Si spengono le luci, il pubblico è ammutolito, assente, ha smesso di ridere. Che cali il sipario.
Dopo 18 anni di onorato servizio si oscurano le telecamere sullo show di cabaret italiano per eccellenza: Zelig. Si chiudono i battenti, lasciando alle spalle una coltre di polvere che copriva ormai da anni la comicità italiana. Il programma debuttato nel lontano 5 Maggio 1997, sotto la conduzione di Claudio Bisio e Antonella Elia, è stato escluso dal nuovo palinsesto Mediaset. Il duo Gino&Michele e Giancarlo Bozzo, ideatori di Zelig, hanno preferito un rigoroso no-comment, lasciandosi sfuggire, però, una dichiarazione su un nuovo progetto per l’anno avvenire. Un storia lunga fatta di successi, cambi di conduzioni ma anche fallimenti e censure che hanno confermato Zelig come show più longevo della storia della televisione italiana. Una curva discendente che ha visto il programma raggiungere picchi di ascolti nella stagioni dal 2005 al 2008, sotto la scoppiettante conduzione Bisio-Incontrada, ma che recentemente ha incassato flop clamorosi. Negli anni recenti il pubblico televisivo ha risposto negativamente ad una proposta comica ormai stantia e polverosa, a dei format visti e rivisti fatti di tormentoni, battute scontante e – ahimé – sempre più politicamente corrette. Ebbene si, perché Zelig è stato anche questo: una miscela di risate e censura. Lo sa bene Alessandro Di Carlo, sospeso per una battuta che fece storcere il naso alla critica: “L’unica cosa bella di Milano è il treno per Roma”. Una frase divenuta ritornello di tantissime partite di calcio. Una censura insensata che sembra quasi andare di pari passo con l’ancor più ridicola norma di discriminazione territoriale con cui si è voluta rosicchiare sempre più la libertà d’espressione. Un diritto inalienabile per l’uomo ed ancor più nodale per l’artista. Una prerogativa essenziale nella quale la comicità  trova la sua raison d’etre.

Il tramonto dello storico programma milanese impone un radicale ripensamento della comicità, e forse della risata in sé. Un pubblico che ride davanti ai tormentoni, alle battute allusive ma mai provocatorie, alle volgarità da cinepanettone è di fatto una platea di zombie, per dirla alla Carmelo Bene.  Il comico non deve più stupire l’auditorio ma prenderlo per i fondelli, donandogli quei 4 o 5 minuti di intrattenimento e non di spettacolo, destreggiandosi in un pezzo che ha scritto al solo fine di soddisfare l’approccio industriale che ha preso ormai piede nel mondo della comicità. La dipartita di Zelig è la prima crepa in un muro costruito negli anni, una barriera che impedito per troppo tempo l’avanguardismo nella comicità. André Breton disse: “In ciò che apparentemente non è serio, si cela la gravità”, proprio perché l’arte, e la comicità in particolare, deve rappresentare un’avanguardia, un’apripista che tra una provocazione e una risata deve farsi portavoce di messaggi radicali.

Una necessità che sembra convergere verso il progetto partorito dalla mente di Filippo Giardina, una tanto vecchia quanto breve conoscenza del palco di ZeligSatiriasi – il nome di questa nuova proposta artistica – nasce da “l’urgenza di dire qualcosa”, dalla necessità di una comicità dissacrante che abbia il coraggio di osare. Una satira che si erge sulle ceneri di Lenny Bruce, un martire costretto al suicidio a seguito delle pesanti persecuzioni legali. Un linguaggio che ricalca, ripropone e reinterpreta una forma di spettacolo prettamente statunitense, la stand-up comedy, “l’espressione massima dell’artificio retorico unito al flusso di coscienza”.
Uno spettacolo in cui i comedians armati del solo microfono vengono posti sul palco senza scenografia, costumi aggiuntivi e denudati dalla quarta parete, un muro immaginarioche nel teatro tradizionale, separa virtualmente lo spettatore da ciò che accade sul palco. I temi affrontati dal comico di stand-up variano dalla satira alle osservazioni sulla società. La provocazione è il leitmotiv del monologo, la quale deve cercare costantemente di spingersi più in là, scontrandosi con i tabù, le paure e la morale della società odierna. Insomma deve abbattere quei cancelli dove c’è scritto “vietato entrare”.
Una proposta artistica che non vuole sostituire Zelig, ma proporre un nuovo modo di fare comicità: impopolare, irriverente e senza freni.
Come un vero e proprio movimento culturale, Satiriasi ha redatto un manifesto in cui vengono esposte le linee guida per una rivoluzione culturale. Un programma in quindici punti destinato a lasciare l’impronta sul panorama artistico della vecchia e polverosa Italia.

“Se il pubblico è già d’accordo con quello che stai per dire forse non c’è bisogno che tu lo dica.”, dal Manifesto di Satiriasi.