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3) Dalla Rivoluzione verde alla Biopirateria

La rivoluzione verde, promossa dal CGIAR, è la conversione dell’agricoltura contadina all’agricoltura intensiva. In altri termini, è la trasformazione di petrolio in cibo attraverso la meccanizzazione, l’irrigazione, l’uso di concimi chimici e di pesticidi… strumenti che consumano molta energia.

All’inizio provocò risultati spettacolari, pero ora si osserva un calo significativo dei rendimenti .

A distanza si misurano le conseguenze di questo immenso coinvolgimento ecologico che ha provocato la distruzione del suolo e l’inquinamento delle falde freatiche mentre a livello politico e socio-economico ha significato la fine delle utopie socialiste di distribuzione più equa della terra, l’inizio dell’esodo rurale, l’avvio di nuovi flussi migratori e la comparsa delle prime baraccopoli.

I contadini resi dipendenti dal petrolio sono stati costretti a rifornirsi non solo alle ditte petrolifere, ma anche alle ditte sementiere che hanno venduto specie inadatte al luogo e golose in acqua. Dei “progressi” spesso sinonimi di rovina economica. La dipendenza si illustra con la vendita di specie “ibride” che consentono un buon rendimento solo alla prima generazione. In pratica è diventato contro-produttivo conservare i semi delle generazioni successive perché sono stati selezionati per rendere sempre meno. Il diritto ancestrale di tenere i propri semi è abolito. Il rifornimento di semi di prima generazione diventa regolare, senza parlare di tutti i prodotti fitosanitari necessari per coltivarli.

L’avvento delle biotecnologie, neologismo politicamente corretto degli OGM, ha significato un salto “qualitativo”. Malgrado le proteste, è stato ultimato lo sviluppo di geni detti “Terminator” (brevettato dal gruppo americano Monsanto, il leader mondiale dei semi) ovvero Tecnologie Genetiche di Restrizione dell’Uso, la cui commercializzazione è in teoria bloccata. Il progresso consiste nel suicidio della pianta, subito dopo la prima raccolta, lasciando semi completamente sterili, così il rifornimento alle società sementiere diventa vitale. Le conseguenze si sono già misurate in India, dopo l’introduzione selvaggia di cotone geneticamente modificato. Le spese indotte dalla sua coltura si traducono con fallimenti e suicidi in proporzione terribili dei contadini di alcune province, provocando le proteste delle autorità locali.

Occorre ricordare un piccolo dettaglio svelato grazie ad una inchiesta giornalistica del Los Angeles Times. Lo scientifico Rob Horsch, assieme ad altri impiegati, è passato da Monsanto alla fondazione Gates che ha investito più di 20 milioni di dollari in questa società. La stessa fondazione Gates che si impegna attraverso il programma Agra (Alliance for a Green Revolution in Africa) a diffondere, assieme alla fondazione Rockefeller e USAID, le “biotecnologie” in Africa : le uniche in grado di risolvere la “fame” e di resistere ai “cambiamenti climatici”.

Il Global Seed Vault, in tutto ciò, potrebbe essere la miniera d’oro tanto sognata dalle aziende sementiere, in quanto il suo catalogo di semi rappresenta una fonte quasi illimitata di specie rustiche. Delle materie prime che queste aziende potranno modificare a proprio piacimento? Se fosse il caso, ciò promette una serie di novità commerciali nel futuro pronte a convincere gli ultimi contadini ad invadere le campagne fino alla sostituzione completa delle originali sul campo. Una vera e propria biopirateria a colpi di biotecnologie.

4) La guerra agricola : quando la campagna diventa un campo di battaglia

Oltre alle conseguenze sull’autosufficienza alimentare di certi Paesi (già sotto pressione per colpa della speculazione finanziaria sulle materie prime, sia agricole che energetiche) e senza entrare nelle teorie maltusiane, bisogna però proiettarsi sugli effetti geopolitici. La dipendenza del contadino alle società sementiere e l’eliminazione delle specie tradizionali renderebbero l’intera popolazione sotto controllo del rifornimento di semi che diventerebbe fondamentale per evitare delle inevitabile rivolte della fame. In prospettiva sarebbero questa volta esplosioni di rabbia ben più spettacolari che quelle che abbiamo visto in Tunisia ed in Egitto, ribattezzate “Primavera Araba” dai mass media occidentali, occultando il fatto che più democrazia non riempie uno stomaco vuoto…

Oltre alla speculazione, si potrebbe arrivare ad un controllo fino in fondo della sicurezza alimentare passata in mano al monopolio delle ditte sementiere americane. Un’embargo sulla consegna di semi rappresenta una vera e propria arma in grado di intimidire dirigenti non-allineati, di frenare politiche o accordi “sbagliati”, che se viene utilizzata significa semplicemente la carestia, in grado di spazzare via qualsiasi governo legittimo. Il programma alimentare in Africa rivela cosi le implicazioni strategiche in grado di contrastare ad esempio la conquista commerciale della Cina. Il continente africano, ricco di materie prime e di terre agricole è il primo partner commerciale della repubblica popolare.

La dipendenza totale alle aziende sementiere rappresenta una minaccia sulla nostra indipendenza alimentare che potrà solo essere contrasttaa con il ritorno ad un agricoltura contadina e ciò non si potrà avviare senza una lotta politica ambiziosa di ritorno alle campagne, poiché un popolo sovrano è un popolo radicato nella sua terra. Ricordiamo l’attacco del governo Monti, attacco che ha impugnato alla corte Costituzionale il concetto di agricoltura a Km 0 voluto dalla Regione Calabria, per ostacolare la libera circolazione delle merci !

La libertà ancestrale del contadino di tenere i propri semi è la condizione sine qua non della sovranità alimentare. Le specie tradizionali, frutto di una lunga selezione dei nostri antenati, e metodi classici di coltura meno golosi in acqua, petrolio e pesticidi rappresentano prospettive  migliori per un agricoltura sostenibile e rispettosa dell’ambiente e della biodiversità. L’agricoltura contadina è l’unica in grado di nutrire l’intera popolazione del pianeta e il concetto di sicurezza alimentare promosso oggi è in realtà la più grande insicurezza.

La conversione è difficile ma possibile perché abbiamo l’esempio recente di Cuba, che per forza di cose è dovuta tornare all’agricoltura tradizionale a partire degli anni 1990. In seguito al collasso dell’URSS, si è interrotto il rifornimento di petrolio. Dopo la perdita di questo unico partner commerciale e un enorme fatica, l’isola si è guadagnata una nuova sovranità alimentare, più indipendente di prima, più sana e più sicura che mai, malgrado gli effetti dell’embargo statunitense.

La sovranità alimentare è una delle prime condizioni di una vera indipendenza nazionale e non è un caso se oggi è sotto assalto, perché anche in questa guerra si gioca la nostra libertà.