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Prima di entrare nel vivo della questione, Angelo Crespi si è complimentato con gli “intellettuali dissidenti” delle nuove generazioni per aver perpetuato lo stile della tradizione italiana e per l’ambiente che sono riusciti a ricreare. Riferendosi all’operato del Circolo Proudhon e de Il Bestiario degli Italiani, egli ha ricordato con dolce spirito malinconico: “Tutti noi, persone con cui si parla di cultura, siamo passati per le riviste da giovani.” Ippolito Pingitore, del Circolo Proudhon Milano, nonché redattore culturale dell’ID, ha illustrato la rivista come “il supporto cartaceo dell’Intellettuale Dissidente che ha il compito di riflettere su quello che è l’italianità”. Il Bestiario si rifà, infatti, all’Italia degli anni Venti, ai maestri del genio italiano, come Palazzeschi e Malaparte. Una metafora della vera natura italiana, secondo Pingitore, è stata fornita dall’opera di Giovannino Guareschi con Cristo, Peppone e don Camillo, descrivendo un microcosmo dove ognuno tira acqua al proprio mulino, ma contro il nemico comune si combatte sempre insieme. Il Bestiario degli Italiani parte da un’idea di animalità della natura italiana che si collega poi all’immaginario medievale degli animali fantastici.

In maniera più approfondita sul discorso complesso dell’italianità si è espresso Stenio Solinas, citando la figura di Missiroli, ovvero colui che aveva introdotto la terza pagina nei quotidiani e aveva spiegato per la prima volta il fascismo agrario. “L’Italia è un paese che fu condannato dalla sua storia”, disse lo scrittore novecentesco. L’Italia è una sorta di paese un po’ Arlecchino è un po’ pulcinella, incapace di eroismi, ma grazie al mare e al sole campa di conserve. Invita mano d’opera dall’estero, invece di forgiare le proprie eccellenze. D’altro canto si può parlare con patriottica fierezza dell’arte d’avanguardia futurista, dal 1909, e della filosofia italiana, fondata da Benedetto Croce e Giovanni Gentile. Un altro luminare citato da Solinas fu Giovanni Amendola, teorico del nazionalismo italiano a servizio di Giolitti negli anni della spedizione in Libia. Diceva: “Questa Italia come è oggi non ci piace”, sottintendendo il bisogno novecentesco di riforgiare l’identità della natura italiana. L’unica pecca dei rivoluzionari della prima metà del secolo scorso, secondo il pubblicista de Il Giornale, era l’eccesso di moralità. Prezzolini, ad esempio, si scagliava contro la spedizione in Libia, sostenendo l’importanza primaria di mettere in ordine le cose nel Bel Paese e solo dopo di espandere la politica all’estero. In questo panorama internazionale, dagli anni Venti in poi, viene a crearsi l’immaginario di un’Italia barbara tra figure di eccezione come Longanesi e Maccari. Il “buco nero del fascismo”, come lo descrive Solinas, si poneva l’inarrivabile obiettivo di adattare a un popolo giovane una politica nuova che non era né di destra né di sinistra, né liberale né socialista. L’Italia era e rimane un paese ancorato al passato, con poche capacità di rielaborare il presente e di assicurarsi un futuro da grande nazione.

Giuseppe Prezzolini scrisse un breviario dell’italianità, scandito per punti come una costituzione. Può trattarsi di un collegamento tra La Voce e i movimenti di Strapaese e Stracittà? Solinas risponde così: “Siamo nel 1921, Prezzolini è il grande sconfitto”. La guerra è finita e lui si ritrova a collaborare con Il Popolo d’Italia di Mussolini e trova un posto alla Società delle Nazioni. Vorrebbe avere la libertà di esprimersi, ma nella sua posizione, in un paese a rovescio, non lo può fare. Se ne andrà dall’Italia: prima in Francia, poi negli Stati Uniti. “Il discorso di Strapaese nasce in un’altra ottica, da un altro artista: Ardengo Soffici, un catalizzatore formidabile di energie.” Con Papini egli fonde l’irruenza del futurismo di Marinetti e l’esperienza de La Voce. Dopo c’è la guerra, a cui Soffici partecipa. Proprio in quest’ultimo periodo di conflagrazione, dopo essere stato un rivoluzionario in poesia, arte e critica, egli decide di tornare all’ordine.

A proposito di Mussolini Stenio Solinas dice: “È un politico che può andare a una mostra d’arte futurista e capire di cosa si stesse parlando perché conosceva gli artisti”. C’è una simbiosi tra le parti: anche l’arte parla di politica. L’unico a non comprendere questo equilibrio è Prezzolini, che vuole mantenersi esterno. Malaparte nel 1925 scriveva: “Tutti, incluso Mussolini devono seguire le leggi del fascismo integrale”, il suo. Con ciò egli volle “spiegare il fascismo a Mussolini”, dichiara Solinas. I critici di Mussolini non erano dunque anti-fascisti, la maggior parte di essi andrà volontaria a combattere per l’Italia nella guerra d’Etiopia, la differenza è che questi ultimi desideravano un fascismo molto più consapevole, meno borghese. Il centro nevralgico di tale ambiente culturale era Ardengo Soffici che inserì l’arte d’avanguardia nei valori plastici. Seguirono il suo esempio anche artisti del calibro di Sironi e De Chirico, nelle opere dei quali è evidente il tentativo di trasformare il bracciante calabrese del Novecento nel milite che combatte per la patria. Si trattava sicuramente di una grande riforma culturale per quel tempo.

L’italiano porta con se il culto della Bellezza, vera conservazione dell’arte. Silvio Guarnieri sosteneva che il Cinquecento fosse l’epoca in cui l’Italia fu una grande nazione. L’ultimo sogno di grandezza fu nel Novecento. A proposito di culto della Bellezza e di conservazione dell’arte all’incontro del 5 febbraio ha parlato Angelo Crespi, portando come esempio il rapporto della città di Firenze con i beni culturali. Verrocchio, Della Robbia, Sangallo, Leonardo da Vinci agli inizi del Cinquecento si erano riuniti per decidere dove collocare il David di Michelangelo, oggi esposto in piazza della Signoria nel capoluogo toscano. Accanto all’antica opera d’eccellenza italiana nel 2015 fu posta una nuova statua moderna, disarmonica e dorata, di Jeff Koons: un artista americano contemporaneo noto per le sue opere di gusto kitsch. “Fortunatamente l’hanno tolta”, ha commentato ironicamente Crespi, ricordando in seguito che nel XX secolo l’Italia diede al mondo una generazione di artisti grandiosi, come Boccioni. Le grandi mostre sul futurismo però non vengono celebrate in Italia, ma altrove: in Francia e in America, tra l’altro senza espliciti rimandi al fascismo. Questo succede perché non a tutti gli italiani è chiaro il fatto che l’identità di una nazione si possa trovare anche nei beni culturali. Il paesaggio che persiste quasi immutato nei secoli è un patrimonio ben conservato che permette all’Italia di essere un modello.

Che cos’è il genio, dunque? Secondo Perozzi nel film Amici Miei: “È fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione”. Crespi sul finale dell’incontro replica: “In Italia tutte le rivoluzioni cominciano per strada e finiscono a tavola, disse Longanesi”.