Dopo le numerose bufale degli anni passati (probabilmente dei “test” di settore per “testare”, appunto, il terreno italico), pare essere ufficiale: Starbucks sbarcherà in Italia nel 2016 in un espresso di pregiudizi, ipocrisie e paure tutte nostrane.
Dopo aver portato i suoi frappuccini, mocha freddi e golosità varie nelle terre di mezzo mondo, le varietà del caffè Starbucks, peraltro personalizzate di mercato in mercato, hanno deciso di arrivare in Italia, rispettando la promessa del loro papà Howard Schultz, che proprio in Italia – circa trenta anni fa a Milano – trovò l’ispirazione per fondare la sua catena di successo. Proprio a Milano, fatalità del marketing, aprirà infatti il primo store Starbucks italiano. Proprio in Italia, come altrove si è già detto abbondantemente, in una terra così ricca di tradizione di caffetterie di espressi di bar di affetti… tutti legati al caffè. Al suo immaginario. Alle sue leggende e ai suoi miti. Quindi, ai suoi luoghi comuni, ai suoi provincialismi.
I primi commenti oscillano tra l’ironia di chi ha affermato “Adesso la mia vita ha un senso” e l’entusiasmo, forse ingenuo ma comunque sincero, di chi è scoppiato in un “Finalmente! Non aspettavo altro, era ora che anche noi ci aprissimo a questa internazionalità”.

Ora, le discussioni trattato intorno a temi di cultura gastro-etnica o, peggio, sulla globalizzazione e i suoi effetti, proprio non ci interessano (più).
Certo non sarà una conquista vedere camminare per le vie della città – e subito dopo o quasi contemporaneamente sulle vie dei social network – intere greggi di esterofili di prima linea camminare con in mano la loro bellissima tazzona di frappucino/moca/blabla americano (hanno troppo poco tempo per permettersi di perdere cinque minuti al bar per berlo al bancone, devono far capire di essere impegnatissimi, sempre di corsa, indaffarati a vivere ogni esperienza che iCapitale intende offrirgli per poi, ovviamente, condividerla sui social… nel 99,99% dei casi, scopriremo essere studenti in ritardo perché non hanno sentito la sveglia e/o fuori corso dal 2011). No, non sarà “bello” assistere a questo spettacolo. Va bene.

Ora tocca a noi. Consideriamo la nostra semenza: a sentire la voce dei contrari, sembrerebbe quasi che esista ancora, nei meandri più tradizionalmente arroccati del Bel Paese, chi prepara il caffè con l’alambicco e il crogiolo alchemico, usando esclusivamente caffè etiope, ovviamente.
Sembrerebbe, a sentirli, che in questi stessi meandri non abbiamo ancora visto arrivare i silenziosi e inamovibili ristoranti cinesi con i lori menù a 4 euro carichi di involtino primavera, spaghetti di soia con verdure, pollo alle mandorle e gelato fritto.
Parrebbe, ancora, che in questi stessi meandri non abbiano mai avuto occasione di mangiare un gyros greco (o pita greca) stracolmo di tzatziki, o un kebab. E poi i würstel, la cheesecake, la paella, il riso alla cantonese o il pollo al curry, l’insalata russa o la zuppa inglese o il Pan di Spagna (in Francia un impasto assai simile è detto “genoise”, ossia “genovese”, ma quando si tratta di toponomastica dei fornelli la confusione è considerato l’ingrediente segreto). E ancora: McDonald’s, Nespresso… insomma, davvero così in tanti si sono scandalizzati, inviperiti e quasi “offesi nel loro orgoglio di italiani” per l’apertura di Starbucks, senza essersi prima accorti che nel 99,99% dei casi sono stati tra i primi consumatori di almeno una delle offerte sopra citate?

Ma poi, ci siamo forse tutti dimenticati della seguitissima inchiesta di Report sul caffè al bar? Forse qualche passo falso l’abbiamo fatto anche noi, tutti. Forse abbiamo in qualche misura contribuito noi stessi a mettere Starbucks dietro al bancone. Forse avremmo potuto pensarci prima noi a offrire una connessione Wi-Fi efficiente nei nostri bar, pensare, magari, a luoghi più ideali dove sostare per una colazione di lavoro, da soli davanti al pc o col capo prima di entrare in ufficio, avendo, s’intende, la possibilità di isolarsi minimamente rispetto al chiasso mattutino circostante.

Dopo quella di Expo, arriva la fiera del provincialismo: tutti contro lo straniero, che è stato più bravo di noi. Punto.