Nel mondo contemporaneo le ONG hanno un ruolo sempre più di primo piano e la loro voce si sta facendo strada alzando il volume tra le infinite altre sul piano internazionale; Emergency, tanto per citarne una a tutti nota, nel 2006 è diventata partner ufficiale del dipartimento dell’informazione pubblica delle Nazioni Uniti. Si parla quasi sempre di enormi enti giuridici, con un’organizzazione complessa e articolata, fatta di personale dipendente, sedi, uffici stampa, pubblicità su giornali e televisione, con raccolte fondi di milioni di euro. Accanto a questi colossi del no profit sopravvivono delle piccole entità, fatte di uomini e donne, che con spirito di sacrificio lottano per ciò in cui credono; la loro voce si perde nel frastuono dei giganti fino a diventare un sibilo, ma se ci avviciniamo e tendiamo l’orecchio ci accorgiamo che coraggio e determinazione hanno sempre un timbro tonante. Tra queste, di spicco è la “Comunità Solidarista Popoli” fondata nel 2001 dal reporter veronese Franco Nerozzi, che opera soprattutto nel territorio Karen, situato nel Myanmar orientale, abitato da una etnia che dal 1948 si trova in guerra con la giunta militare di Rangoon.

Nella tua esperienza di reporter avrai vissuto molte esperienze coinvolgenti legate alle specificità del popoli del mondo; in che modo i Karen ti hanno colpito, tanto da spingerti a fondare una Onlus? Che cos’ha di particolare questo popolo?

Due sono state le cose che più mi hanno colpito durante il mio primo incontro con i Karen, avvenuto nel 1994. La prima è l’indole di questo popolo, apparentemente remissivo nella sua grande disponibilità e apertura nei confronti degli stranieri e degli ospiti e nell’ ammirevole senso di solidarietà comunitaria che pervade la sua società. I villaggi Karen assomigliano a contrade abitate da un’unica grande famiglia. I nuclei, per quanto distinti e autonomi, ognuno con la propria attività ed il proprio pezzo di terra, sono legati da un senso di appartenenza molto solido, acuito in oltre mezzo secolo di guerra dalla necessità di fronteggiare l’invasore e il persecutore. Mi ha colpito vedere come le famiglie più solide si prendessero cura degli elementi più poveri del villaggio, adottandoli, fornendo loro mezzi di sussistenza, condividendo parte del raccolto. Al tempo stesso i Karen mostravano una tenacia ed un furore guerriero che impressionavano profondamente, tanto più se osservati accanto ai modi gentili, all’umorismo e all’autoironia di cui erano capaci durante i momenti di riposo dalla battaglia. Ricordo di averli definiti allora “i guerrieri sorridenti”. I Karen sono veri, non hanno molte maschere. Non si atteggiano a “Rambo”, pur essendo molto più combattivi di tanti soldati di celebri eserciti. La seconda cosa che mi colpì fu la situazione storica e politica in cui si trovavano. La lotta dei Karen ai miei occhi appariva come la perfetta rappresentazione di un concetto che trovavo nelle letture della mia giovinezza: la resistenza contro il Mondialismo. Ovviamente la loro non era una battaglia fondata su ideologie o su scritti di filosofi o di politologi: era la semplice e spontanea contrapposizione tra le forze della Tradizione e quelle di chi, dietro le parole d’ordine dell’unità nazionale, cercavano di conquistare i territori appartenenti da millenni ad altri popoli per ricavarne ricchezze e ridurli a meri strumenti economici.

Quali sono le attività che svolge Popoli in territorio Birmano e su quali aiuti potete contare a livello governativo e internazionale?

