso, è il primo passo per proteggerlo da sé stesso. Se la quantomeno discutibile pratica dell’utero in affitto prenderà piede – quale miglior arma per chi desidera rafforzare l’atomizzazione della società? -, come potrà essere seriamente analizzata o criticata da futuri individui che non abbiano ben chiara l’immagine dell’uomo dei tempi che furono? Una mancata chiarezza sulla natura umana può facilmente aprire le porte ad un’onda giustificazionista e relativista, nella sua accezione più bassa, che si potrebbe tranquillamente spingere ben oltre la questione della “maternità surrogata”; le risposte di molti al solo sentir parlare di natura umana lasciano facilmente capire che il processo è già in atto.
Abbiamo bisogno di un modello per un confronto: sia che una natura umana o una condizione originaria esista, sia che non esista, essa deve essere stabilita, fosse anche per convenzione del tutto arbitraria. Una condizione originaria e la natura umana forse non saranno una realtà storica o una chiara realtà interna all’uomo, ma di certo sono un’impellente esigenza.

Era il 1932, e tra le pagine di un noto scrittore inglese si poteva leggere:

“E i “genitori”?” chiese il Direttore.
Seguì un silenzio imbarazzato. Molti degli studenti arrossirono. Non avevano ancora imparato a riconoscere l’importante ma sottile distinzione che esisteva tra il turpiloquio e la scienza pura. Uno, finalmente, ebbe il coraggio di alzare la mano.
“Gli esseri umani una volta erano…” disse esitando, gli vennero le fiamme al viso. “Insomma, una volta erano vivipari”.
“E quando i bambini venivano travasati…”.
“Partoriti” lo corresse.
“Ebbene, allora erano i genitori… voglio dire, non i bambini naturalmente, ma gli altri…”. Il povero ragazzo era pieno di confusione.
“Insomma” concluse il Direttore “i genitori erano il padre e la madre”.
(…)
“Sono” disse gravemente “fatti sgradevoli, lo so. Ma d’altro canto la maggior parte dei fatti storici sono sgradevoli”.