Nel 2001 abbiamo iniziato un progetto che è ancora attivo oggi. Abbiamo individuato nel settore dell’assistenza sanitaria e in quello del supporto all’istruzione primaria le priorità del nostro intervento. Ci troviamo in una zona di guerra, in un territorio senza strutture e dove la malaria è una patologia endemica:  quindi è comprensibile come il rifornimento di farmaci e di strumentazione sanitaria sia di importanza vitale per questa gente. Abbiamo costruito cliniche molto spartane (rispettando i canoni locali) che vengono gestite da personale Karen istruito anche da medici di Popoli. Le cliniche servono un bacino di utenza di oltre 20.000 persone. Durante questi 15 anni alcune cliniche sono state distrutte dai Birmani, ma le abbiamo ricostruite. Abbiamo ampliato il nostro intervento iniziando un progetto a cui abbiamo dato il nome di “Terra Identità” e che ha portato alla realizzazione di diversi villaggi agricoli sorti dove i Birmani avevano dato fuoco e raso al suolo antichi insediamenti Karen. L’efficacia dei progetti è dimostrata dal continuo flusso di popolazione che lascia i campi profughi in Thailandia per tornare in patria, nei villaggi ricostruiti, dove si dedica all’agricoltura per produrre il cibo necessario al sostentamento. Sicuramente un modo diverso di interpretare l’aiuto umanitario che produce flussi migratori al contrario. Perché sono convinto che per un popolo non ci sia posto migliore al mondo della Terra di origine.

Come si inserisce questa guerra, tanto lunga quanto dimenticata, nel panorama dei conflitti in corso? Esistono degli interessi in questo territorio, da parte di altri paesi, occidentali e non?

Quando facevo riferimento al Mondialismo intendevo anche questo. Non sono solo i Birmani a volere la terra dei Karen. Dietro di loro negli anni ’90 c’erano i Cinesi e alcune multinazionali occidentali (ricordo la Unocal statunitense e la francese Total che collaboravano con i generali al potere). Inoltre contro i Karen erano anche i trafficanti di stupefacenti (legati spesso al governo birmano) che mal tolleravano questo popolo cos’ intransigente contro la produzione ed il traffico della droga. Oggi lo scenario è ancora più affollato. La Thailandia è un partner importante del Myanmar, l’Unione Europea ha tolto le sanzioni e centinaia di aziende del vecchio continente sono sbarcate a Rangoon per fare affari, gli Stati Uniti hanno da alcuni anni relazioni molto buone con il Governo Birmano e non sprecano molte energie sulla questione dei diritti delle minoranze etniche. Va tenuto presente che la priorità per gli USA è quella di scalzare la Cina da questo scenario, e che quindi Washington è disposta quasi a tutto pur di non concedere a Pechino lo sbocco sull’Oceano Indiano.

Molti hanno giudicato le elezioni dell’11 novembre come una svolta epocale. Qual è la tua opinione in merito?

Domanda difficile perché il futuro della Birmania è influenzabile da diversi fattori. Però io non ritengo queste elezioni una svolta epocale. Certamente lo è per i Mondialisti, perché la grande affermazione di Aung San Suu Kyi permetterà alla finanza internazionale di affondare ulteriormente la lama nel tessuto economico del Myanmar senza sentirsi accusata di sostenere un regime violento ed oppressivo. Ma se andiamo invece a guardare seriamente la situazione politica, ci accorgiamo che la Costituzione in vigore assicura ai vecchi arnesi del regime il controllo su settori chiave della società. Ministero della Difesa, degli Interni e degli Affari di Confine restano sotto il controllo dei militari. Ciò significa che molto probabilmente per i Karen e per gli altri gruppi etnici che non dovessero piegarsi al diktat di Rangoon il futuro sarà ancora caratterizzato da conflitti e tensioni.

In che modo è possibile aiutarvi?

Abbiamo bisogno di fondi per proseguire i nostri vecchi progetti e per crearne di nuovi adattandoli alla situazione in fase di cambiamento. Nelle aree dove i Karen ancora resistono alla penetrazione militare ed economica birmana dobbiamo fornire farmaci e strumenti sanitari, dobbiamo garantire il funzionamento delle scuole (per sottrarre i Karen all’indottrinamento birmano) e continuare la costruzione di villaggi per accogliere i profughi. Popoli ottiene donazioni da privati e sopravvive anche organizzando iniziative di autofinanziamento. Però un ottimo strumento per far proseguire i progetti è senza dubbio quello offerto dal 5×1000. Non costa nulla, quindi potrebbe avere una larga diffusione tra i nostri sostenitori: direi che una buona campagna per aiutarci a diffondere la pratica del 5×1000 sarebbe il miglior modo di sostenere Popoli e i Karen.